Monster, psycho, killer – Harold Schechter
“Uno Stato-giardino: è così che i suoi abitanti amano definire il Wisconsin. In effetti, dirigendosi da Madison verso nord in una limpida giornata di primavera, sembra che l’immagine calzi proprio a pennello”
C’è una corrente di pensiero, soprattutto per quanto riguarda il mercato editoriale noir americano, che ritiene che un libro debba catturare l’attenzione del lettore cominciando dalla descrizione del delitto, per poi utilizzare l’espediente del flashback per raccontare quello che è successo prima e tutti gli eventuali annessi e connessi.
Harold Schechter, dall’alto dei suoi 50 libri già pubblicati con gran successo (e due nomine agli Edgar Award), se ne infischia e tira dritto.
Io che ormai sono un uomo vintage, cresciuto con “Quel ramo de lago di Como, che volge a mezzogiorno…” adoro quegli autori che prediligono iniziare dal “setting”, giusto per usare un termine anglosassone.
Mi piace, ancor prima di immedesimarmi nel personaggio principale, lasciarmi accogliere dall’ambiente, viverlo tanto da sentirmelo addosso. Il lavoro che ho sottomano, da questo punto di vista, parte benissimo.
Tra l’altro, l’incipit col quale si apre questo libro mi ha portato alla memoria qualcosa che lessi diverso tempo fa:
“Il villaggio di Holocomb sta sulle alte pianure di frumento del Kansas occidentale, un’area solitaria che gli altri abitanti del Kansas chiamano “laggiù”.
Non ci trovate delle somiglianze? Questa era l’introduzione di “A sangue freddo“, l’opera che consacrò Truman Capote a capostipite assoluto del genere True Crime. E a leggere “Monster, psycho, killer” di Schechter si ha la netta l’impressione che il maestro abbia fatto buona scuola.
Il lavoro di Schechter è a dir poco maniacale: 270 pagine d’indagine dal taglio giornalistico supportate da una marea di documenti, articoli di giornali d’epoca, referti medico legali, interviste e resoconti dettagliati delle procedure giuridiche e di polizia.
L’aletta anteriore del libro ci racconta che Edward Theodore Gein (“Ed”, o “Eddie”, più avanti nel racconto), il pazzo di turno sul quale ruota tutta la storia di questo libro, è stato fonte d’ispirazione per i protagonisti di “Psycho“, “Non aprite quella porta” e “Il silenzio degli innocenti“. A mio avviso, il personaggio che più si avvicina a quanto descritto tra le pagine dell’opera è proprio quest’ultimo, il Buffalo Bill che si offre come nemesi dell’agente Clarice Starling. Si parla infatti di uno scriteriato che soleva confezionarsi abiti con le pelli delle sue vittime e, con quel che gli restava, si cuciva un paralume o rifoderava le sedie della cucina.
Dall’interrogatorio di mercoledì 20 novembre 1957, diretto dallo specialista del poligrafo criminale Joe Wilimovsky:
“D: Ricordi di avere usato una di quelle parti femminili, la vagina in particolare, per coprire il tuo pene?
R: Credo di averlo fatto
D: Ricordi di averlo fatto con le vagine prese dai corpi di altre donne?
R: Credo di ricordarmelo, sì
D: Hai mai indossato delle mutandine da donna, coprendo il tuo pene con alcune di queste vagine?
R: Potrebbe essere”
Non è un libro per stomaci deboli, vi avviso. Qui dentro non vi è nulla di romanzato, tutto quello che leggerete è pura realtà, e se proprio non ce la fate potrete magari saltare il capitolo 16, dove vengono riportati in maniera fedele i referti del medico legale, molto (troppo!) dettagliati.
“Il corpo, decapitato ed eviscerato, è stato rinvenuto appeso per i talloni a una sbarra del soffitto. Nel medesimo ambiente sono state rinvenute la testa e le viscere; la vulva è stata ritrovata in una scatola, il cuore in un sacchetto di plastica.”
Vi ho risparmiato le cose peggiori, credetemi.
Il libro si compone di quattro parti, ai quali si aggiungono un prologo e una conclusione, e vi accompagnerà verso l’incubo quasi in punta di piedi.
Si parte infatti da lontano, cominciando con la storia dei nonni paterni di Ed, una famiglia fustigata da incidenti e disgrazie di vario genere. Il padre, rimasto orfano fin da bambino, si sottomette alla figura ingombrante della moglie, un’immigrata tedesca completamente incapace di manifestazioni d’affetto, talmente devota da oltrepassare di gran lunga la soglia del fanatismo, la quale si concede al marito in sole due occasioni – giusto per procreare – ritenendo il sesso la peggiore delle aberrazioni.
“Quel bambino non sarebbe diventato un uomo qualunque, si ripromise Augusta. Non sarebbe diventato uno di quegli esseri volgari, lussuriosi e sudaticci che facevano uso del corpo delle donne in modi disgustosi. Lui sarebbe stato diverso. E a renderlo diverso ci avrebbe pensato lei.”
“Augusta era decisa ad allontanare se stessa e la sua famiglia, soprattutto Eddie, che aveva ormai sette anni, dalla corruzione della città.”
Ed e il fratello Henry crescono in un ambiente circoscritto, educati nel chiuso delle mura domestiche, ai quali si racconta di un mondo esterno fatto di prostituzione e malaffare, senza che gli venga mai concesso il lusso di intraprendere alcun tipo di relazione sociale, nemmeno coi coetanei. L’unico svago rimasto al piccolo Ed era quello di spiare i genitori che macellavano animali osservando tra le fessure di un capanno proibito.
“Per il resto della sua vita, Eddie poté rievocare quel momento con una vividezza sconcertante: la bestia che penzolava, la carcassa squarciata, le budella che colavano a terra. La madre accanto al corpo, completamente imbrattata di sangue e budella.”
In termini di intreccio e trama non vi è molto da dire: si sa fin dal principio chi è il mostro, il killer seriale che mieterà vittime su vittime fino alla cattura, riempiendo la “fattoria degli orrori” di orpelli e resti umani. Il narrato punta molto sul fattore psicologico di Ed, sul susseguirsi degli eventi che hanno portato gli inquirenti a scoprirne le malefatte, sulle vicende processuali e, come già detto, sull’isolamento che permea la cittadina di Plainfiled, ribattezzata dai giornali di tutto il continente come il “cuore nero del Wisconsin“.
Forse non tutte le 270 pagine del tomo sono necessarie; a volte l’autore si ripete, descrivendo cose già dette, giustificato dal fatto che la polizia e i giornalisti hanno perlustrato la magione del terrore a più riprese, ma ritrovando bene o male sempre le stesse cose: ossa, resti, teschi e compagnia briscola. C’è un resoconto per ogni sortita, e magari alcune parti si sarebbero potute snellire con qualche riassunto.
A ogni buon conto, il libro ha un taglio molto cinematografico, e forse non è un caso che proprio Netflix abbia in programma di uscire con una serie dedicata al “nostro” Ed Gein proprio in ottobre, per la bellezza di otto episodi. Si chiamerà “Monster – la storia di Ed Gein“, scritta da Ian Brennan e interpretata da Charlie Hunnam.
“Durante la sua testimonianza, il tono di Eddie fu molto concreto, come se stesse spiegando i procedimenti degli hobby più comuni, come la verniciatura dei mobili o la lavorazione del cuoio.”
Da brividi. Una storia, questa, che ha scioccato l’America puritana e perbenista degli anni ’50. Un serial killer della porta accanto, quel tale dall’aria un po’ svampita che cammina a testa bassa ma che non ha mai destato alcun sospetto, che non si è mai visto nei bar a ubriacarsi, gran lavoratore e sempre pronto ad aiutare gli altri nelle piccole faccende domestiche. Giocava persino coi bambini(!). Alla sua storia si sono ispirati una marea di scrittori noir, registi horror e musicisti heavy metal.
Ed Gain se n’è andato nel’84 in seguito a un male incurabile, ma la sua ombra è rimasta lì, da qualche parte, tra i chiaroscuri degli orti isolati e silenziosi di Plainfiled.
Recensione di Mauro Piva.
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