Cari Mora – Thomas Harris
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A Miami, in una villa appartenuta a Pablo Escobar, c’è una giovane custode colombiana, una quantità indefinita di oggetti di scena macabri e bizzarri e sembra 25 milioni di dollari in oro.
Nel porticciolo, sulle barche si accendevano le luci e le coppie preparavano la cena nell’intimità delle cucine di bordo. Caridad Mora, figlia della guerra, voleva fare la veterinaria. Da nove anni viveva negli Stati Uniti grazie a un permesso di soggiorno precario per ragioni di asilo, che nell’atmosfera inacidita di quel periodo rischiava di essere cancellato in qualsiasi momento da una bizza presidenziale.
Cari Mora, fuggita dalla stretta terrificante di un’infanzia come bambina soldato nelle FARC, adesso non ha soltanto l’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, o gli umori di Trump di cui preoccuparsi.
Un tesoro perduto non può non attirare avventurieri e cercatori senza scrupoli ma questo è un romanzo di Thomas Harris, meglio, l’attesissimo romanzo di Harris a tredici anni da Hannibal, le origini del male. Il capo di questi avventurieri è un pericoloso psicopatico, un sadico che commercia in organi e corpi “riadattati” ai desideri di facoltosi e perversi committenti.
La scrittura è riconoscibile, il periodare complesso e il repertorio lessicale di Harris è anche in questo romanzo ricco, colto, colmo di immagini di uccelli, vegetazione che cresce selvaggia al limitare delle città, di pietanze e piatti elaborati. Di quadri di violenza dettagliata e creativa. La firma autoriale è chiara nelle scene del veterinario, nella deformità dell’antagonista. In momenti allegorici degni del maestro di Dragone Rosso.
“Esatto. Perché così lavorerà fino allo stremo raccogliendo provviste per l’arnia. La stanno ingannando.” Guardò Cari per un lungo istante con i suoi occhi limpidi. “La stanno usando. Lei continuerà a uscire finché non cadrà e morirà da qualche parte sotto un fiore, con le ali ridotte a piccoli monconi neri. L’alveare non si accorgerà nemmeno della sua assenza. Nell’arnia non osservano il lutto. Quando saranno morte abbastanza api mellifere, ne faranno di nuove. La vita privata non esiste. È una macchina”.
Riconosciuto subito come romanzo di Thomas Harris scorrendo però emergono continuamente limiti anche consistenti alla capacità del romanzo di creare e narrazione e thrilling. Flashback significativi si alternano con confusi tentativi di raggiungere l’oro nascosto mentre trattative tra Miami e la Colombia sono interruzioni poco rilevanti e occasioni di omicidi e dialoghi poco ispirati. Il passato di Cari le tornerà utile nello scontro finale ma questo non riesce a salvare uno svolgimento poco convincente perché incapace di creare immersione e immedesimazione.
Tutta la storia sembra un’allucinazione, una che magari si ha mentre si sta morendo in un film e le scene della vita scorrono confuse e oniriche in una limitata capacità di comprendere l’ambiente e di interagire nello stesso ma questa è una spiegazione ultima e non pertinente.
Il potenziale dei personaggi non è sviluppato, il soggetto del romanzo e i suoi trope della caccia al tesoro e della Home invasion poco adatti forse ai personaggi principali e questo in una combinazione che crea un thriller poco riuscito, pochissimo nei tredici anni dall’ultimo, già non eccezionale, libro di Harris.
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