Presunto colpevole – Scott Turow
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Uno dei procuratori più famosi d’America, Rusty Sabich, è tornato, per mano di uno degli scrittori più quotati di sempre, Scott Turow, e stavolta deve affrontare l’inedito ruolo di avvocato difensore in “Presunto colpevole” (Presumed guilty) (Mondadori 2025). Ne sentivate la mancanza, dite la verità…
Procuratore. Giudice. Imputato. E adesso avvocato difensore. A parte il cancelliere quando dice “Silenzio in aula” all’inizio di ogni sessione, avrei finito per interpretare tutti i possibili ruoli in aula.
L’ex giudice Sabich si è ritirato e vive in una bella casa sul lago nel Midwest, a nord della sua amata Kindle County. Troppi ricordi brutti, relativi sia alla morte dell’ex moglie Barbara che alla vecchia vicenda giudiziaria relativa all’accusa di omicidio della sua amante Carolyn Polhemus. Con l’aiuto del suo grande amico Sandy Stern era riuscito a scagionarsi e a farsi reintegrare, ma la sua vita personale era andata in frantumi.
A settantasette anni, invece, un nuovo amore alberga nel suo cuore per la compagna Bea, un’insegnante divorziata e madre di un ragazzo adottivo di ventidue anni, Aaron. La loro rinnovata serenità di coppia è però stravolta dalla scomparsa proprio di Aaron che allarma non poco la madre, perché il ragazzo è sotto ordinanza restrittiva del giudice in virtù di una condanna per possesso e uso di sostanze stupefacenti.
Un passato turbolento legato alle cicatrici dell’adozione e alla difficile integrazione nella Skageon County a prevalenza bianca – lui, nero, e figlio adottivo di una madre bianca single – unito alla frequentazione della fidanzatina di sempre Mae Potter, tossicodipendente anch’essa, è il campionario di ferite che il ragazzo aveva cercato di far rimarginare con l’uso di sostanze.
La madre Bea, però, è sinceramente convinta che Aaron sia pulito oramai da tanto e che l’unica fonte di dolore nella vita del figlio sia il rapporto altalenante e conflittuale con Mae, figlia della famiglia più potente della Skageon County, i Potter che, neanche a dirlo, aborriscono l’idea che la loro rampolla possa sposare un nero.
Da sempre cerco di capire come mai l’élite WASP di questo paese sia tanto bella. Penso che, in un certo senso, sia frutto del fatto che detengono il potere da sempre, ovvero solo stati loro a stabilire gli standard estetici a loro immagine, oppure sono stati presi a modello: alti, biondi, occhi azzurri, atletici. E, come è ovvio, per intere generazioni si sono sposate con persone come loro, e i figli biondissimi sembrano fatti con lo stampino.
Ma Aaron e Mae sembrano talmente tanto uniti, nonostante le crisi, che vogliono sposarsi e sono partiti per un weekend in tenda per costruire insieme quell’idea di nuova vita insieme.
Quando Aaron tornerà senza Mae al seguito, farfuglierà di una furiosa litigata con lei che lo avrebbe spinto a strapparle in cellulare di mano e a ripartire in autostop, lasciandola da sola nel bosco.
La situazione si complica ulteriormente quando il mancato rientro di Mae a casa dopo qualche giorno, mette in allarme i Potter. Il padre Hardy, il potente procuratore della Kindle County, farà pressioni sulle forze dell’ordine affinché tengano sott’occhio Aaron di cui ovviamente non si fida e amplino il raggio di azione delle ricerche della figlia, che dopo quindici giorni di assenza sarà ritrovata morta dentro la sua macchina, in fondo ad una scarpata.
Tutti gli indizi sembrano portino dritto ad Aaron e la procura non esita ad emettere un ordine di cattura contro di lui. Quando il figlio sarà arrestato con l’accusa di omicidio, Bea sarà disperata e chiederà proprio a Rusty di aiutarla, difendendo suo figlio in dibattimento. Rusty si oppone fermamente, ma Bea sa come colpirlo:
Sai quali sono le tue qualifiche? Capisci cosa significa essere accusati di un omicidio che non hai commesso.
Sabich è costretto quindi a mettersi in gioco come legale e come uomo, affrontando un processo in salita, dall’esito scolpito nel pregiudizio razziale ancora vivo e vegeto in quella parte d’America.
Come è strano, anzi notevole, ritrovarmi di nuovo nell’arena alla quale ho dedicato molte delle mie energie di adulto, ma anche il luogo di alcune delle mie più intense delusioni. […] Nella mia vita, però, non esiste un altro posto come questo, che richiede la massima concentrazione e prontezza mentale.
Costruire la difesa di Aaron per Rusty è un lavoro improbo, sia per via dell’età incipiente, sia perché ha paura che comunque vada la vicenda processuale del figlio, la madre Bea smetta di avere quella comunione straordinaria con lui o, peggio, possa rivelare lati del carattere finora non in luce. E questo sarebbe un dolore intollerabile per l’anziano avvocato.
Gli psicologi dicono che un secondo matrimonio fallito significa aver fatto due volte lo stesso errore. E ci sarebbe una circolarità perversa nel vivere ancora una volta con una persona dotata delle stesse abilità oscure. Io non posso.
Come un equilibrista che avanza lentamente sulla fune tesa nel vuoto, così Rusty Sabich dovrà dar fondo a tutta la tenuta nervosa di cui sarà capace per cercare anche di tenere in piedi quell’idea di “nuova famiglia” a cui anela per l’ultima parte della propria vita.
Le simpatie del sistema giudiziario vanno sempre alle famiglie delle vittime di omicidio, però si tratta di un’esperienza altrettanto pesante, se non peggiore, per chi vuole bene all’accusato. Come la guardia carceraria che oggi ha lanciato a Bea una lunga occhiata, tutti tendono a presumere che partner, figli e genitori dell’imputato meritino quelle sofferenze. E in effetti finiscono distrutti dal peso combinato del disprezzo e della perdita.
Dire che mi sono immersa nella lettura di “Presunto colpevole” è un eufemismo.
La pura verità è che ne ho fatto la mia ragione di vita per quattro giorni interi, sicura che sarebbe rimasta impressa nella mia memoria come una delle mie letture epiche, totalizzanti, una pietra miliare assoluta del mio bagaglio di lettrice pari a “Presunto innocente“, divorato nell’ormai lontano (ahimé) 1987.
Ecco però che quel malessere che mi aveva colto all’inizio della lettura e che mi aveva spinto a giudicarmi male (una vocina dentro di me mi dava della pazza e dell’incosciente a giudicare troppo duramente un maestro come Turow), durante la stesura della recensione è divenuta improvvisamente chiara, rivelandosi una grande lezione di scrittura su come un titolo troppo esplicito possa mandare in malora la costruzione delle prime centottanta pagine di un romanzo oltremodo corposo (oltre cinquecento pagine). Mi spiego.
Il titolo è già uno spoiler e dunque le 180 pagine di preambolo al processo di Aaron risultano infinite e fuori contesto.
Se il titolo fosse stato diverso e il lancio del romanzo meno focalizzato sulla figura di Sabich-avvocato-difensore-per-la-prima-volta, avrebbe avuto tutto un altro senso la parte iniziale in cui l’autore delinea i personaggi e semina corposi dubbi in merito, ad esempio, al fatto chiave, cioè la sparizione di Mae Potter.
Tanto per fare un esempio pratico, diventano oltremodo ridicole delle affermazioni di questo tipo: “Ho fatto una ricerca in rete e ho scoperto che ogni anno circa 600.000 americani abbandonano la loro vita con la subitaneità e l’irrevocabilità di un operaio alla catena di montaggio che urla una frase oscena, toglie gli occhiali protettivi, sfila i guanti e lascia il lavoro per sempre. Migliaia di uomini e donne partono per un viaggio di affari e non tornano più. Le casalinghe se ne vanno lasciano acceso il ferro da stiro come se un’ennesima camicia stirata potesse strappare loro l’anima. Difficilmente queste persone fanno una brutta fine, ma spesso ci vogliono anni per saperlo”…. se è già noto che Mae sarà ritrovata morta e Aaron sarà incolpato e difeso da Sabich.
Questa focalizzazione sul processo, che sarà affrontato solo a quasi duecento pagine dall’inizio del romanzo, dunque, rende quasi superflue almeno cento pagine precedenti, perché qualsiasi teoria alternativa alla morte di Mae decade automaticamente, perché è noto ab initio che ne se scoprirà il cadavere.
Né si può affermare che la lunghezza del romanzo strizzi l’occhio direttamente alla produzione di una serie tv in più puntate, perché giova solo ricordare che con cento pagine di meno, Michael Connelly ha confezionato il suo “Il dio della colpa” che è valso otto puntate Netflix di Avvocato di difesa.
Quando poi ho superato lo scoglio delle pagine prolisse, però, e mi sono tuffata in un dibattimento pieno di deduzioni, controdeduzioni, eccezioni, testimonianze fallaci, prove scovate al limite dell’impossibile, mi sono ricordata di quanto amo la scrittura di Turow e i suoi legal thriller.
Ѐ difficile da digerire, nello stesso anno, la fine di due dei miei personaggi preferiti di sempre: Harry Bosch e Rusty Sabich.
Connelly è irremovibile nella decisione ma chissà che Turow, invece, non ci stupisca con un altro caso del nostro amato Rusty, magari ottuagenario…
Nella vita non esiste un momento simile a quello in cui una giuria emette un verdetto. Certo, la nostra esistenza cambia sostanzialmente per eventi inattesi come un incidente d’auto fatale o una diagnosi di cancro, ma il verdetto di una giuria è uno dei rari istanti in cui noi, come società, accettiamo i cambiamenti fondamentali che avverranno in seguito. Certo, la posta in gioco più alta è quella dell’imputato: carcere per anni o libertà.
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