Paolo Roversi, mantovano di nascita ma milanese di adozione, è un eclettico giornalista e scrittore che oltre ad aver pubblicato numerosi romanzi gialli ha dato vita al mitico personaggio dell’hacker Enrico Radeschi. Recensisco qui ora per voi l’ultima sua pubblicazione L’ira funesta. Il primo caso del maresciallo Omar Valdes – SEM, 2021 (rivisitazione del precedente L’ira funesta. Il primo caso del maresciallo Valdes – Rizzoli, 2013).

«Nella Bassa faceva un caldo da squagliarsi. Sui campi gialli non tirava un alito di vento e perfino le cicale tenevano a bada il loro concerto per risparmiare le forze. Il Po scorreva lento come un ciclista in salita, acque basse e scure e zanzare senza parsimonia a fare lo slalom fra i pioppi.»

Siamo al Piccola Russia, un borgo della Bassa mantovana, denominato così perché tutte le strade e le piazze portano il nome di “compagni” illustri (Carlo Marx, Enrico Berlinguer…) e dove la giunta è monocolore da una vita e siamo in una torrida mattinata d’estate.

Questa placida e tranquilla cittadina dove non succede quasi mai nulla e dove tutti conoscono tutti viene sconvolta da un evento più unico che raro: la farmacia del dottor Donelli è chiusa. E così alcuni anziani del paese che si ritrovano fuori a domandarsi cosa potrebbe essere mai successo vedono sopraggiungere un volto a loro ben noto: Mauro Storchi detto il Gaggina un habitué della farmacia che aveva terminato i suoi ansiolitici. La reazione del Gaggina, un ragazzone di centotrenta chili con una forza bruta, che gira scalzo e con una salopette indossata a torso nudo, che si esprime con piccole frasi in tedesco (che poi si scoprirà essere i comandi che si rivolgono ad un cane addestrato) e storpiando i modi di dire, è decisamente violenta. Inizia infatti a sbraitare e a prendere a calci la serranda abbassata ma poi se ne va convincendosi che forse quello era un segno del destino: lui quelle medicine non doveva più prenderle. Ma poiché quello non era un segno del destino ma solo il parto prematuro della moglie del farmacista l’iroso Gaggina, che senza i suoi tranquillanti dà di matto, si reca alla stazione dei Carabinieri sfidando chiunque a fermarlo, fa irruzione nel bar della locale Polisportiva, assale due vigili e si barrica, infine, in casa. Qui indossa un kimono e impugna una katana da samurai minacciando chiunque si avvicini. Per i compaesani, però, che sono abituati alle sue stramberie e che lo considerano un bambinone innocuo non c’è nulla di strano e pronunciando la consueta frase «Al gà clè sèmo» rivolgono il loro pensiero e la loro concentrazione altrove.

Quello stesso giorno Giuanín Penna appena tornato dall’America, dove aveva vissuto per trent’anni, fa tappa alla mitica Polisportiva, detta Poli, sicuro che fosse il luogo ideale, in quanto unico centro aggregativo del paese, per raccontare e romanzare la sua vera o presunta fortuna “ ‘mericana” sotto gli occhi un po’ increduli e un po’ scettici ma comunque attenti di tutto il paese che è convinto che «una storia, quando è ben raccontata, non va interrotta. E non importa nemmeno che sia vera, ci si accontenta del verosimile e dell’intrigo. Soltanto una cosa non si può perdonare a un buon narratore: la pedanteria e la scontatezza, il resto passa in cavalleria.»

La posizione del Gaggina si aggrava sia perché il giorno dopo il cadavere del Penna viene rinvenuto in un fosso e pare proprio essere stato colpito con un’arma da taglio sia perché lui tiene due ostaggi in casa, un giovane giornalista in cerca di scoop e un regista ormai da molto tempo “a secco” di storie, che si erano introdotti in casa sua allo scopo di intervistarlo.

Toccherà al Maresciallo dei Carabinieri Omar Valdes, relegato a Piccola Russia dopo una serie di trasferimenti su e giù per l’Italia per fargli scontare un “passato” non gradito ai superiori, far luce sul caso… E così lui che per natura è un uomo ruvido e schivo, poco propenso alle ciance paesane e che quando vuole rilassarsi veramente si reca al fiume a pescare pesci siluro, si vede costretto a barcamenarsi tra la coralità paesana che quasi come in una sorta di “arena dei gladiatori” ha sfoderato per il Gaggina il “pollice su” e i suoi superiori che invece non solo lo ritengono colpevole ma lo considerano estremamente pericoloso a tal punto da richiedere l’intervento delle teste di cuoio dei GIS…

Con una scrittura fresca e brillante Paolo Roversi, con L’ira funesta, ci regala uno spaccato di realtà provinciale che anche se ambientato nella Bassa mantovana potrebbe essere ascrivibile a qualsiasi altro borgo italiano. Non bisogna però scambiare la leggerezza di una trama un po’ surreale per ameno divertissement perché, e qui sta la bravura del grande cantastorie quale Roversi è, è proprio grazie all’ironia che ci viene tratteggiata la commedia tragicomica della vita. Infatti accanto allo strambo Gaggina (ma in quale paese non ritroviamo un analogo “fuori di testa”) e all’eroe non solo incompreso ma addirittura osteggiato Valdes ruotano, come nel coro della tragedia classica, tutti i personaggi della Poli, che rappresentando i vizi e le virtù dell’umanità, sottolineano e commentano le gesta dei protagonisti. Un’attenzione particolare va data, a parer mio, alla nonna del Gaggina, soprannominata Blucher come la governante di casa Frankenstein, perché anche se additata da tutti come un po’ svitata (come il nipote) è in realtà l’unica che sa tener testa a quel bambinone non cresciuto e, calma e serafica, continua la sua vita casalinga sbucciando pesche, facendo conserva di pomodoro e cucinando quantità industriali di tiramisù (per utilizzare le uova che altrimenti andrebbero a male) e al massimo lo “rimette in riga” con i comandi che vengono utilizzati per l’addestramento dei pastori tedeschi.

Numerose sono le tematiche affrontate: da quanto sia vero che per tutti il lavoro sia fondamentale per sentirsi realizzati (lo stesso Gaggina quando faceva il bagnino nella piscina della Poli si sentiva utile per la comunità e quindi i suoi scatti d’ira erano meno frequenti), allo spietato cinismo dei mass media interessati solo agli scoop e a sbattere il mostro in prima pagina, a quanto sia importante la saggezza popolare che anche se passa attraverso qualche bicchiere di Lambrusco di troppo e qualche chiacchiera fuori luogo, va conservata e protetta…

In conclusione si può dire che «Il culto del bar, la piazza come ritrovo, il dialetto per esprimere i concetti più profondi, precisi come solo una lingua non scritta e codificata riesce a fare. La schiettezza dei gesti e della commedia della vita costantemente ripetuta eppure mai uguale a se stessa…» fanno de Lira funesta una splendida e straordinaria ballata nostrana che trasuda umanità dalla prima all’ultima pagina.

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L'ira funesta. La prima indagine del maresciallo Omar Valdes
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