Il pregiudizio della sopravvivenza – Paolo Roversi
Cari Avventori del Thriller Café, quando sul bancone finisce un libro di Paolo Roversi, chi bazzica il Noir sa già cosa aspettarsi. Stasera tocca a “Il pregiudizio della sopravvivenza“ (Marsilio, 2021). E sapete chi torna a sporcarsi le mani? Torna lui, Enrico Radeschi. Proprio così, il giornalista-hacker, ormai un’istituzione del genere, è arrivato alla sua ottava indagine. Otto. Un percorso lungo, iniziato nel lontano 2006 e che ha già visto premi pesanti come il Camaiore. Parliamo di un autore, Roversi, che non più tardi del 2020 ha messo in tasca il Premio Scerbanenco del Pubblico con quel pugno nello stomaco di Psychokiller.
Il calibro, insomma, è quello.
L’inizio è cinema puro. Una rapina coreografica in un lussuoso appartamento milanese. Quattro donne mascherate da icone: Lady Gaga, Marilyn Monroe, Amy Winehouse, Audrey Hepburn. Le chiamano le “Bad Girls”.
Ma questo, avventori, è solo l’aperitivo.
La vera grana è sul tavolo di Radeschi. La sua ragazza, Andrea, scompare. Rapita a Salisburgo. E un vecchio nemico, un ex galeotto pericoloso che si fa chiamare con un titolo di Bob Dylan, è tornato per saldare i conti. La faccenda si fa personale.
Radeschi non è solo. Al suo fianco c’è la squadra di sempre. C’è il vicequestore Loris Sebastiani, un tipo ruvido, perspicace, che mastica un sigaro spento facendolo roteare a 360 gradi mentre pensa. E c’è “Il Danese”. Un delinquente borderline, un “salvavita” con un’iguana sotto i vestiti chiamata Iris. Il triangolo perfetto del Noir: il giornalista, il poliziotto, il criminale.
Roversi non ha mai nascosto da dove viene. Radeschi è il Duca Lamberti dei giorni nostri. Lo dice l’autore, lo si vede sulla pagina. Milano, un collaboratore in polizia, una Vespa “Giallone” al posto della “Oliva verde”. È l’omaggio dichiarato, e riuscitissimo, al maestro Scerbanenco. E al Barman, questo, piace. Eccome.
La scrittura è una sceneggiatura. Roversi usa il tempo presente come una cinepresa piantata sulla spalla del protagonista. Capitoli brevi. Dialoghi fulminanti, ironici, che colpiscono secco.
Il ritmo è adrenalinico. Una corsa on the road da Milano a Salisburgo, poi Vienna e ritorno, con il Requiem di Mozart e Hurricane di Dylan come colonna sonora. Non c’è un attimo di respiro. Ci sono agguati, tranelli, situazioni grottesche.
Dopo quindici anni, Radeschi è cresciuto. È più cinico, più sgamato. La sua Milano è cambiata con lui, dal birrificio di Lambrate al bar dei russi a Viale Bligny. Questo forse è il miglior capitolo della serie. Un romanzo che va a 360 gradi, veloce, intelligente e senza un grammo di grasso.
Libri della serie "Enrico Radeschi"
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