Le abitudini delle volpi – racconta Arnaldur Indridason

Le abitudini delle volpi – racconta Arnaldur Indridason

Giuseppe Pastore
Protocollato il 18 Aprile 2013 da Giuseppe Pastore con
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Sempre più amato in Italia, Arnaldur Indridason torna in questi giorni in libreria con “Le abitudini delle volpi“, nuovo romanzo come sempre edito qui da noi da Guanda e tradotto da Silvia Cosimini (titolo originale Furðustrandir, che suona più come “Spiagge Strane”, e capirete perché).

Protagonista è ancora una volta il commissario Erlendur Sveinsson, la cui saga è arrivata a dodici volumi, e qui si chiude un cerchio. O forse, si apre un abisso.

Se avete seguito la serie finora, sapete che Erlendur non è un uomo. È un’ombra che cammina, e in questo romanzo fa quello che ha sempre voluto fare: smette di essere un poliziotto di Reykjavik e tornare a essere il bambino perso nella tormenta.

È tornato a casa. Nei fiordi orientali. Dorme nel rudere della sua vecchia fattoria, Bakkasel, un guscio vuoto battuto dal vento. È lì per una ragione sola: chiudere i conti con il fantasma di Bergur, il fratellino Beggi, la cui mano gli è scivolata via in una tempesta di neve decenni fa. Un senso di colpa che si porta addosso come una seconda pelle, bagnata e gelida.

Ma Erlendur è pur sempre Erlendur: non riesce a stare fermo.

Mentre vaga per quelle lande desolate, inciampa in un’altra storia di sparizione. Un’altra tempesta, nel gennaio 1942. Un’altra vita inghiottita dal bianco: Matthildur, una giovane donna uscita di casa per attraversare la brughiera e mai più tornata.

Tutti dicono che si è persa. Erlendur, che di persone perse se ne intende, sente puzza di segreti sepolti sotto il ghiaccio. Inizia così un’indagine non ufficiale, intima, quasi onirica. Parla con i vecchi del posto, scava nei ricordi di un cacciatore di volpi, di un amico tradito, di un marito ambiguo. Ricostruisce un triangolo amoroso tragico, fatto di passioni soffocate e silenzi che durano da una vita.

Questo è un libro lento come il passo nella neve alta: faticoso, ,a inesorabile. È un’indagine ai confini dell’allucinazione, dove i vivi sembrano spettri e gli spettri sembrano più reali dei vivi.

Indriðason ci porta dentro il dolore di chi resta, di chi aspetta una risposta che non arriva mai.

il finale, poi, è un colpo al cuore: non si scopre solo “chi è stato” ma anche cosa siamo disposti a fare per sopravvivere al dolore.

Le abitudini delle volpi” è un addio struggente, magnifico e terribile; se amate Erlendur, non potete non esserci.