Addicted – Paolo Roversi
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Due linee narrative in Addicted, il nuovo romanzo di Paolo Roversi per SEM Società editrice Milanese.
La prima, collaterale, in flashback.
Un uomo viene trovato barbaramente ucciso in un bosco in Germania durante una tormenta. Un poliziotto indaga sull’omicidio e cerca di venirne a capo. Trova i due figli dell’assassinato che lo mettono sulle tracce di un “uomo nero”.
«Nessuno guarisce dalle proprie addiction. Tu dovresti saperlo meglio di chiunque altro. Le rinneghiamo, le teniamo a bada, e cerchiamo di dimenticarle relegandole in un angolo buio della nostra mente… Ma loro non se ne vanno, mai. Sono sempre pronte a ripresentarsi appena abbiamo un momento di debolezza.»
La seconda, quella principale, mette in scena una serie di personaggi tipici del thriller americano mainstream.
Una psicologa “geniale” viene convinta da un russo miliardario a dirigere una clinica di lusso per il trattamento di qualunque dipendenza patologica. La psicologa ha infatti inventato un metodo generale per curare gli “addicted” del titolo dalle coazioni a ripetere autodistruttive con cui convivono.
Gli addicted ovviamente sono personaggi diciamo “standard”, ritratti come tipi fissi, a sorpresa impossibile quasi: il giocatore d’azzardo, la ninfomane, il dipendente dal porno, il manager cocainomane, l’autolesionista e via dicendo. Tutti quanti, insieme all’immancabile infermiere, si troveranno rinchiusi in una masseria isolata, in Puglia.
Gocce sporadiche cadevano dalle cime degli alberi facendo cerchi nell’acqua. La masseria si rifletteva in tutta la sua imponenza in quell’acquitrino fangoso. Rebecca aveva trascorso la notte da sola barricata in camera, con la porta chiusa a chiave e una sedia piegata sotto la maniglia come nei film. Una precauzione inutile dato che non aveva avuto visite. Sperava che fosse andata così anche per Dennis e Claudio, chiusi allo stesso modo nelle rispettive stanze. Nessuno si fidava più di nessuno.
Un gruppo di pazienti con una dipendenza grave, isolati, in una struttura piena di telecamere, ognuno con un passato misterioso e sottoposti a una terapia non particolarmente creativa o geniale ma sicuramente quasi “sperimentale”, sembra proprio la ricetta per il trope della Trappola mortale. C’è un problema ormai ricorrente però. Quando pazienti e psicologa si ritrovano nella masseria ovviamente ci si aspetta che la trappola scatti, la macchina del thrilling si avvii, comincino gli omicidi e il numero dei piccoli indiani cominci a ridursi… cosa che accade ma dopo circa 150 pagine su circa 190.
L’uomo nero è tornato, torna sempre in qualche modo, questa volta in un buon finale solido e creativo ma ecco, si fa aspettare senza una vera giustificazione narratologica.
Addicted è un romanzo scorrevolissimo, di quelli che letteralmente si finiscono in un giorno. Provvede a una buona dose d’intrattenimento e, considerato l’amore per l’autore per i termini in tedesco e inglese, può essere considerato e definito come un quasi unputdownable, un libro che non quasi non si può smettere di leggere.
Rientra però in una categoria critica, ancora da definire, di romanzi thriller quasi senza intreccio, che fuggono ogni complessità, leggerissimo svolgimento per lievissimi personaggi monodimensionali, nella cui scena succede quasi nulla per decine e decine di pagine e alla fine sembrano buoni racconti lunghi adattati e ingranditi per esigenze di rilegatoria. Magari è la risposta al calo dei lettori e all’altrettanto mitologica morte della capacità di leggere e comprendere ma la suspense è una promessa e qualcosa, un evento da thriller, prima delle ultimissime pagine, deve, cala il sipario sul sangue, succedere.
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