E’ sangue di noi tutti – Valerio Varesi

Editore: Neri Pozza
Michele Mennuni
Protocollato il 19 Agosto 2026 da Michele Mennuni con
Michele Mennuni ha scritto 25 articoli
Archiviato in: Recensioni libri
Etichettato con:
Il riassunto
E’ sangue di noi tutti – Valerio Varesi

All’inizio del mese di luglio, nel cortile della Biblioteca civica di Parma, si è tenuta la presentazione di “È sangue di noi tutti” (Neri Pozza Editore, giugno 2026), l’ultimo romanzo di Valerio Varesi, giornalista di Repubblica e autore della fortunata serie di indagini del commissario Franco Soneri, reso famoso dalla serie televisiva “Nebbie e delitti“, interpretata da Luca Barbareschi.

In questo libro, tuttavia, non c’è il commissario Soneri, e non vale la pena di lambiccarvi il cervello alla ricerca dell’immancabile assassino: l’autore del delitto lo conosciamo già fin dall’incipit, bello e lapidario nello stile di Varesi:
«Ci si genuflette per pregare, per rendere omaggio a una divinità, a un santo o a una donna. Ma il poliziotto si è genuflesso per uccidere. A volte i gesti capovolgono il loro senso. E con essi anche quello della Storia, che inverte la marcia e rigurgita il passato.»
Tutto il romanzo è racchiuso nell’epilogo di questa frase. Come nel buio di una sala cinematografica, la pellicola si riavvolge: si sente il ronzio continuo della manovella, il classico fruscio delle bobine che girano al contrario fino al crack, al suono secco e deciso dello sparo, che segna la fine e insieme l’inizio del racconto.
Tutto si ferma e la storia prende avvio ripercorrendo a ritroso il nastro della vita dei due personaggi principali: la vittima, Afro Tondelli, e il poliziotto che lo uccide.
Durante una manifestazione, il poliziotto si inginocchia, prende la mira e spara. La vittima è Afro Tondelli, assassinato in piazza dei Tribunali a Reggio Emilia insieme ad altri quattro manifestanti il 7 luglio 1960.
Avete capito bene: nell’estate del 1960 i carabinieri e la polizia del governo Tambroni hanno licenza di uccidere. Un poliziotto ha potuto sparare impunemente a un uomo, autorizzato dalle leggi, dalle istituzioni e dagli uomini di governo, nel corso di una manifestazione di protesta di operai e contadini.
Siamo negli anni del boom economico: l’Italia non è più un paese unicamente agricolo, si sviluppa l’industria, si costruisce l’Autostrada del Sole, arrivano i televisori, le lavatrici, le automobili, a Torino c’è la Fiat; ma emergono anche profonde contraddizioni, squilibri sociali e un sistema politico incapace di integrare le masse lavoratrici.
Gli operai delle fabbriche e i giovani (i “ragazzi con le magliette a strisce”) diventano i nuovi partigiani, pronti a rivendicare il giusto salario e il riscatto sociale.
Nella primavera del 1960 si forma il governo Tambroni, un monocolore democristiano che ottiene la fiducia solo grazie ai voti determinanti del neofascista Movimento Sociale Italiano (MSI). È il tradimento dei valori costituzionali della Resistenza e le piazze insorgono.
Non sembra forse di ascoltare un giornale radio odierno?
Il libro di Varesi diventa così un monito per non dimenticare le tragedie della nostra storia recente: l’Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia a Brescia, la stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e Ustica. Sono i cold case della storia italiana dal dopoguerra a oggi, delitti irrisolti ben diversi da quelli ripetitivi di cronaca nera che riempiono i pomeriggi e le serate televisive, distogliendo l’attenzione dal progressivo impoverimento della società.
Per Varesi il delitto non è un semplice mistero da risolvere: il suo noir è pedagogico, un romanzo storico e civile alla ricerca delle responsabilità della società e delle istituzioni, che hanno permesso, se non proprio fiancheggiato e occultato, le stragi, fino alla stagione degli anni di piombo e delle lotte operaie. L’Italia è un Paese che rimuove le proprie tragedie, una nazione priva di memoria storica, caratterizzata da continui tentativi di cancellare il passato.
Dopo il 1945 e la nascita della Repubblica, il nuovo assetto dello Stato si è sviluppato sulle ceneri e sugli apparati repressivi del regime fascista. Prende forma così la strategia della tensione, in cui il colpevole sembra sfumare nel dualismo irrisolto tra “rosso” e “nero”, tra comunismo e fascismo, incarnati dai due antagonisti del romanzo: Afro Tondelli e il poliziotto.
Arriviamo così al racconto e allo stile narrativo, che superano la lentezza del saggio storico per trasformarsi in squarci cinematografici e citazioni letterarie. Quando vengono descritte le condizioni di vita della famiglia Tondelli, sembra di rivedere le scene de “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi o di rileggere le pagine dei “Malavoglia” di Giovanni Verga.
Quella che oggi è la Pianura Padana, la provincia più ricca e operosa d’Italia, alla fine dell’Ottocento conosceva invece un’estrema indigenza. Modena, Reggio Emilia, Bologna e Parma, le città verso cui si dirigono oggi i giovani laureati del Sud in cerca di lavoro (senza più le valigie di cartone dei loro antenati), all’inizio del Novecento condividevano gli stenti del mondo contadino.
Erano gli stessi contadini e braccianti agricoli che negli anni Cinquanta, migrando come fanno oggi coloro per i quali si invoca il rimpatrio, venivano a mietere il grano dal Tavoliere delle Puglie e dall’entroterra lucano (da Altamura, Gravina e Irsina). Nelle fresche serate di giugno riempivano le piazze dei paesi, sdraiati su poveri giacigli in attesa di un’altra giornata di duro lavoro, armati di falce e cannelle per non ferirsi le dita, ma sempre pronti ad arrotolarsi una sigaretta di trinciato forte o a masticare tabacco.
La genesi della famiglia Tondelli ci riporta a quel mondo agricolo; parallelamente, una famiglia di origini borghesi e bottegaie forgerà il poliziotto che diventerà fascista e agente segreto della temibile OVRA (Opera Volontaria per la Repressione dell’Antifascismo).
La vicenda di questo ragazzo, che a malapena riesce a soddisfare le aspettative dello zio Prometeo (gerarca fascista), ci induce quasi inconsciamente a guardarlo con una velata simpatia. Lo accompagniamo in ogni suo sforzo di trasformarsi nell’uomo duro e forte preteso dall’ambiente, ma l’impresa richiesta da questa mentalità si rivela impari.
Dai suoi primi passi come balilla fino ai timidi e insicuri approcci sessuali, il giovane fallisce in tutto. Costretto a ricoprire il ruolo dell’uomo virile preteso da Mussolini e dalla famiglia, trova ogni ostacolo insormontabile, finché non individua l’unica via in cui annullarsi: quella delle armi, della violenza e della sopraffazione, alternata ai grigi momenti trascorsi nei postriboli dove lo zio lo conduce per l’iniziazione.
Sulle orme dello storico Plutarco, Varesi ci cattura nelle vite parallele di questi due protagonisti, che incarnano le fratture insanabili dell’Italia del Novecento: da un lato Afro Tondelli, personaggio reale di origini contadine ed ex partigiano; dall’altro il poliziotto senza nome, figura d’invenzione posta a simboleggiare la violenza repressiva del regime.
Seguiamo così con partecipazione le vicende di questi due giovani, un comunista e un fascista, la cui contrapposizione sintetizza le radici della nostra storia. In ambito letterario, questo dualismo richiama lo stato d’animo espresso nelle celebri pagine de Il rosso e il nero di Stendhal, incentrate sull’ambizioso Julien Sorel, diviso tra l’ardore rivoluzionario e l’opportunismo sociale.
A ben vedere, questo dualismo è sia cromatico sia ideologico: il «Rosso» rappresenta l’ideale rivoluzionario, la sinistra e la passione politica; il «Nero» incarna il potere costituito e la repressione poliziesca impregnata di spirito fascista. L’ideale di Afro è la lotta di liberazione; quello del poliziotto è la conservazione dello status quo, la cieca obbedienza e il fascismo.
Quando il poliziotto si inginocchia e spara a Tondelli, emerge una figura letteraria che rispecchia una realtà tristemente presente in molti scioperi ed episodi di piazza: la violenza di Stato a difesa dell’ordine costituito e la continuità dell’apparato fascista nell’Italia del dopoguerra. Il questurino che usa il manganello e fa fuoco non è mosso da un odio personale verso la folla, ma è stato plasmato da un addestramento alla violenza, alla cieca obbedienza, al culto della forza e alla sottomissione alle gerarchie.
Nella sua mente risuonano i vecchi slogan come «libro e moschetto, fascista perfetto» e le parole d’ordine «Dio, Patria, Famiglia», ancora care a parte della destra italiana.
Afro Tondelli, al contrario, è cresciuto tra i mezzadri della campagna reggiana, tra stenti e lavoro nei campi; per lui la scelta antifascista rappresenta la volontà di riscatto delle nuove generazioni.
Così, nelle mani di uno scrittore consapevole, il noir abbandona la funzione di mero intrattenimento a cui viene spesso relegato ed assurge a letteratura d’impegno civico, capace di scuotere le coscienze.
Le classi subalterne di fine Ottocento — gli umili e i contadini, un tempo rassegnati e devoti — si sono ormai emancipate dopo le drammatiche esperienze delle due guerre mondiali, e i loro figli lottano ora per la giustizia e la libertà. Eppure, un’ombra continua a serpeggiare, un’eredità sopravvissuta alla nascita della Repubblica che riaffiora costantemente. Non bisogna abbassare la guardia: a Reggio Emilia morirono cinque giovani, tre dei quali ex partigiani, uccisi da coetanei in divisa che, sotto la giubba dell’esercito o della polizia, custodivano ancora — come un’impronta nella coscienza — la camicia nera.