L’uomo della Torre Eiffel

L’uomo della Torre Eiffel

Alessandro Bullo
Protocollato il 12 Aprile 2015 da Alessandro Bullo
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L’uomo della Torre Eiffel” (1949) è il secondo film ispirato a “La testa di un uomo“, diretto da Burgess Meredith (famoso per aver interpretato l’allenatore di Rocky Balboa e per essere stato sposato alla bellissima Paulette Goddard). Nei panni di Maigret stavolta troviamo il mitico Charles Laughton (noto tra gli appassionati del noir, per essere stato il regista dell’inquietante film “La morte corre sul fiume” del 1955).

Non è stato facile reperire una copia del film in italiano; devo ringraziare un caro amico che possiede una videoteca sterminata e che come me ama molto i gialli e i noir. Devo dire che il film non meritava di certo tanta fatica. Chi ama Simenon conosce il suo pensiero sulla settima arte e forse mai come in questo caso lo scrittore francese aveva ragione.

Meredith divenne regista del film, in seguito alle discussioni tra il regista originale Irving Allen e l’attore Charles Laughton, e alla conseguente minaccia di quest’ultimo di lasciare il set se Allen non fosse stato rimpiazzato. Il film nel passaggio di mani non ne guadagnò sicuramente. In ogni modo, regista e sceneggiatori stravolsero completamente il romanzo di Simenon:

  • invece di iniziare con la fuga dalla prigione, il film parte, come quello francese del 1933, da un episodio che nel libro è raccontato in flashback;
  • la fuga di Radek in metropolitana si trasforma in una corsa sui tetti di Parigi;
  • il finale con l’inseguimento in cima alla Torre Eiffel è completamente inventato.

Allen (che rimase produttore del film) e Meredith diedero, rispetto al film francese del 1932, molta importanza alla location, tanto che nei titoli iniziali la città di Parigi è citata come se fosse uno degli attori principali del film. Durante tutta la pellicola, il regista non perde occasione di inquadrare piazze, monumenti, palazzi e soprattutto la torre Eiffel. Il tentativo di tappare i buchi di una sceneggiatura inesistente con un ritratto da cartolina turistica di Parigi non è però sufficiente a salvare il film.

Le pecche della pellicola non terminano qui: Meredith diede troppa importanza al personaggio di Heurtin, tanto da inserirlo anche in tutta la sequenza finale del film; Charles Laughton offrì una sua personale e strampalata interpretazione del Commissario Maigret, assai lontana sia fisicamente che psicologicamente da quella letteraria; lo stesso attore che interpreta Rubek non risulta convincente, forse anche per la minor attenzione che la regia gli presta rispetto al personaggio di Heurtin.

Nel film Burgess Meredith interpreta la parte del giovane fuggiasco Joseph Heurtin (forse per questo il personaggio del fuggiasco da comprimario diviene nella pellicola importante tanto quelli di Radek e Maigret), anche se non rispecchia per nulla la descrizione che Simenon da di lui all’inizio del romanzo:

Il prigioniero era seduto sul suo letto e con le grandi mani nodose si stringeva i ginocchi. Rimase immobile forse per un minuto, come incerto, poi d’improvviso, con un sospiro, stese le membra, si drizzò nella cella, enorme, sgangherato, la testa troppo grossa, le braccia troppo lunghe, il petto incavato.
Il suo viso non esprimeva altro che istupidimento, o una disumana indifferenza. 

(tratto da Maigret e una vita in gioco, edizione Gli Oscar Mondadori, 1972)