Su ThrillerCafe True Crime recensiamo oggi “Il lato oscuro“, un saggio di Vittorino Andreoli, neurologo e psichiatra di fama mondiale.
Vittorino Andreoli affronta ne “Il lato oscuro” nove storie di sangue e follia. Ciascuna di esse è divisa in tre parti: “il fatto”, ovvero la descrizione nuda e cruda dei crimini; “la personalità dell’assassino”, in cui viene posto l’accento sui protagonisti; e infine “la psicodinamica del delitto”, che ricostruisce l’accaduto alla luce delle caratteristiche e delle motivazioni dell’esecutore.
Abbiamo così le vicende di serial killer come Bilancia e Profeta, o di presunti tali, come Pacciani, accostate a quelle della figlicida Maria Pasini e del paranoico Mariano Molon, che uccide una persona, ne costringe una seconda a uno stato vegetativo e ne ferisce molto gravemente una terza. Poi ancora: Eugenio Michelotto, che in un momento di rabbia incontrollata uccide il padre e riduce in fin di vita la sua compagna, Franca Maria Bauso, uxoricida con l’aiuto dei figli, Paolo Pasimeni, studente patricida, e infine Riccardo, un ragazzo dai deliri di onnipotenza che uccide la fidanzata che l’ha lasciato.
Sono storie che differiscono per molti aspetti, ma che sono accomunate dall’ombra lunga della morte: non solo quella delle vittime, ma anche quella dei carnefici. Secondo l’autore, infatti, il libro racconta storie di persone che si sentono morte, e per questo ammazzano, mentre «forse avrebbero preferito sentirsi vive e non ammazzare». Sta dunque nella disperazione, nella sensazione di aver perso tutto, la chiave di lettura dei tanti delitti: nel momento in cui ci si percepisce morti, allora muoiano anche gli altri. Si uccide la persona amata che ci ha abbandonato, il padre o il marito che ci hanno reso impossibile la vita, o anche il primo che capita, colpevole solo di non far parte di quel mondo interiore che si va sgretolando.
Quello di Andreoli è un viaggio alle radici della violenza. E, come lui stesso afferma, lo scopo del libro è uno solo: «comprendere l’ammazzare». Perché «una società ha bisogno di leggi, ma le leggi dovrebbero aver bisogno di conoscere bene l’uomo, che le deve applicare».
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