Se il cane non abbaia – Louise Hegarty
“Se il cane non abbaia” è il primo romanzo di Louise Hegarty, autrice irlandese che fino ad ora ha all’attivo numerosi racconti usciti su diverse riviste letterarie.
L’opera si presenta come un giallo, con una trama classica e accattivante: Abigail organizza una festa di fine anno per festeggiare il compleanno del fratello Benjamin. Per l’occasione affitta una dimora nella campagna irlandese, dove metterà in scena una cena con delitto. Tutti gli ospiti sono amici suoi e del fratello da tempo, tranne Olivia che è fidanzata da due anni con uno dei ragazzi e Barbara, che è la segretaria di Benjamin e non conosce nessun altro. Tutto procede per il meglio, finché la mattina di Capodanno il gioco diventa realtà e un cadavere viene trovato all’interno di una stanza chiusa.
L’aspettativa è di leggere un classico alla Agatha Christie e gli ingredienti ci sono tutti, così completi da essere una collezione di stereotipi. La ex del festeggiato, che magari non ha ben digerito la fine della relazione; l’amico egoista; il migliore amico che è diventato una spina nel fianco da quando, con il vizio del gioco, ha richiesto numerosi prestiti; una segretaria che magari è la nuova amante del principale; due fidanzati che appaiono ambigui; una sorella che forse non ama così tanto il fratello e quest’ultimo che, chissà, non ha una situazione economica così limpida e tranquilla.
I personaggi si svelano poco a poco, com’è giusto che sia e le descrizioni aiutano a farsi un’idea, ma ci sono troppi sospetti e troppi indizi oltre a una costruzione della trama che, al primo incontro, dà una sensazione straniante.
La storia si scinde in due. C’è la prosecuzione logica della festa e il romanzo giallo che offre al lettore elementi discordanti, errori, elementi che solo quando si comprende cosa è davvero “Se il cane non abbaia”, trovano senso e correttezza.
Quest’opera è finemente psicologica, perché cerca attraverso un giallo d’invenzione di trovare le risposte più scomode e necessarie a chi ha subito un lutto improvviso.
Il dolore annichilisce, devasta, andare avanti con la propria vita sembra impossibile ed è ingiusto che, al contrario, gli altri ci riescano. Quando perdi un affetto, com’è possibile che il sole continui a sorgere, che ci sia chi riesce ancora ad avere una quotidianità, a ridere, a divertirsi?
La ricerca di un motivo, di quel qualcosa che non si è visto, ma che deve per forza esserci, diventa ossessione, unica ragione. E allora, insieme alla spiegazione, si cerca un colpevole, e qui sta l’originalità del romanzo, che è una disamina dell’accettazione del lutto, attraverso una storia gialla piena di tutti i cliché che si conoscono e si ricercano, perché sono confortevoli.
Ecco allora che gli errori e le discrepanze hanno un senso, che è giusto se l’investigatore e soprattutto la sua spalla, sono macchiettistici, che alcune cose si ripetano e che le soluzioni siano al contempo definitive e nulle.
“Se il cane non abbaia”, parla di vita e soprattutto di morte, delle fasi del lutto, di come ci si rapporta agli altri e di come gli altri si comportano con chi è stato toccato dalla tragedia. Certi passaggi sono molto profondi, amari e veri. Le ipocrisie vengono smascherate e chi sta male lo fa senza nascondersi.
Prima si comprende di cosa parla in realtà il romanzo, più lo si apprezza. È profondo, ricco di spunti per riflettere e fare autoanalisi. Se ci si aspetta un giallo classico, si rimane delusi, spiazzati, quasi ingannati, ma l’errore non è nel libro, ma nelle aspettative.
Letto come scritto di narrativa psicologica, “Se il cane non abbaia” ha un senso. È originale, e il genere forse più amato qui assurge al ruolo di consolatore, con un detective che non esiste che cerca una risposta dove, di risposte, ce ne sono ben poche.
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