Oggi al Thriller Café presentiamo Nel grande vuoto di Hadil Bellafqih, menzione speciale al Premio Calvino 2018, recentemente pubblicato da Mondadori.
Una stanza che si affaccia sugli abissi marini. Branchi di pesci e meduse proiettano ombre liquide su una vecchia scrivania, ingombra di modellini navali e mozziconi di sigarette. Dietro alla scrivania c’è Meister Eckhart che, malgrado il nome da mistico medievale, ha la faccia da duro di Humphrey Bogart. Entra in scena una donna vestita di rosso, gli occhi chiari che scavano nello sguardo del detective, la coscia che si intravede attraverso uno spacco dell’impermeabile. Alla donna è morto un figlio e ha un bisogno disperato di scoprire la verità.
Fin qui, sembra – quasi – il classico inizio di un romanzo di Dashiell Hammett o di Raymond Chandler. Già, solo che niente di quello che avete visualizzato esiste veramente. La stanza in fondo al mare, le rughe di Bogart, gli occhi impossibili della visitatrice sono prodotti dell’Aion, una realtà virtuale che ingloba l’intera realtà, ammantando di arcobaleni pubblicitari e di luminose creazioni psichedeliche un pianeta di rovine silenziose. Siamo in un futuro remoto (ma incredibilmente familiare), nell’era che segue il Crollo, un evento traumatico che ha cambiato il mondo, distruggendo la storia, la memoria e i ricordi. La realtà “aumentata” è diventata la realtà a tutti gli effetti, e gli esseri umani sono larve che interagiscono paludando le proprie miserie in avatar più o meno raffinati, muovendosi in gigabyte di paradisi artificiali con l’unica speranza di fare Tendenza, di lasciare un segno nella cacofonia cangiante del mondo virtuale.
Il corpo fisico di Eckhart vive come un barbone in una macchina nella periferia di Roma, una città post-apocalittica che viene continuamente demolita e ricostruita. Di mestiere fa il debunker: “la gente ha bisogno di lui e lo paga per cercare la verità. Perché in quella fitta ragnatela chiamata Aion non esistono storie reali e senza storie reali non esistono nemmeno dati di fatto reali. Eckhart ha bisogno di credere che esistano e ha bisogno di tracciarne la storia per sapere da dove vengono e dove vanno a finire. Ne ha bisogno come un miraggio perché, se anche se la verità spesso può fare male, senza verità c’è solo il vuoto e il vuoto, spesso è peggiore della morte.”
Ha una caratteristica che lo rende unico: se chiude l’occhio destro, riesce a vedere attraverso le maglie dell’Aion e a discernere lo sconfortante sfacelo della realtà, mentre tutti gli altri sono permanentemente connessi al velo di Maya che ricopre il reale, smussandone gli spigoli.
L’indagine di Eckart si dipana tra locali malfamati e “bevande al sapore di whisky and soda”, tra prostitute sadomaso e indizi indecifrabili, fino a raggiungere il dolore della verità.
Il romanzo di Adil Bellafqih è un cyber-noir al crocevia tra giallo e fantascienza, scritto con rara maestria e permeato da allusioni filosofiche. L’autore – classe 1991, nato a Sassuolo – miscela il meglio della fantascienza distopica, da Matrix a Blade Runner, dal manga Homunculus fino alla serie Black Mirror, dando vita a una storia affilata e avvincente e a un universo letterario articolato e complesso, ricco di risvolti e allusioni alla nostra contemporaneità. Come tutta la grande fantascienza, l’opera di Bellafquih non parla di un futuro lontano, ma di un presente molto prossimo, senza mai cadere nella facile trappola della retorica o della banalità. Il mondo che descrive è un mondo in cui ogni uomo vive isolato in una propria “camera dell’eco”, nella quale vede riverberate all’infinito le proprie convinzioni: “il moltiplicarsi delle informazioni, vere o false, giuste o sbagliate, l’intreccio di connessioni genera spazi vuoti in cui ci parliamo addosso senza capirci davvero…”. È questo il grande vuoto citato nel titolo, la terra desolata in cui si muove il protagonista, alla ricerca di una verità che è impossibile trovare senza lacerare il velo di Maya delle apparenze: “qualcosa per cui vivere che non sia la vita stessa. Qualcosa per cui morire che non sia la morte stessa”.
L’investigatore Eckhart fa venire in mente un altro grande detective letterario: il Frank Carlucci di Richard Paul Russo, protagonista di una trilogia indimenticabile (Angelo Meccanico, Cyberblues e Frank Carlucci Investigatore) pubblicata da Urania negli anni Novanta. Rispetto al detective americano di fine millennio il Meister Eckart di Carlucci è inevitabilmente più digitale e moderno, ma l’universo inquietante popolato di culti oscuri in cui si muove lo ricorda da vicino.
A ben vedere, però, l’indagine esistenziale del protagonista affonda le sue radici in quello che – probabilmente – è il “giallo” più antico della storia umana: l’Edipo Re di Sofocle. Infatti, proprio come l’eroe tragico, patricida e incestuoso suo malgrado, Eckhart segue indizi che lo porteranno ad affrontare il baratro più spaventoso: se stesso. Proprio come l’Edipo arcaico, anche il detective cibernetico dovrà “strapparsi gli occhi” per riuscire ad affrontare la verità dolorosamente cercata e trovata.
In breve: Nel grande vuoto è un’opera di fiction speculativa molto interessante, capace di aprire ampi spunti di riflessione come una grande opera di fantascienza, ma al contempo scritta nella prosa scorrevole e accattivante del noir. Siamo certi che il giovane e promettente Bellafquih ci riserverà altre piacevoli sorprese in futuro.
Recensione di Gian Mario Mollar
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