John Douglas è stato uno dei primi profiler dell’FBI, probabilmente il più noto, e uno dei più sfortunati. Nel suo libro “Mindhunter” racconta come la caccia ai serial killer per poco non lo condusse alla morte. Pietra miliare per quanto riguarda i libri dedicati agli assassini seriali, per anni Mindhunter è stato irreperibile; da pochi giorni però è tornato in libreria con una nuova edizione per Longanesi.
Sei anni dopo aver cominciato a dare la caccia ai serial killer, John Douglas si ritrovò a lottare contro la morte: quarantuno di febbre, duecentoventi battiti cardiaci al minuto, il lato sinistro del corpo paralizzato, vasta emorragia nel lato destro del cervello. Restò in coma per una settimana, quando si risvegliò dovette imparare di nuovo a camminare. Ebbe problemi con la memoria. Fece degli sforzi enormi per non mollare. In cinque mesi, si rimise in pista e ritornò a lavorare per il Bureau.
Sono queste le premesse con cui va letto il suo Mindhunter, il risultato di un’esistenza fatta di abnegazione e ostinazione, la dimostrazione più autentica di quanto stress si possa accumulare per cercare di fermare i serial killer. Douglas porta al lettore la propria esperienza, non solo di profiler, ma anche e soprattutto di uomo: racconta di come volasse da uno stato all’altro della nazione per affrontare atrocità inimmaginabili, di come lavorasse su decine di casi contemporaneamente, di come andasse a letto con la speranza di sognare i delitti, per avere un’illuminazione.
Nonostante sia stato probabilmente il più grande “cacciatore” di assassini seriali, dalle sue parole non traspare mai autocompiacimento: in esse si può invece leggere la “gioia” per avere interrotto una striscia di sangue, per aver salvato delle vite. Gioia effimera, però, perché frustrata da nuove morti che urlavano vendetta. Assolvere alla missione che si era scelto, racconta, l’ha portato a trascurare la famiglia, a non avere cura di se stesso. A mettere da parte ogni cosa, e a mettere il lavoro prima di tutto.
È anche e soprattutto questo, ciò che Douglas vuole comunicarci: un insegnamento di vita. Perché i serial killer possono essere morbosamente affascinanti, ma non dobbiamo mai dimenticare ciò che fanno, il male che compiono. Lo sa bene chi ci ha avuto a che fare ogni giorno, per anni, chi ha dovuto far entrare dentro di sé orrori che poi gli hanno lasciato dei segni indelebili, nel fisico, e nell’anima.
Se non l’avete letto e siete appassionati del genere, questa è l’occasione giusta per recuperare. Per chi invece già l’ha letto e vuole approfondire su serial killer che operano in coppia, ovviamente non posso che raccomandare In due si uccide meglio.
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