Oggi su ThrillerCafe True Crime recensiamo di nuovo un libro che tratta di sette assassine: dopo “Voci dall’incubo“, dedicato alle Bestie di Satana, ci spostiamo negli Stati Uniti e parliamo di “Culti di morte“.
Il nome scelto per l’edizione italiana di Killer Hults di James Boyle non avrebbe potuto essere più calzante. Le undici vicende narrate sono infatti legate da due comuni fili conduttori: la fede, intesa come cumulo di convinzioni fanatiche traviate e incrollabili, e la morte, a volte mezzo di persuasione, o di punizione, a volte atto ultimo di un folle percorso, abbracciata con fierezza, o ricevuta a forza.
A saldare in modo inscindibile questi due temi, collanti da gregge: la paranoia, innanzitutto, e tanti guru dalla lingua sciolta e dalla mente tarata che muovono folle facendo affidamento sul proprio carisma e su qualche idea farneticante. Ecco allora movimenti New Age, minacce di Apocalissi e misticismi orientaleggianti, tutti battezzati col sangue di seguaci lobotomizzati o di estranei sacrificati sugli altari del delirio.
Boyle apre il proprio libro con l’Estate dell’amore di Charles Manson, il personaggio forse più conosciuto, il leader di quella Famiglia che teneva unita con amfetamine e LSD, musica acid-rock filosofia hippy e rivelazioni sul vicino Armageddon. Quella Famiglia che convinse a diventare serial killer e a uccidere nove persone per innescare una guerra razziale che avrebbe condotto alla distruzione del genere umano.
Prosegue poi con la vicenda del reverendo Jim Jones e del suo Tempio del Popolo, responsabile del suicidio di massa di oltre novecento persone, duecentosedici delle quali bambini. Seguono le resistenze estreme del ranch dell’Apocalisse di Waco, o del Move di Philadelphia, le personalità malate di Jeffrey Lundgren e Roch Thierault, il razzismo di Gordon Kahl, gli Hare Krishna di Keith Ham, il business del Padrino, il Tempio Solare di Luc Jouret, la Nazione di Yahweh.
Alla fine, contiamo venticinque anni di assassini, a volte addirittura di massacri, e accanto all’orrore e all’incapacità di comprendere, non ci resta che una triste constatazione: in ogni occasione, la pericolosità di quelle sette è stata compresa troppo tardi.
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