True crime – Patricia Cornwell
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Al Thriller Café oggi c’è una bottiglia speciale sul bancone. Di quelle che quando le guardi controluce non sai mai se offrirti un altro giro o rimettere il tappo e cambiare scaffale.
Parliamo di Patricia Cornwell e del suo ultimo libro: “True Crime, un memoir” in cui la regina indiscussa del forensic thriller decide di fare l’unica cosa che non aveva mai fatto prima. Rivolgere il bisturi autoptico verso se stessa. Voi lettori del Thriller Café lo sapete bene che ogni storia ha un’origine. Quella di Kay Scarpetta, il medico legale che ha ridefinito il genere negli anni Novanta, è iniziata quando la Cornwell ha deciso di passare le sue giornate dentro un obitorio vero. Ma per capire cosa abbia spinto una giovane giornalista a cercare la verità tra i cadaveri bisogna scavare molto più a fondo.
In “True Crime“, la Cornwell scava senza anestesia. Ci racconta un’infanzia difficile: un padre che se ne va il giorno di Natale per stare con la segretaria, una madre devastata da crolli psichiatrici e ricoveri, l’affidamento a una famiglia violenta. In mezzo a questo deserto emotivo ci sono però due fari: il rapporto quasi filiale con Ruth, moglie del celebre evangelista Billy Graham, e un’ambizione feroce, nata per pura sopravvivenza, che la spinge prima verso il giornalismo di nera e poi dentro gli uffici del medico legale.
Leggendo “True crime” si capisce velocemente che non siamo davanti al classico memoir sulla scrittura, alla “On Writing” di Stephen King, per capirci. Le tecniche di trama, la genesi dei comprimari della serie o i rapporti con gli editor sono informazioni molto perimetrate. La Cornwell preferisce concentrarsi sulla sua biografia, in particolare nella prima metà del libro focalizzata interamente sull’infanzia. La scrittura è per lunghi tratti quella dei tempi d’oro: affilata e precisa, fredda come un tavolo d’acciaio. L’autrice viviseziona i propri traumi con lucidità spietata, la stessa con cui Scarpetta esamina un cold case. La connessione emotiva che si crea con la bambina abusata e ferita è autentica.
Ma poi entra in scena la Cornwell adulta, con il suo continuo sfoggio di ricchezza, elicotteri privati, giacche firmate, e un compiaciuto name-dropping di presidenti e star del cinema che sembrano non poter fare a meno dei suoi consigli. Sembra quasi voler convincere il lettore di essere un vero sceriffo, piuttosto che una scrittrice. In alcuni passaggi racconta di come giri armata e lancia avvertimenti degni di un giustiziere della notte, fino ad arrivare a sogni premonitori e visite spettrali di Lady Diana (su cui ha indagato spendendo cifre folli di tasca propria, esattamente come fece per Jack lo Squartatore). Per gli amanti della verità storica, poi, sarà forse deludente scoprire che la Cornwell non ha alcuna formazione scientifica o medica. È entrata nell’ufficio del coroner come scrittrice tecnica e analista informatica solo un anno prima di pubblicare il suo primo romanzo.
“True Crime” è in conclusione un libro strano. Da una parte sono rimasto catturato dall’architettura emotiva che mostra come il successo possa nascere dalle ferite. D’altra parte, non ho gradito del tutto le manie di protagonismo.
Se comunque avete amato i primi romanzi di Kay Scarpetta, suggerisco di leggerlo: capirete molto della donna che li ha scritti.
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