Requiem di provincia – Davide Longo
Certe volte il tempo va all’indietro. Come il whisky versato piano in un bicchiere opaco, “Requiem di provincia” ci riporta agli albori di una delle coppie investigative più amate del noir italiano: Corso Bramard e Vincenzo Arcadipane. E lo fa con il passo lento e implacabile delle storie che lasciano il segno.
Siamo nel 1987, a Casalforte, provincia torinese. Un uomo viene freddato con un colpo in testa sulla soglia della propria villa. Non un uomo qualunque: Eric Delarue, imprenditore carismatico e rispettato, un Julio Iglesias in versione sabauda. Nessun movente, nessun testimone, nessun indizio. Solo un cadavere elegante e una comunità che preferirebbe voltarsi dall’altra parte.
La versione ufficiale arriva in fretta, comoda e preconfezionata: terrorismo. Una rivendicazione anonima e tutto a posto. Ma Bramard, commissario inquieto e insubordinato, e il giovane ispettore Arcadipane, ancora con la voglia di studiare in tasca, non se la bevono. E partono in un’indagine parallela, clandestina, a bordo dell’Alfa 33 Quadrifoglio Verde. Dove vanno? Non lo sanno nemmeno loro. Ma ci vanno, come si va incontro a una verità che fa male.
Il romanzo è un prequel che chiude il cerchio. Un noir torbido e umanissimo che scava nella borghesia torinese più ipocrita, tra salotti che puzzano di perbenismo e scheletri che fanno rumore dietro porte foderate di velluto. Il ritmo non è da thriller ansiogeno: Longo costruisce la tensione come un artigiano, una parola alla volta, cesellando dialoghi memorabili e personaggi che restano.
La scrittura è poetica e sporca. Ruvida come i bicchieri nei bar della provincia, ma capace di toccare corde profonde. Longo non scrive per intrattenere, scrive per lasciare un’eco. Le sue frasi sono fendenti: a volte liriche, altre graffianti, spesso dolorose. Dialoghi che sembrano pugni. Atmosfere che odorano di pioggia, alcol, e rimpianto.
I personaggi sono vividi. Bramard ancora in divisa, già segnato da un’irrequietezza che non troverà pace; Arcadipane più giovane, più ingenuo, ma già fedele come un cane bastonato. I battibecchi tra i due sono piccoli gioielli: ironici, veri, commoventi.
Cosa resta, alla fine? Un senso di malinconia che ti si appiccica addosso. Una consapevolezza: che il male, nella provincia, ha sempre la faccia gentile del vicino di casa. E che certe indagini, anche se partono da un morto, arrivano sempre a parlare di noi vivi.
“Requiem di provincia” è un brindisi amaro alla memoria. E, come certi bicchieri che si vuotano piano, lascia il fondo pieno di pensieri. Il nostro consiglio? Versatene un altro. E poi tornate indietro, a “Il caso Bramard“, perché da Longo, ogni romanzo è un tassello che sa di verità.
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