Londra tra le fiamme – Joe Lansdale

Londra tra le fiamme – Joe Lansdale

Editore: Fanucci
Giuseppe Pastore
Protocollato il 18 Gennaio 2011 da Giuseppe Pastore con
Giuseppe Pastore ha scritto 968 articoli
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Oggi su Thriller Café recensiamo il nuovo atteso romanzo di Joe Lansdale,Londra tra le fiamme“, in uscita per Fanucci (traduzione di Luca Conti), e vi metto subito in guardia: siamo di fronte alla versione “weird” dello scrittore texano, quello sboccato, lisergico e totalmente fuori controllo. Il romanzo è il seguito diretto di “Fuoco nella polvere” (“Zeppelins West“) e riprende personaggi anche dalla novella “The Steam Man of the Prairie and the Dark Rider Get Down“, riproponendo il protagonista più improbabile della storia della letteratura: Ned, una foca parlante, lettrice e scrivente.

Dopo essere scampato al disastroso finale del primo libro, Ned naufraga in Italia, dove viene salvato da nientemeno che Mark Twain (qui ritratto come uno scrittore depresso e alcolizzato) e dal suo amico Jules Verne. Stanno ancora cercando di capire come una foca possa avere doti letterarie, quando i Marziani di H.G. Wells decidono di invadere la Terra. Soluzione? Partire alla ricerca di Wells stesso per chiedergli come fermarli. In mezzo ci troverete di tutto: dinosauri, la terra dimenticata dal tempo, scimmie marziane giganti, Olandesi Volanti e invenzioni steampunk.

Da questa strampalata trama capirete già che non è un romanzo per tutti. Funziona sicuramente come goliardico “mash-up”, caciarone omaggio alle dime novels vittoriane, ai vecchi pulp da due soldi e ai B-movie, ma se il genere non piace allora suggerisco di lasciar perdere. Passato l’effetto sorpresa delle prime pagine, restereste delusi da un caotico susseguirsi di esplosioni ed eventi senza un collante narrativo, e da un umorismo nero troppo pieno di battute a sfondo sessuale. Aggiungendoci pure che dovrebbe essere il capitolo centrale di una trilogia, e quindi parzialmente incompiuto.

In sintesi, Londra tra le fiamme è un baraccone folle consigliato solo ai fan completisti di Lansdale e a chi cerca una lettura “trash” ed esagerata in cui spegnere completamente il cervello. Tutti gli altri meglio che ne stiano alla larga.

Se comunque siete curiosi, il romanzo inizia così:

Nella casba di Tangeri, infagottato in un abito bianco pieno di macchie, Samuel Langhorne Clemens – meglio noto come Mark Twain, sudato come un gelato, sbronzo come un bonzo e fetente come un deficiente – se ne stava sdraiato su un materasso floscio da cui cadevano piume e polvere e, alla luce di una lampada, rifletteva sulla scomparsa delle proprie scarpe e sull’enfio cadavere di Huck Finn, la sua scimmietta. Huck giaceva sull’unico scaffale di quella minuscola topaia, tumefatto e ricoperto da grosse mosche bluastre. Dal culo gli ciondolava uno stronzo a forma di fico e altrettanto grosso, e la lingua che gli spuntava dalla bocca sembrava voler strisciare verso luoghi più sicuri. Indossava ancora – glieli aveva fatti infilare lui – il cappellino rosso col laccio sottomento e il panciotto verde, ma non c’era più traccia dei calzoncini scarlatti da cui, per questioni di spettacolo, sbucavano le chiappe nude.
Twain non riusciva a capire perché ci fosse rimasto secco. Restava comunque il fatto che, per qualche arcano motivo, Huck era morto e senza brache e che, in un’ultima esplosione gastronomica, era riuscito a incollare quello stronzo a forma di fico su uno dei due soli libri sullo scaffale – Moby Dick – mentre la sua lingua protesa raggiungeva quasi l’altro volume, Ventimila leghe sotto i mari, scritto da un caro amico di nome Jules Verne.
Ficcato tra quei due libri di avventure marinare, giaceva come in un bacino di carenaggio.
Twain si alzò con lentezza per poi chinarsi, con un sospiro, sull’animale. La stanza puzzava di scimmia e della relativa merda. Con riluttanza, afferrò Huck per i piedi ma, nel sollevarlo, si accorse che quel tenace stronzo non intendeva affatto mollare la presa sul massiccio tomo di Melville, trascinandolo con sé. Twain dette uno scossone alla scimmia: Moby Dick finì per staccarsi assieme allo stronzo. Poi sbirciò con cautela dall’unica finestra – la casba sottostante era immersa nel buio – e fece volare Huck dall’apertura.
Fu un lancio pregevole, che fornì alla scimmia un sostanziale abbrivo.

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