Sherlock Holmes e il misterioso caso di Ippolito Nievo – Rino Cammilleri
Di chi parliamo oggi? Ma è elementare cari avventori del Thriller Café! Oggi parliamo niente meno che del re degli investigatori. Vi ricordate di quella volta che il grande Sherlock Holmes, accompagnato ovviamente dal fedele John Watson, venne in Italia per investigare sulla scomparsa della Santa Sindone? No? Beh, non c’è da stupirsene, visto che Sir Arthur Conan Doyle non ha mai scritto nulla del genere. Ci ha pensato, in compenso, Rino Cammilleri con il suo “Sherlock Holmes e il misterioso caso di Ippolito Nievo”, edito nel 2014 nella collana “Il giallo Mondadori”.
Anziché con uno “Studio in rosso”, questa strana avventura del grande detective inizia con un bilancio in rosso. I casi di indagine, ultimamente, scarseggiano, e anche il celebre “vizietto” del nostro, la cocaina, è tutt’altro che a buon mercato. Alla porta dello studio in Baker Street bussano soltanto creditori, e il macellaio si è intascato gli ultimi risparmi del sodalizio Holmes e Watson. È così che i due tirano un sospiro di sollievo quando avvertono dei passi sulle scale. Holmes, con il consueto fuoco di fila di deduzioni spettacolari, sa già dire molto di chi si appresta a varcare la soglia: è un’affascinante donna italiana, lontana parente dello scrittore garibaldino Ippolito Nievo, scomparso anni prima nell’affondamento di un piroscafo, insieme a una valigia di documenti “delicati”. La donna è convinta che si tratti di un vero e proprio attentato, ordito da poteri forti che mirano ad occultare fatti incresciosi legati all’unità d’Italia e alla spedizione dei Mille: solo il più grande detective del mondo potrebbe fare luce sulla misteriosa scomparsa del suo illustre parente.
Sherlock Holmes accetta il caso, che si rivelerà fin da subito uno dei più rocamboleschi della sua illustre carriera. Insieme a Watson, tra mille peripezie, raggiunge Torino, e proprio qui, nella più “esoterica” delle città italiane, inizierà a dipanare i fili di un’intricata matassa che lo porterà anche a Napoli e che vede coinvolti massoni, intrighi politici e società segrete di vario tipo. Nell’indagine incrocerà le tracce di diversi personaggi storici dell’epoca: il marchese Faà di Bruno, Giulia di Barolo, Don Cafasso e, soprattutto, Don Bosco. Sarà proprio questo prete, impegnato nel sociale e già in odore di santità, a mettere a dura prova il freddo razionalismo di Holmes e a coinvolgerlo in un altro mistero: il furto della Sindone, il misterioso sudario in cui sarebbe stato (il condizionale è d’uopo), deposto Cristo dopo la crocifissione.
“Il caso di Ippolito Nievo” è un apocrifo frizzante, scritto in modo davvero virtuoso. All’interno, oltre a brillanti citazioni e riferimenti alla saga originale, troverete anche alcune felici e divertenti trovate letterarie. Ad esempio, si avverte una certa esasperazione da parte di Watson, stufo del suo perenne ruolo di “spalla” e della spocchia e delle manie di protagonismo del suo compagno di avventure. Va citato anche l’epico “braccio di ferro” investigativo tra Holmes e Don Bosco: il primo, lo sappiamo, è abile nell’osservare dettagli insignificanti e trasformarli in indizi, ma il secondo sa scrutare direttamente nell’anima dei peccatori…
Del resto, come dichiara esplicitamente il suo autore, l’intero romanzo “è solo una scusa per parlare d’altro”. E l’“altro” di cui si parla è fortemente intriso di cattolicesimo e di teorie un po’ bizzarre in merito all’unità d’Italia: dai presupposti (e non storicamente provati) “campi di concentramento” piemontesi agli altrettanto presupposti lati oscuri dell’unificazione nazionale, qui dipinta perentoriamente come un arcigno complotto ai danni del “felice” regno borbonico. Talvolta, più che tra le pagine di un giallo, sembra di trovarsi nel bel mezzo di una lezione di catechismo o di una conferenza di storia alternativa.
Anche il filo dell’indagine, poi, è piuttosto pretestuoso e raffazzonato: si tratta di un caleidoscopio di intriganti situazioni avventurose, con tanto di nani e ballerine (letteralmente!), in cui le brillanti deduzioni di Holmes sembrano più fatui giochi di prestigio che non elementi portanti della storia. Talvolta, questa inclinazione di Cammilleri sfocia quasi nel grottesco, come quando sembra volere a tutti i costi far convertire al “papismo” Holmes e Watson.
A prescindere da questa forte impostazione ideologica, comunque, mi sento di consigliare la lettura del libro, proprio perché, penso che il suo autore sia davvero un abile narratore, capace di avvincere e divertire giocando con un grande classico della letteratura, con buona pace del povero Conan Doyle, che probabilmente sentirete sobbalzare nella tomba, di tanto in tanto, durante la lettura.
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