“Le chien jaune” fu girato da Jean Tarride nel 1932, con Abel Tarride, padre del regista, nel ruolo di Maigret. È questa la seconda pellicola con protagonista il famoso personaggio creato da Simenon; pochi mesi prima il regista Jean Renoir aveva girato “La notte dell’incrocio” tratto da “La nuit du carrefour“.
Si tratta di un libero adattamento del romanzo di Simenon “Il cane giallo“. Il film inizia allo stesso modo del libro, con Mostaguen ubriaco che viene ferito da una pallottola, sparata attraverso la buca delle lettere di una casa disabitata, e la visione notturna della bella città di Concarneau spazzata dal vento. La fedeltà al testo dello scrittore belga si ferma qui (se si eccettua la scena dell’appostamento di Maigret sopra il tetto dell’albergo), il regista Tarride preferisce poi affidarsi ad una sceneggiatura piuttosto confusa che pare assemblare le scene per accumulo più che per senso narrativo. Tarride non usa neppure lo splendido colpo di scena finale ideato da Simenon. Quasi tutto il film è girato all’interno del Café de l’Amiral, tanto che pare di vedere un’opera teatrale più che una pellicola cinematografica. Belli i pochi esterni che mostrano le antiche mura della città e la vita dei pescatori, e suggestiva l’atmosfera nebbiosa di alcune sequenze; ma non bastano per salvare il film.
Abbastanza convincente l’interpretazione di Abel Tarride come Maigret (forse un po’ troppo vecchio per la parte), anche se pare che Simenon non ne fosse per nulla contento. Perfetta, invece, la scelta dell’attrice Rosine Deréan per la parte della cameriera Emma, che pare essere uscita dalla penna stessa di Simenon:
Doveva aver trovato da qualche parte un pezzo di specchio. Adesso la si vedeva, in piena luce, avvolgere i lunghi capelli, fissarli con una forcina, cercarne per terra un’altra che aveva perso e tenerla in bocca mentre si metteva in testa la cuffia.
Era quasi bella. Anzi, era bella! Tutto in lei era commovente, persino i fianchi magri, la gonna nera, gli occhi arrossati.
(tratto da Il cane giallo – Adelphi collana Le inchieste di Maigret, 1995)
In conclusione si tratta di un’opera minore e dimenticabile, un’altra di quelle pellicole che giustifica l’antipatia dello scrittore belga nei confronti del cinema.
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