Nient’altro che nebbia – Patrizia Emilitri
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Perzeghetto Olona, quella notte nebbiosa del 14 novembre 1988, dormiva tranquillo. I suoi tremila abitanti si erano rintanati a casa sfuggendo al gelo. Nessuno di loro aveva motivo per stare fuori, all’addiaccio, perché nel paese non c’era un cinema, né un ristorante, ed i quattro bar scalcagnati, posizionati ai punti cardinali, erano ormai chiusi. Eppure, quella notte nella tranquilla comunità si consuma una tragedia, e solo alle luci dell’alba la prima beghina, che si affretta verso la messa, trova il cadavere.
Comincia così il romanzo in quattro parti di Patrizia Emilitri, edito da TEA: una storia piccola eppure corale, raccontata con delicatezza ed uno stile originale, che dipana la vicenda a seconda del punto di vista dei protagonisti. E questi sono tantissimi: al centro, i due ragazzi oggetto della tragedia, quella Nadia Bignami, impertinente, bellissima quanto viziata da un padre adorante, che dalla sua morte uscirà pazzo ed egoista, chiuso nella sua disperazione, e quell’Andrea Costa così elegante, così gentile, che studia all’università di Milano e che viene accusato di averla uccisa.
Nel cerchio più interno e vicino a loro ci sono le rispettive famiglie, caricate dello stesso atroce fardello, perché non si torna né dalla morte né dalla galera. Guido e Melissa, i rispettivi fratelli, con le loro vite borghesi stravolte. Oreste e Filippa, che dalla scomparsa della figlia dovranno fare i conti con la propria incomunicabilità e poi Checco e Giovanna, dignitosi, sperduti, così lontani al momento dell’arresto del loro ragazzo, che sapranno trovarsi e aspettare insieme che torni a casa.
Una storia raccontata dall’intero paese, che accorre compatto al lavatoio dove Nadia viene ritrovata con la testa rotta, e poi ancora al suo funerale (vestito come per la messa di Natale, coi parenti arrivati persino da Luino e i fotografi che cercano lacrime e ne trovano, eccome se ne trovano). Una carrellata magistrale di ritratti, di vignette, di vizi e virtù sussurrati dalle pettegole, di corna risapute e restituite, ma soprattutto di giudizi. Una antologia di Spoon River de noartri, evocato non a caso dal fatto che il teatro delle scene più struggenti è il cimitero cittadino, dove all’ombra del Geppo (l’angelone di marmo che sorveglia una tomba) e sotto l’abile regia di Bianca Butti, il grillo parlante di questa epopea travestito da custode, si incontrano le due mattatrici, le due vere reali deuteragoniste. Le mamme. Sono state amiche, “quante volte hanno diviso il banco della chiesa”, ma devono mostrarsi nemiche, perché attorno a loro il paese le ha schierate. Una ha generato il mostro, “e qualche tara deve avergliela trasmessa”, l’altra l’agnello sacrificale. Ma loro due, anche offuscate dal velo della personale tragedia, in cuor loro sanno di essere allo stesso livello, che non c’è un dolore più meritevole di pietà dell’altro, che sono entrambe sole a portare il vessillo della compostezza, a dimostrare forza per poter andare avanti. E noi le vediamo accomunate dai gesti: entrambe spolverano la stanza che il secondogenito non occupa più e preparano il pranzo per un marito disperato.
Ma perché Andrea, “che era stato un bravo bambino, e poi un bravo ragazzo”, l’amico inseparabile del fratello di Nadia, l’ha uccisa?
Lui non lo dirà a nessuno, neppure al suo avvocato, quell’Emilio Borri in cui l’autrice ci pennella una bellissima figura piena di empatia, così lontana dallo stereotipo del principe del foro borioso e a caccia di giornalisti, che qui sono spietati quanto realistici.
A nessuno tranne che …
Ovviamente un movente c’è e la Emilitri a noi lo svela, con la soavità a cui pagina dopo pagina ci rende avvezzi, perché questo romanzo ha un pregio straordinario ed è l’approfondimento delle personalità dei suoi protagonisti. Non è un giallo a tinte forti, né un thriller mozzafiato: a pagina 29 abbiamo già trovato il colpevole. È un bel libro sulla pietà, sulla dignità e sulla solidarietà, dove appaiono, magari solo per qualche pagina, personaggi solidi e caritatevoli (indimenticabile il maresciallo Meluzzi e i suoi primi lunedì del mese al cimitero) e dove vivono personaggi forti, dalla personalità ribelle, come “la slandra”, nonna di Andrea, a cui il paese non ha mai perdonato quel che non perdona a lui: il silenzio.
Ecco quindi dove punta l’indice critico dell’autrice: alla pretesa di dare la verità agli spettatori, agli opinionisti che dalla cattedra sparano giudizi senza sapere nulla delle persone che inchiodano, alla becera giustizia urlata in nome di quel popolo che “ha diritto di essere informato” mentre ha solo sete di pettegolezzi perché nessuno vuol davvero vestire il lutto di un altro.
Recensione di Alessia Sorgato.
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