Nel nome di Ishmael – Giuseppe Genna
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Proseguiamo nella recensione di Romanzo Nero, una raccolta edita nel 2019 da Mondadori, comprensiva di ben cinque romanzi polizieschi/thriller/noir dell’autore Giuseppe Genna.
Dopo Catrame (1999) oggi approfondiamo il secondo titolo, Nel nome di Ishmael, pubblicato dall’editore milanese in prima tiratura nella collana “Omnibus italiani” nell’ormai lontano 2001, poi riproposto nel 2003, infine nell’edizione odierna.
La trama si snoda attraverso due filoni temporali, tra il 1962 e il 2001, accomunati da una serie di inspiegabili morti infantili. In questo raccapricciante scenario si sviluppano le alterne vicende di due investigatori e di due uomini di Stato. I due detective sono frutto della penna creativa dell’autore e si chiamano David Montorsi e Guido Lopez: idealista e giovane di buone speranze il primo, cinico e usurato dal mestiere il secondo. I due uomini di Stato sono invece importanti (e reali) personaggi della storia contemporanea. Il primo è Enrico Mattei: ex partigiano, presidente dell’eni, nemico giurato del cartello petrolifero delle “Sette Sorelle” e vittima di un oscuro attentato. Il secondo (ancora in vita) è Henry Kissinger: controverso intellettuale, ex consigliere per la sicurezza nazionale, ex segretario di Stato e gran signore della guerra e della pace (nobel per la pace nel 1973).
Più in dettaglio: poco prima dell’esplosione “accidentale” dell’aereo di Mattei, l’ispettore Montorsi ha scoperto il cadavere di un bambino in un campo da rugby della periferia milanese. Quarant’anni dopo è l’ispettore Lopez a trovare nello stesso campo da rugby il corpo seviziato di un minore. In quei giorni Lopez è incaricato di proteggere Kissinger al forum di Cernobbio.
E se queste giovani morti fossero collegate da una sottile linea nera? Se fossero omicidi rituali? Vittime di sacrifici propiziatori? Bisognerebbe domandarlo a Ishmael, che in fondo è il vero protagonista del romanzo. Ishmael è il grande male occulto, è la piovra, è il lato oscuro del potere, l’eminenza grigia più recondita, quella che si serve dei politici per muovere i fili nella sala dei bottoni, e che resterà al potere quando i politici passeranno.
«È successo molte altre volte. Ishmael sembra fallire, riusciamo a sventare il rito o l’attentato, ma prima o poi la rete di Ishmael raggiunge il suo risultato […] È come se la guerra fredda continuasse, più segreta, con altri protagonisti: Ishmael – cioè l’America – e l’Europa. L’omicidio di Aldo Moro. Quello di Olof Palme. Il finto incidente in cui hanno fatto fuori la principessa Diana e Dodi Al Fayed. È Ishmael. È sempre Ishmael. È il suo Piano.»
Bastano queste premesse per intuire come – ancor più che nell’opera d’esordio “Catrame” – in questo secondo romanzo i confini della mera fiction sconfinano nella letteratura impegnata. Attentati e sabotaggi politici, terrorismo, satanismo, depistaggi e insabbiamenti che coinvolgono magistrati e questure: la storia del Novecento è ricca di questi esempi, e Genna è moto bravo nel consegnarcene un vivido affresco italiano.
Restando al mero piano narrativo, va detto che la penna dell’autore milanese è affilata, veloce, incisiva. Traccia frasi brevi, efficaci ed evocative, dalle quali prorompe un imbarazzante fascino del male. Il ritmo della narrazione è sempre serrato, la curiosità e la suspense attanagliano il lettore fin dalle prime pagine, come in ogni thriller moderno che si rispetti. Le strutture narrative sono molto ben congegnate, lasciando affiorare la matassa poco alla volta. Le atmosfere sono cupe e acide, a tratti ipnotiche a tratti agghiaccianti, ma sempre ben accompagnate da una prosa adeguata. Nel complesso ci è parso un romanzo implacabile e disilluso, capace di assestare zampate feroci più che carezze salvifiche.
Qualcuno potrebbe trovare un difetto nell’eccesso di ampiezza e complessità dell’intreccio narrativo, nella grande quantità di carne messa al fuoco e nel coacervo di ipotesi di complotti e intrighi internazionali (dall’esoterismo e dal sadomaso ai potentati e ai servizi deviati), sciorinati dall’autore in quasi 500 pagine a forti tinte gialle e nere. Non si può negare che queste misure ingombranti (e forse una certa inevitabile pretenziosità) rappresentino un rischio tangibile e un’arma a doppio taglio. Se mal gestite, infatti, avrebbero potuto distruggere la sospensione d’incredulità del lettore, e far crollare tutta l’architettura in modo rovinoso. Se invece gestite con competenza, come è questo il caso (val la pena ricordare che il racconto di Ishmael rimane sempre credibile, pur essendo di fantasia) si tramutano nel vantaggio di conferire al testo un respiro e una dimensione da grande thriller/noir internazionale (alla James Ellroy, tanto per fare un nome). Non è allora un caso che quest’opera sia stata pubblicata anche in America, in Russia, in Olanda, in Germania; e che abbia raccolto consensi all’estero e riconoscimenti critici da testate internazionali come The Guardian, Der Spiegel e il NY Times Books.
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