Il caso Bramard – Davide Longo
Einaudi ha deciso di ripubblicare quest’anno la cosiddetta trilogia di Bramard e Arcadipane, che vede come protagonisti Corso Bramard (ex ispettore di Polizia) e Vincenzo Arcadipane (attuale ispettore), opera dello scrittore piemontese Davide Longo. Oggi recensiamo, qui a Thriller Cafè, il primo episodio della saga: “Il caso Bramard”, originariamente uscito per Feltrinelli nel 2014.
Siamo nelle colline del Roero, che insieme a Langhe e Monferrato sono gli scrigni enogastromici (più eno forse che gastronomici) del Piemonte. Qui si è ritirato a vivere in solitudine l’ex ispettore Corso Bramard, che dopo aver perso moglie e figlia per mano del serial killer che si fa chiamare Autunnale, fa l’insegnante a scuola part-time e non disdegna di collaborare con l’ispettore di polizia Arcadipane, se le circostanze lo richiedono. E le circostanze si presentano quando proprio Bramard riceve l’ennesima lettera di Autunnale. Una lettera grazie alla quale, aiutato dalla poliziotta anti-conformista Isa Mancini, Bramard riuscirà a venire a capo dei misteri che circondano la figura di Autunnale, sprofondati nelle pieghe della borghese collina torinese.
Longo, classe 1971, ha talento da vendere. Ha uno stile molto personale che introduce un linguaggio che potremmo definire para-dialettale. Non a caso Baricco, nel risvolto di copertina, arriva a definire Bramard il Montalbano piemontese. La sua prosa è però abbastanza tagliente e asciutta e non ha nulla dei richiami barocchi di Camilleri (se prendiamo per buono un paragone che può sembrare a tratti irriverente). La conoscenza del milieu piemontese è in effetti molto ben trasposta nelle pagine del romanzo, dove vengono messi in risalto alcuni tratti tipici della sub-cultura (in senso positivo) piemontese (come per esempio le mitiche caramelle gommose Sucai che mi hanno riprotato all’infanzia). Ancora una volta, senza essere troppo irriverenti o pretenziosi, viene naturale pensare ai gialli di Fruttero e Lucentini, anche perché, come ne “La donna della domenica” anche in questo caso parte dell’azione avviene nella collina torinese.
Dentro il personaggio di Corso Bramard, ci sono però molti altri spunti interessanti. C’è il tema della fuga dalla metropoli, che proprio in Piemonte ha avuto molti seguaci, che hanno abbandonato Torino per rifugiarsi nelle campagne circostanti. C’è l’amore per la montagna e per la natura più in generale, grazie al quale Bramard riesce a lenire il proprio dolore. L’ex ispettore è anche la celebrazione di un distacco dal personaggio del commissario metropolitano frenetico e intriso di cultura urbana e questo è forse l’aspetto che più ci autorizza ad accostare Bramard al Montalbano rifugiato a Vigata, lontano dal rumore della civiltà. Ma Bramard ha tuttavia il suo alter ego Arcadipane (che ricorda moltissimo il Santamaria di Fruttero e Lucentini) che è invece ancora “inserito” nel tessuto urbano e genera un’interessante dialettica con il solitario personaggio principale.
Due ulteriori spunti interessanti che si colgono in questo bel romanzo, al di là della capacità di tratteggio dei personaggi che come avete capito è decisamente elevata. La prima è la “riverenza” (mi veniva cortesia, ma vorrei finire con la piemontesità) che Longo mostra nei confronti dell’universo femminile. Le sue donne sono sempre personaggi positivi, spesso vittime degli uomini, con i quali invece l’autore è molto meno tenero. I padri stravedono per le figlie e sono pronti a qualsiasi cosa per loro, non a caso Bramard fugge per la perdita della compagna e della figlia. La seconda è il rispetto per gli ultimi. Chi è stato o è meno fortunato ha sempre salva la sua dignità e con i tempi che corrono, questo è un messaggio prezioso.
Libri della serie "Bramard e Arcadipane"
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