Le inchieste di Monsieur Dupin – Edgar Allan Poe

Editore: Newton Compton
Giuliano Muzio
Protocollato il 25 Settembre 2026 da Giuliano Muzio con
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Il riassunto
Le inchieste di Monsieur Dupin – Edgar Allan Poe

C’è sempre un certo imbarazzo, cari avventori del Thriller Café, quando ci si trova a dover recensire uno dei pilastri della letteratura thriller di tutti i tempi. Mi ritrovo infatti in questa situazione, nel dover commentare la nuova pubblicazione, per l’editore Newton Compton, de “Le inchieste di Monsieur Dupin”, di Edgar Allan Poe, che esce all’interno di un volume collettaneo più ampio, con altri grandi classici (di cui sarà mia cura fornirvi la recensione nel corso del tempo): “I maestri del giallo“.
“Le inchieste di Monsieur Dupin” mette insieme tre racconti che hanno in comune la figura dell’investigatore Auguste Dupin, che è un po’ il capostipite di tutti gli investigatori che la fantasia degli autori di thriller e noir ha partorito da allora ai nostri giorni. I tre racconti sono “I delitti della Rue Morgue”, “Il mistero di Marie Roget” e “La lettera rubata”. In particolare, il primo è quello che molti ricordano come il primo racconto “giallo” (sostituite pure voi questo aggettivo con tutto quello che preferite).

Vi chiederete sicuramente quali possano essere gli elementi che hanno permesso una simile notorietà. Intanto, come già accennato sopra, c’è l’investigatore. Un nuovo ruolo, da cui, udite udite, persino Arthur Conan Doyle prenderà spunto per il suo Scherlock Holmes. E l’investigatore non è certamente un uomo qualunque, perfettamente inserito nella società del tempo. È invece una figura strana, che unisce trasandatezza, genio analitico, creatività e, per dare un tocco di mistero, amore per la notte. Con un pizzico di decadenza, questo sì, in omaggio allo spirito dei tempi, perché Dupin proviene da una famiglia nobile, ma è miseramente decaduto.

Ovviamente c’è il delitto, che conquista centralità nella narrazione, diventando il fulcro attorno al quale ruota tutto. Un delitto che viene talvolta amplificato, se non addirittura spettacolarizzato (la storia come vedete è maestra di vita), dai giornali, i quali raccontando le circostanze degli eventi, permettono a Dupin di sprigionare tutta la sua capacità logico-deduttiva. Perché, in questi racconti, la logica ha un peso determinante e se non viene trascurata affatto la descrizione, talvolta anche approfondita, del contesto sociale di riferimento, si scrive soprattutto per svelare quali sono i meccanismi attraverso i quali l’investigatore arriva a determinare la soluzione dell’enigma.

Interessante da notare come già in quest’opera l’investigatore si ponga in un certo senso come alter-ego della Polizia, che viene quasi sbeffeggiata da Dupin, che ne critica la goffaggine che spesso le impedisce di condurre con successo le proprie indagini. Nel terzo racconto, in particolare, ci sono numerose pagine nelle quali Poe fa dire a Dupin cose tanto ironiche quanto tremende sul Prefetto G. (che compare anche negli altri racconti, sempre considerato alla stessa maniera) e sulla sua scarsa capacità di affrontare le indagini come si dovrebbe. Su questo filone si potrebbe dire che l’intera letteratura poliziesca del Novecento ha prosperato, generando personaggi appositamente creati per farsi beffe della Polizia.

L’investigatore, e non potrebbe essere diversamente, è chiaramente un uomo di cultura, che conosce i classici e li cita (mentre la Polizia non li cita perché non li conosce), che fa citazioni dotte, che spazia fra generi letterari diversi e anche questo mi pare che sia un po’ un inizio di un qualcosa che si protrarrà a lungo nel tempo, in particolare nei cosiddetti gialli classici, ma poi anche nel noir, nel poliziesco e nel thriller.

Chiudo con qualche parola sui delitti e sui criminali, che forse nei romanzi che piacciono a noi sono persino più importanti dell’investigatore. Poe non li nasconde, anzi li rappresenta, forse anche crudamente (e questo è un altro motivo per cui questi racconti hanno acquistato notorietà). Mostrando per quello che sono anche i criminali, rispetto ai quali non c’è un moralismo da benpensante, ma solo una lucida disamina delle loro caratteristiche. Come se rappresentare la parte oscura dell’umanità fosse, in fondo, un modo come un altro per conoscerla veramente.