Sangue sul Tevere – Sanvitale e Palmegiani
Etichettato con: Armando Palmegiani, Fabio Sanvitale, True Crime
“Il Tevere è il fiume che porta via ogni nefandezza, porta via verso il mare ogni detrito ed impurità, nasconde ogni situazione, persone o cose.Affido al fiume il mio biglietto o la mia testimonianza di ciò che desidererei fare, il mio diario: che sia poi il Tevere a decidere dove volerlo portare.” (pag. 253)
“Sangue sul Tevere” è l’ultima fatica del collaudato sodalizio tra il giornalista Fabio Sanvitale e l’esperto di scena del crimine Armando Palmegiani (“Un mostro chiamato Girolimoni“, “Morte a Via Veneto” e “Omicidio a Piazza Bologna“).
Con la consueta perizia, gli Autori ci conducono sulla scena di alcuni omicidi efferati avvenuti a Roma nel secolo scorso, aventi come minimo comune denominatore il depezzamento delle vittime.
Cosa spinse Cesare Serviatti a fare a pezzi le donne che irretiva e a collocarle dentro valigie che lasciava sulle cappelliere dei treni? E Vincenzo Teti ad involtolare in stoffe di juta a più strati i resti dei coniugi Lovaglio e a gettarli tra i canneti del Tevere? E Pietro De Negri, meglio noto come “il canaro della Magliana”,ad infierire con ferocia inaudita sul corpo di Giancarlo Ricci?
Gli Autori faranno luce anche sulle motivazioni psicologiche, grazie all’apporto decisivo del professor Vincenzo Mastronardi, ma solo dopo aver ricostruito il contesto dal quale è scaturita l’azione criminosa, analizzato la scena del crimine e riletto tutte le carte processuali relative ai casi.
La particolarità dei libri di Sanvitale e Palmegiani risiede nel fatto che possono essere letti a più livelli da una platea più ampia di lettori, visto che le parti squisitamente tecnico-scientifiche -trattate peraltro con grande chiarezza espositiva – sono intercalate da pezzi di colore che inquadrano sociologicamente un’epoca (la cifra stilistica di Sanvitale). La descrizione del tessuto sociale del quartiere della Magliana in relazione all’omicidio Ricci, ad esempio, risulta essere di grande supporto alla comprensione del contesto in cui è maturato il crimine; così come attraverso la figura del Commissario Musco, l’investigatore che negli anni ’30 dette la caccia a Serviatti, si intravede la protervia del regime fascista. E che dire, poi, dell’omicidio dei coniugi Lovaglio, portato a termine in un’afosa serata di luglio del ’69 mentre lo sguardo di tutto il mondo era rivolto verso la Luna e il piccolo Lem intento ad atterrarvi?
Il punto vincente della produzione di Sanvitale e Palmigiani è però l’approccio investigativo in senso lato: la ricostruzione di un caso non parte dal movente, bensì dalla scena del crimine che, secondo l’habitus mentale di Palmegiani, si deve affrontare senza preconcetti, con rigore estremo e metodo minuzioso, “da destra a sinistra, dal basso verso l’alto”. Rigore, rilevazione scientifica e analisi dei dati.Il “metodo P” viene trasposto anche all’analisi della documentazione processuale, alla rilettura delle testimonianze, al riesame dell’ormai celebre “memoriale di Pietro De Negri” che gli Autori riescono a confutare punto per punto, arrivando a dimostrare che Vincenzo Ricci non fu seviziato nell’ormai celeberrima e macabra gabbia per cani, troppo angusta per contenere un uomo di tale possanza.
Ognuno dei tre casi è stato passato al setaccio, per ciascuno è stato profuso un enorme sforzo di approfondimento, un virtuosismo investigativo, giuridico o tecnico-scientifico da sottolineare con l’evidenziatore e da usare per un esame (penso alla “lezione” sui ditteri o sul “guanto epidermico” di Palmegiani e alla matematica giuridica di Sanvitale).
Quando poi la parola giunge al professore, si cambia scenario e si toccano temi come il Narcisismo maligno di Kemberg, la personalità paranoide o il depezzamento una vittima come “chiara volontà di esprimere il predominio sull’altro essere umano.”
Tirando le somme e applicando la matematica letteraria, concluderei che “la cifra stilistica di S” più “il metodo di P” per “il valore assoluto di M” danno sempre ottimi risultati.
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