Le montagne ghiacciate di Kolyma – Lionel Davidson

Le montagne ghiacciate di Kolyma – Lionel Davidson

Editore: Mondadori
Nicola Mira
Protocollato il 27 Febbraio 2016 da Nicola Mira
Nicola Mira ha scritto 99 articoli
Archiviato in: Recensioni libri

Le montagne ghiacciate di Kolyma” di Lionel Davidson fu pubblicato per la prima volta nel 1994; avendo riletto questo epico thriller nella raffinata edizione del 2015 di Faber & Faber, ho riflettuto su cosa sia cambiato nella politica mondiale e nella narrativa thriller sin dalla prima pubblicazione del romanzo, e su cosa sia rimasto uguale.

La Russia, lontana, misteriosa e cupa, è ancora oggi minacciosa come allora, in modi diversi anche se forse non scollegati. E mentre la narrativa thriller contemporanea può ancora sforzarsi di essere altrettanto ampia nella portata quanto quella di Davidson – compito non facile – il gioco a cui i suoi protagonisti giocano è cambiato radicalmente.

La bella scrittura potrebbe aver trovato nuove espressioni, ma l’impronta di Davidson è inconfondibile: un narratore meraviglioso. Evocativo, versatile, meticoloso nella ricerca e brillante nel guidare la trama e nel dare profondità ai suoi personaggi.
Una cosa ancor più notevole dato che la storia è stratificata e intricata, toccando, tra le altre cose, la scienza oftalmologica, le lingue dei nativi americani, siberiani e inuit, il mondo delle spedizioni giapponesi, la guida di camion siberiani e come montare da sé una jeep. E i protagonisti principali sono molto lontani dall’essere ordinari, ma altamente credibili.

Quattro paragrafi e niente sulla trama? Difficile rendere giustizia a un romanzo che contiene molto più di una classica vicenda di come un agente governativo sotto copertura penetri in un territorio nemico sconosciuto, scavi per raccogliere informazioni preziose e potrebbe o non potrebbe tornare vivo per raccontare la sua storia.

Ci sono persino due preludi. Uno presenta un professore di Oxford distratto e un suo ex-studente aristocratico, un tizio del governo tanto sinistro quanto reticente sulle sue attività. E un altro presenta un misterioso, forse leggermente squilibrato, scienziato russo impegnato in ricerche minacciose mentre è rinchiuso da qualche parte ben sotto il permafrost siberiano.

Lionel Davidson imposta un tono intrigante contrapponendo il mondo sicuro dell’accademia di Oxford a quello dello sviluppo di armi biologiche russe, poi sorprende il lettore introducendo Johnny Porter, il suo eroe altamente stravagante ma indimenticabile.

Il dottor Johnny Porter, infatti, è un indiano Gitskan della Columbia Britannica straordinariamente dotato per le lingue e con una laurea in biologia, oltre ad essere un ingegnere utile e un combattente formidabile. Un uomo di così tanti talenti che i lettori possono chiedersi come riesca a far rientrare tutto, benché sia così lontano dall’eroe spia tradizionale, e la sua missione sia opposta a probabilità così ostili da non poter fare a meno di amarlo. La Russia e la Siberia emergono come gli altri principali personaggi del romanzo. Nel 1994 la glasnost non aveva ancora coperto i più di 5.000 miglia che separano Mosca da Chersky nella Siberia settentrionale, attraverso alcuni degli ambienti più duri e inospitali del mondo. E i russi e gli etnici siberiani – Yakuti, Evenki e Chukchi – che Johnny Porter incontra sono ben adattati al mondo brutale in cui vivevano, e altrettanto abili a fare con quello che avevano allora, come lo sono ora sotto una nuova leadership. La maggior parte della storia racconta la sopravvivenza in circostanze ostili, che siano la stretta corporea del freddo di meno 50° gradi, la prospettiva senza speranza della vita di villaggio in Siberia, o il compito quasi impossibile di tornare in Occidente da soli da mezzo mondo di distanza.

Una lotta senza quartiere, inesorabile, spoglia di qualsiasi eleganza alla James Bond. Nessun hotel di lusso, auto veloci o gadget all’avanguardia per Johnny Porter. Appartamenti spartani dell’era sovietica, jeep robuste degli anni ’50 e attrezzi da operaio, e una durezza mentale stonata che, sembra suggerire Davidson, non può essere insegnata in nessun campo di addestramento per agenti segreti ma viene dal crescere come figlio non amato di un popolo minoritario.

Viviamo in un mondo più veloce e presumibilmente più aperto ora. Le spie non usano lettere anonime e inchiostro scomparso come faceva lo scienziato russo nel prologo, ma account Twitter e hacking. Forse, già nel 1994 alcuni degli strumenti del mestiere di Lionel Davidson erano un po’ datati: il film di Bond del 1995 “GoldenEye” presentava guerre stellari condotte via satellite. Ma l’originalità della narrativa di Davidson e dei suoi personaggi, il dramma dei suoi colpi di scena e la potenza della sua scrittura (per non parlare della solida brutalità della leadership russa) rimangono affascinanti e assolutamente contemporanei, e vale la pena leggerli.

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