Nella collana “True Crime” di Giunti, esce “Nessuno”, di Eugenio Nocciolini ed Edoardo Orlandi, drammaturgo il primo e avvocato il secondo, racconto romanzato della vicenda del Mostro di Firenze. Il libro prende le mosse dal precedente podcast degli stessi autori, che ha avuto un notevole successo. La storia è ovviamente e tristemente nota, il pregio di questo volume è la scelta della scansione narrativa centrata sulle “voci” (come definisce il sottotitolo del volume, forse in omaggio al podcast) dei protagonisti. Un susseguirsi di piccoli contributi in soggettiva dei diversi personaggi, vittime comprese, attraverso cui si ripercorre l’intero arco dei fatti.
Il collante della narrazione è il giornalista immaginario Libero Picchi, che vive in prima persona tutte le vicende, dall’inizio alla fine, o meglio dal primo delitto per il quale si cominciò a parlare del Mostro, ossia l’uccisione di Carmela di Nuccio e Giovanni Foggi, trucidati a Mosciano di Scandicci la notte del 6 giugno 1981. Fu in quella circostanza che qualcuno fece l’associazione con il delitto di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, uccisi con modalità analoghe a Borgo San Lorenzo sette anni prima e si cominciò a parlare di un serial killer delle colline toscane. Solo più avanti, dopo altri due delitti, e in circostanze mai chiarite fino in fondo, un precedente duplice delitto del 1968 (dove a morire furono Barbara Locci e Antonio Lo Bianco) venne attribuito al Mostro perché si scopri che a sparare era stata la stessa calibro 22 di Scandicci.
L’efficacia e la bellezza di questo racconto sono inoltre dovute al fatto che di ogni delitto non ci si limita a narrare soltanto una cronaca circostanziata degli eventi, ma si registrano anche i fatti e le voci di contesto, il clima del tempo. Per finire con un capitolo abbastanza lungo che ripercorre le numerose vicende processuali, consegnandoci dell’intera serie di delitti un quadro decisamente completo.
Due elementi vanno messi in luce riguardo questo racconto. Il primo è che l’intero arco della narrazione, capitolo finale compreso, punta a mettere in luce i molti elementi poco chiari e a delineare come l’intera serie di delitti sia ancora oggi per larghi tratti avvolta in un alone di mistero che la verità giudiziaria ben poco ha contribuito a diradare. Il secondo è che questo triste evento di cronaca ha segnato ben più di altri il clima, l’atteggiamento e direi l’intero modo di affrontare il tempo libero di un’intera generazione di giovani fiorentini. Si tratta quindi, prima ancora che di un true crime, di un intero episodio della vita sociale fiorentina dalla fine degli anni sessanta alla metà degli anni ottanta.
Personalmente, ho rafforzato la mia convinzione, che nutro ormai da tempo, che Pacciani e i compagni di merende poco abbiano a che vedere con la serie degli omicidi e che potrebbero semplicemente essere stati marginalmente lambiti da una vicenda che ha ben altri livelli di responsabilità e di copertura. Credo anche che questo libro sia molto istruttivo per chi ha sentito poco parlare di questi episodi e voglia farsene una prima infarinatura.
In più, in chiusura, una piccola nota per voi avventori che amate appollaiarvi sugli sgabelli del Thriller Café. In pochi altri libri come in questo, compare una chiara evidenza del fatto che il risultato delle indagini è fortemente e irreversibilmente condizionato dal contesto ambientale, sociale, direi quasi antropologico del momento e del luogo nel quale gli investigatori operano. Nessun delitto è asetticamente estraibile dal locus e dal tempo nel quale è maturato. E, proprio come avrebbero fatto nelle loro indagini Philip Marlowe o Sam Spade (per citarne due a caso), scoprire la verità su un delitto significa mettere a nudo gli anfratti più bui e scomodi della società nella quale viviamo. Cosa che, in questo caso, forse non si ha avuto il coraggio di fare fino in fondo.
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