Maigret et l’affaire Saint-Fiacre
“Maigret et l’affaire Saint-Fiacre” è il secondo film girato da Jean Delannoy con protagonista il commissario Maigret. L’anno prima, lo stesso regista aveva realizzato “Il commissario Maigret”. Il successo del film con 3 milioni di spettatori, solo nelle sale cinematografiche francesi, portò inevitabilmente a progettare un sequel. Jean Delannoy era all’epoca già molto famoso in Francia. In Italia, non è molto conosciuto tranne forse come regista di “Notre-Dame de Paris” (1956) con la nostra Gina Lollobrigida, e appunto dei due Maigret del 1958 e del 1959. La regia del terzo Maigret, “Maigret voit roug“, passò a Gilles Grangier.
Maigret fu interpretato da Jean Gabin, famoso attore del cinema realista francese. Alla fine degli anni cinquanta, Gabin era già da tempo un attore “simenoniano”: nel 1949 aveva interpretato “La vergine scaltra” (dal romanzo Marie du port del 1938); nel 1951 “La follia di Roberta Donge” (da La verite sur Bébé Donge), forse il migliore film tratto da un romanzo di Simenon; nel 1958 “La ragazza del peccato”, stupendo film di Claude Autant-Lara, con una giovane e bellissima Brigitte Bardot (da In caso di disgrazia del 1956). Ma l’incontro con il personaggio del commissario Maigret fu sicuramente quello più azzeccato per il Gabin di quegli anni. L’attore aveva ormai abbandonato da tempo le interpretazioni del “giovane romantico, inesorabilmente votato a un tragico destino”(si veda, ad esempio, il celebre “Alba tragica”, film del 1939 diretto da Marcel Carné) che lo avevano reso famoso, preferendo personaggi di mezza età “più quieti e disillusi”:
“… non pensiamo di esagerare se affermiamo che con l’incontro fra Gabin e Maigret ci troviamo davanti a uno di quei rari casi nel cinema in cui personaggio e attore si trovano fra loro in completa sintonia, come se stessero cantando in coro, perfettamente intonati, lo stesso pezzo musicale …”
(Cfr. Arturo Invernici, Chez Gabin, in Georges Simenon … mon petit cinéma, Bergamo Film Meeting 2003, pp. 110-111).
Gabin era, all’epoca, sicuramente troppo vecchio per impersonare Maigret, tanto che quando la contessa e il commissario si incontrano all’inizio del film, risulta difficile accettare che la contessa lo avesse conosciuto ancora adolescente. Questo, in ogni caso, non toglie nulla alla straordinaria interpretazione dell’attore francese.
Maigret et l’affaire Saint-Fiacre è un ottimo poliziesco,e uno di quei rari casi in cui il film è superiore al romanzo. Gli sceneggiatori (Rodolphe-Marie Arlaud e Jean Delannoy, mentre i dialoghi sono di Michel Audiard) conferiscono maggiore credibilità e fluidità cinematografica alla esile trama del libro.
Nel romanzo, Maigret si trova a Saint-Fiacre a seguito di una lettera anonima spedita alla polizia; nel film,il commissario è invitato dalla stessa contessa di Saint-Fiacre, preoccupata per una lettera, che le annuncia la prossima morte durante la funzione delle Ceneri. Questo espediente rende più credibile sia la spedizione della lettera anonima che la misteriosa morte della contessa.
A differenza del libro, Maigret entra nel castello il giorno prima del delitto (nel libro Maigret pernotta in una locanda del paese), presentato dalla contessa come un antiquario, interessato ad acquistare gli ultimi mobili e quadri di pregio. In questo modo, Delannoy(regista non certo geniale ma buon artigiano che conosceva il suo mestiere e i gusti del pubblico cinematografico) racconta per immagini quello che, nel romanzo, Maigret veniva scoprendo attraverso i dialoghi con i sospettati. Il regista riesce così ad immergerci direttamente nell’atmosfera equivoca e falsa del castello.
Altra trovata degli sceneggiatori è quella di rendere più verosimile il delitto e l’inchiesta, trasformando il “foglio di carta”(in cui si annuncia il suicidio del figlio Maurice), che la contessa trova nel messale, in un vero e proprio articolo di giornale. Così l’indagine di Maigret si concentra sul modo e i tempi in cui il giornale è arrivato in paese, e su come l’assassino sia riuscito ad avvicinarsi e ad uccidere la contessa. Nel romanzo, quindi, manca tutta la parte in cui Maigret indaga presso il giornale che ha stampato la notizia, la scena del pedinamento notturno e quella “veristica”del bar, frequentato da tutti i sospettati.
Ma il punto di forza del film è nella modifica quasi totale del finale del romanzo. Delannoy non solo riconsegna nelle mani del commissario Maigret le redini dell’indagine, ma inserisce nella trama un inganno con cui verrà svelato il nome dell’assassino: il messale, ritrovato da Maigret, viene portato nella camera della defunta contessa, costringendo così l’assassino ad esporsi per recuperare l’articolo di giornale. Non era, infatti, pensabile che la pellicola seguisse il testo di Simenon, in cui è il conte a scoprire il colpevole in un modo del tutto inattendibile (collocando una pistola sopra la tavola e provocando psicologicamente i presenti alla cena).
Si può affermare, senza paura di sbagliare, che il film fu tratto “molto liberamente” dal romanzo di Simenon e che lo scrittore, in questo caso, non avrebbe dovuto lamentarsi dell’adattamento cinematografico, anzi avrebbe dovuto ringraziare gli sceneggiatori di aver fatto un vero e proprio “miracolo”. In realtà, Simenon fu molto critico nei confronti del film di Delannoy. Lo scrittore non comprese che Gabin, all’epoca, era un attore molto famoso e la sceneggiatura non poteva che essere scritta su misura per lui; e d’altra parte il pubblico andava al cinema per vedere Jean Gabin che interpretava Maigret e che risolveva il caso di omicidio, non per assistere al riscatto morale del conte di Saint-Fiacre. Del romanzo il film riflette, in ogni modo, la nostalgia verso un mondo antico e nobile, e la cupa e malinconica coscienza che esso è ormai andato perduto.
È un Maigret, questo, che vira forse un po’ troppo verso Gabin piuttosto che verso Simenon, ma del personaggio creato dallo scrittore belga mantiene ancora tutta la tristezza e una certa riflessività.
(Arturo Invernici, Chez Gabin, in Georges Simenon … mon petit cinéma, Bergamo Film Meeting 2003, p. 117).
