Il delitto della villa
“Il delitto della villa” (1933) diretto da Julien Duvivier (famoso in Italia per aver diretto nel 1952 “Don Camillo” e nel 1953 “Il ritorno di Don Camillo“, con Gino Cervi e Fernandel), è il primo dei tre film ispirati al romanzo di Simenon “La testa di un uomo“. A vestire i panni di Maigret è Harry Baur.
Da quanto so esiste una versione italiana di questo film, ma è introvabile. Alla fine ho dovuto vederlo in lingua francese, con mia moglie a fianco che traduceva al volo. In questo modo, ho sicuramente perduto parte del piacere che si ha nel guardare un film in bianco e nero degli anni trenta, ma spero che sia sufficiente per darne una valutazione a tutti coloro che frequentano Thriller Café.
Duvivier stravolge completamente la struttura della storia di Simenon. Il risultato non è negativo come quello girato nel 1949 da Burgess Meredith, ma la scelta degli attori (Harry Baur risulta fuori parte nei panni di Maigret) e la decisione di incentrare tutta la prima parte del film sulla morte delle due donne e sull’indagine della polizia deviano il film verso un finale che non ha nulla a che fare con l’idea originale del testo. Duvivier sceglie di non girare alcune parti del romanzo, secondo lui prive di importanza nell’economia della storia: è il caso dell’episodio in cui si racconta il lungo appostamento di Maigret e i suoi uomini alla Citanguette, che viene completamente tagliato; oppure della complicata evasione dalla fortezza della Santé che viene sostituita con una molto più semplice fuga dall’auto della polizia, che Maigret fa intenzionalmente fermare in piena campagna. Su queste scelte del regista sono perfettamente concorde, rendono infatti la storia più credibile e realistica. Altrettanto non posso dire per altre decisioni prese da Duvivier a danno del testo di Simenon: ad esempio, quella di iniziare il film nella caffetteria della “Coupole”, dove William Crosby dice ad alta voce che pagherebbe volentieri chiunque lo liberasse della sua vecchia e ricca zia (episodio che nel romanzo è raccontato tramite un flashback); quella di centrare la pellicola più sull’indagine e sulla morte delle donne che sul rapporto tra Radek e Maigret; quella di descrivere un Radek ossessionato dal sesso, che racconta la sua solitudine e amarezza esistenziali ad una prostituta, e che è tanto affascinato dalla sensuale bellezza di Edna Reichberg da rischiare di essere arrestato; quella infine di terminare il film con Radek ucciso da un autobus mentre cerca di fuggire dalla polizia.
Il film si caratterizza per la stupenda fotografia in bianco e nero, per l’atmosfera nebbiosa e fumosa che penetra persino negli interni claustrofobici e avvolge i personaggi, per il taglio espressionista delle scene che accompagna i dialoghi pessimisticamente esistenziali di Radek. Molto belle, nella loro essenziale drammaticità, le scene ambientate sulle scale (viste dal basso verso l’alto) davanti al misero appartamento dove vive Radek. Sicuramente la parte migliore del film è quella dove, lasciata da parte l’indagine investigativa, Radek e Maigret finalmente divengono i protagonisti del film: il commissario, avvicinandosi sempre più alla verità e all’assassino, sembra entrare anche nel suo mondo, gli spazi divengono più angusti e scuri quasi a riflettere la morbosità e la deviazione della mente diabolica di Radek. “Il delitto della villa”, per tutte queste caratteristiche, potrebbe essere definito un noir che anticipa le atmosfere dei film americani degli anni quaranta.
Il personaggio di Radek fu interpretato da Valéry Inkijinoff, un attore russo che lo stesso Simenon pare avesse scelto per quello che avrebbe dovuto essere il suo primo film da regista. L’interpretazione di Inkijinoff appare più luciferina rispetto a quella descritta nel romanzo, soprattutto per quanto riguarda la sua fissazione erotica per le donne, fissazione che nel film sembra quasi condizionare le sue decisioni.
