Scrive Alessandro Baricco in “Novecento” che “Quando non sai cos’è, allora è jazz!”. Anche di “Residenza per signore sole”, in un certo senso, si fatica a dire cosa sia, che tipo di romanzo: forse, è un romanzo jazz.
Si tratta del testo d’esordio di Togawa Masako, scrittrice giapponese che proprio a tale romanzo, la cui prima edizione è datata 1957 e che si aggiudica il prestigioso premio Ranpo Edogawa, deve una parte non piccola del proprio successo. Il supplemento letterario del Times, addirittura, è arrivato a definire Togawa Masako “La P.D. James giapponese”.
Già in questo primo romanzo, Togawa Masako mostra, nello sviluppo dell’intreccio e nella cura dei particolari, le qualità di una scrittrice a tutto tondo, che sa andare al di là degli steccati imposti dai generi. Un romanzo jazz, per l’appunto: ma quali elementi costitutivi possiamo individuare, osservandolo più da vicino e cercando di catturarne la magia?
C’è qualcosa del romanzo giallo, senz’altro: un mistero che si infittisce pagina dopo pagina, amplificata da un uso incisivo e curato di flashback e di flashforward, che arricchiscono la trama di sorprese e anticipazioni.
Ma c’è anche altro: un racconto delicato delle paure e delle speranze, purtroppo in gran parte ormai deluse, delle signore sole che abitano la misteriosa residenza “Residenza K per signore sole”, attorno alla quale ruota l’intera vicenda, anzi attorno alla quale ruotano diverse vicende, che finiranno per intrecciarsi: proprio come tratti di melodia apparentemente slegati si inseguono senza mai raggiungersi.
In quella residenza, una delle signore aspetta un uomo da sette anni. Oltre a essere uniti dall’amore, i due custodivano un oscuro segreto, un segreto inconfessabile. Forse è proprio la paura di essere rimasta sola a portare quel peso, più ancora dell’incrollabile amore a costringere la donna a credere che l’uomo tornerà, malgrado la ragione suggerisca diversamente.
Oltre a questa storia però che, potremmo dire, apre e chiude la vicenda, segnandone gli snodi principali, se ne affacciano sulla scena diverse altre. Quella di una professoressa di musica malinconica e quella di una portiera forse troppo curiosa, ad esempio.
Si tratta di storie delicate, che raccontano un paese che sta faticosamente cercando una nuova normalità, dopo la sconfitta nel secondo conflitto mondiale. E ciascuna delle signore sole, a suo modo, ripercorre questa parabola, trovandosi come sospesa tra il desiderio di dimenticare e l’obbligo di ricordare.
Nessuno è senza colpa, ma è difficile individuare una sola colpevole. E la residenza poi, è così anonima con i cinque piani tutti uguali, i centocinquanta appartamenti tutti uguali, le porte che si aprono tutte con un passe-partout, che passerà più volte di mano in mano.
E poi, l’evento scatenante. È necessario spostare l’edificio, per fare posto a una strada, capace forse di condurre a destinazioni inesplorate, di lasciar immaginare un nuovo percorso. Non c’è da preoccuparsi, dicono i tecnici. Lo spostamento non creerà nessun tipo di disturbo alle inquiline: la tecnologia lo consente.
Ma le signore sanno, in cuor loro, anche se forse temono di confessarlo perfino a loro stesse, che quello spostamento segna una cesura tra passato e futuro, che le costringerà a confrontarsi con colpe e omissioni di un doloroso passato. Non tutte, purtroppo, ne avranno la forza. E così, vecchi misteri finiranno per cedere il passo a nuovi misteri, non meno inquietanti.
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