Catrame – Giuseppe Genna
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Da martedì 19 novembre 2019, pubblicato da Mondadori (collana “Oscar Nuovi bestsellers”), è disponibile in libreria e negli store online Romanzo nero, una raccolta di quasi 1.500 pagine che incorpora ben cinque romanzi polizieschi/thriller/noir di Giuseppe Genna, scrittore e autore di testi teatrali, sceneggiatore, nonché membro della giuria della Mostra del Cinema alla biennale di Venezia nel 2006. I cinque romanzi (nell’ordine: Catrame; Nel nome di Ishmael; Non toccare la pelle del drago; Grande Madre Rossa; Le teste) sono tutti ambientati a Milano e vedono come protagonista l’ispettore Guido Lopez.
Quest’oggi approfondiamo il primo titolo, Catrame, un centinaio di pagine uscite nel 1999 come libro d’esordio dell’allora trentenne Genna.
Il plot appare semplice ed efficace. Sono passati vent’anni dall’omicidio Moro e per molti terroristi rinchiusi nelle patrie galere tira aria di indulto, quando Gianni Cerfoglio – terrorista nero dei Nuclei Armati Rivoluzionari (nar) – evade dal carcere di massima sicurezza di Opera. La questione è seria, anche perché finora non è mai fuggito nessuno da Opera; inoltre Cerfoglio ha parecchi conti da regolare, là fuori. Le modalità inusuali della fuga, la fanno apparire sia come un messaggio politico che come un attacco alla Questura e al Viminale. Non a caso è stato il ministro dell’Interno in persona a chiamare Santovito, il capo della Mobile. Non a caso viene allertata la Polizia di frontiera e in Questura si palesano personaggi mai visti prima: gente dei Servizi segreti.
In una situazione del genere l’ispettore Guido Lopez si aspetterebbe di essere valorizzato, invece viene dirottato su un’indagine parallela, marginale, che riguarda il suicidio di un certo Pessina, un balordo di quartiere coinvolto in una rapina a Roma. I due casi potrebbero però essere collegati, perché pare che la rapina fosse pilotata da un basista di Milano, e sembra che nel colpo fosse coinvolto un certo Corda, il quale (ecco il labile legame) era un ex terrorista dei nar, proprio come Cerfoglio.
Seguendo questa pista Lopez si imbatte in situazioni e ambienti criminali che vanno dalla prostituzione allo spaccio alla pedofilia, crimini e misfatti che trovano il loro habitat naturale nelle aree più desolate e periferiche ai confini della città, da Ortica a Quarto Oggiaro, in una metropoli che evoca molto più gli anni di piombo e tangentopoli che non la Milano da bere degli anni Ottanta.
Genna – nato a Milano proprio nel giorno della strage di Piazza Fontana – racconta ed evoca un’Italia mai uscita dalle macerie morali degli anni Settanta, piena di cimici, di servizi segreti (deviati), di complotti, di spie e di manipolatori; un paese chiamato ancora a fare i conti con gli anni di piombo e con l’irrisolta questione del terrorismo. In particolare quell’eversione nera (neofascista e di destra) tipica dei nar, che in quegli anni si amalgamò con alcuni settori opachi dello Stato e si confuse con una sorta di terrorismo militare-politico finalizzato ad una svolta autoritaria attraverso la cosiddetta strategia della tensione.
Tutto ciò non si limita a far da sfondo o ambientazione ad una trama per una storia o ad un intreccio per una fiction, bensì la invade in un processo osmotico e poco alla volta diviene protagonista, quasi che con l’andare delle pagine il vero mistero non siano tanto i perché e i percome delle gesta dei nostro personaggio, bensì i perché e i percome della storia dell’Italia di quegli anni.
“Dei Servizi, come sempre, non si poteva dire nulla… Non vincevano e non perdevano. Un’essenza, un profumo non subisce i colpi. I colpi attraversano e scostano l’aria. E cosa sono i Servizi, se non l’aria? […]L’aria stantia che nel doppiofondo stretto tra un muro e l’altro aveva respirato il presidente Moro, non era forse quella stessa aria? L’aria pressurizzata dell’aereo di Ustica, anche. E quella cattiva, dal sapore di cordite, nelle piazze e nelle questure d’Italia… E anche lì, proprio dove ora stavano Santovito e Lopez, vent’anni e passa fa, quando in visita c’era il ministro Rumor […] quando l’anarchico Bertoli fece la strage… quella non era forse la stessa aria? La soffocante, essenziale cappa dei Servizi non era la stessa storia di questo Paese?[…]
Ecco cosa fa dire Genna al brigatista Stefano Fogli, un amico d’infanzia dell’ispettore Lopez, poi passato dalla parte dei cattivi:
«tutti noi siamo una questione irrisolta… In questo Paese di merda, i terroristi sono ancora il nodo da sciogliere, la cattiva coscienza della nazione… Renditi conto che chi ora sta governando è ancora sotto la spada di Damocle della nostra questione irrisolta… […] Non li hanno fatti i conti con quei dieci anni, Guido… Hanno solo paralizzato la situazione: bocce ferme per i venti anni successivi… Mino Maccari è entrato in galera l’altro ieri per il delitto Moro… Il memoriale Moro fa ancora male… I memoriali di Gelli, il memoriale scomparso di Mattei… Li hanno trovati nelle intercapedini, sotto le piastrelle… Non sono pezze della storia… Sono la storia d’Italia… Il memoriale Digilio che inchioda praticamente tutti i terroristi d’Italia…»”
Da questo punto di vista il romanzo di Genna travalica la mera fiction e si impone come narrativa impegnata, che nasconde al suo interno un germe di autentica letteratura civile.
Catrame è un noir molto amaro, adrenalinico, nervoso, da respirare e da vivere con tutti i cinque sensi e – perché no – con un sesto senso che ci permetta di cogliere quanto sia apocalittico e abissale. Anche “pesante” nella misura in cui si ha la sensazione che ogni parola sia stata soppesata e scelta, in ragione del suo peso specifico. La prosa dell’autore ha un fascino oscuro, è spietata e amorale (non parteggia per il bene o per il male), come si addice a una storia sordida, efficace per molti dei temi di cui discetta. Al tempo stesso è asciutta e secca, senza ghirigori, senza morbosità né narcisismo.
Milano riveste un ruolo centrale. Se ne avverte vivido l’odore di asfalto, l’afa estiva, il sudiciume delle periferie e dei quartieri dormitorio, simbolo di disfacimento urbano di una città destabilizzante e agonizzante.
L’abbondanza di descrizioni particolareggiate ci è sembrata un’arma a doppio taglio: da un lato immerge il lettore all’interno del clima della vicenda narrata, ma dall’altro potrebbe contrariare il lettore meno desideroso di addentrarsi in questo mood o di sviluppare questo sentore.
Quanto ai personaggi sono tutti caratterizzati in profondità. Il protagonista, Lopez, è un ispettore di polizia dai metodi spiccioli e poco ortodossi. Li pratica senza compiacimento, come se fossero gli unici strumenti per tentare di mettere un po’ d’ordine alle cose. L’ispettore però, poco alla volta, percepisce l’inutilità di questi mezzi e al tempo stesso la frustrazione derivante dalla consapevolezza di non possederne altri. Anche in questo viene da pensare a un parallelo col Belpaese, nel quale è spesso molto difficile trovare il bandolo della matassa per mettere un po’ di ordine alle cose.
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