Lo capisci subito che è del mestiere, dalle prime quattro righe. Non è una scrittrice o, meglio, non è solo una scrittrice: lo è diventata e, prima ancora di romanzare, Suzie Miller ha sceneggiato. Questo libro nasce da un’opera teatrale, pluripremiata, che ha poi sviluppato in una storia più ampia sia nel tempo che soprattutto nello spazio, oltre l’angusto impiantito di un palcoscenico.
E’ stata avvocato, anche lei. Si legge in terza di copertina, ma chi un minimo mastichi legge – come dicevo – la sgama subito, perché la prima immagine con cui apre la narrazione è proprio un frame, uno scatto che si può descrivere solo dopo averlo veduto, e quindi solo da chi l’ha vissuto. È il tratteggio della categoria forense declinata al femminile. D’accordo, la storia è ambientata a Londra e quindi risente di tutti gli influssi tipici dello svolgimento della professione e, prima ancora, dell’approdo all’università dei sistemi di common law ma, al netto di certa terminologia tecnica e di gustosi dettagli tradizionali, come la parrucca da indossare in aula, tutto il mondo è paese. È tribunale.
La protagonista, Tessa, è una giovane penalista rampante, a cui vengono affidate cause sia d’ufficio che di fiducia (traduco per semplicità nel linguaggio italiano omologo), che gode di una fama (meritata) di ottimo legale, tant’è che viene candidata ad un premio. Vincerlo potrebbe significare entrare in un grande studio oppure scalare la gerarchia forense.
Sa di meritarselo, perché arriva dalla gavetta. È nata a Luton (famosa solo perché Ryan air ci ha posto un hub per raggiungere Londra) da una madre semplicissima di gusti e di aspirazioni ed ha convissuto con un fratello tanto amorevole quanto incline alle risse, ergo col curriculum penale già compromesso.
Si è aggiudicata la borsa di studio, si è mantenuta agli studi facendo la cameriera. Ha sudato lacrime e sangue, ma ora ha un bell’appartamento in città, una stanza in un bello studio legale condiviso con alcuni colleghi e un approccio disincantato e pragmatico alla vita. Vuole andare avanti, fare carriera. Si sente brava, la vita gliel’ha confermato, deve impegnarsi e proseguire. A qualsiasi costo, anche asfaltando le controparti che, trattandosi di penalista, sono le vittime.
Il romanzo è ricco di descrizioni di attività di udienza, con le questioni e le eccezioni e le opposizioni e, soprattutto, i controinterrogatori. Tessa è scaltra, preparata, non ha un solo pelo sullo stomaco. Conosce il mestiere e sa cosa dire e come dirlo per cavare il suo cliente dai guai.
Insomma, una donna brillante, che ci immaginiamo bella, con giusto una punta di senso di inferiorità nei confronti dei colleghi rampolli di avvocatoni, che dribbla a suon di tacchi alti e sguardo fermo, tutto bello e tutto glam fino a … fino a quando la vita la sbatte dall’altra parte. Una serata divertente, un corteggiamento audace, molto, troppo alcool in corpo, e Tessa finisce esattamente nella situazione in cui si sono trovate molte donne contro cui ha lavorato: le vittime degli stupratori che lei ha difeso. Adesso, quella violentata, è proprio lei. Vergogna, pentimento, autocondanna e poi coraggio ed abnegazione la portano a decidere di querelare e poi di affrontare il dibattimento, dove sulla sua pelle passeranno tutti i trucchi e i mezzi tecnici di cui prima faceva ottimo uso proprio lei.
Un procedural amaro, dolente, estremamente critico nei confronti del sistema processuale dei paesi anglosassoni, dove c’è una giuria a decidere di violenze sessuali (da noi no, per carità!), scritto con una mano da avvocato (o ex tale) e l’altra da profonda psicologa, conoscitrice delle pieghe dell’anima femminile. Un romanzo che ti schiaffeggia con la considerazione che certe cose possono succedere davvero a tutte, che il livello di guardia non è mai troppo alto, che la spregiudicatezza è un aspetto del comportamento che spesso, quasi sempre si paga. Ma anche un libro sulla sorellanza, sull’empatia tra donne, sulla constatazione che può mancare dove la credevi scontata e, invece, affiorare da una sconosciuta.
Questo è un libro che, se io insegnassi in un liceo, assegnerei da leggere e poi commentare a ragazze e ragazzi. E poi ascolterei curiosa anche l’opinione dei miei colleghi.
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