Un delitto da dimenticare – Arnaldur Indridason
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Dopo il piacevole intermezzo di “Una traccia nel buio“, pubblicato nel 2015, Guanda torna a proporci, con “Un delitto da dimenticare“, i volumi della serie che Arnaldur Indridason dedica al commissario Erlendur Sveinsson, riprendendo quindi il ciclo lasciato in sospeso con Le notti di Reykjavík (2014).
Tradotto da Alessandro Storti, “Un delitto da dimenticare” è uscito in originale nel 2014 con il titolo di “Kamp Knox” ed è un titolo importante fra i quattordici che compongono la serie.
Importante perché ci permette di seguire, parecchi anni dopo il nostro primo incontro con il personaggio, i primi veri passi del futuro commissario Sveinsson, qui ancora giovane detective che cerca di imparare quanto più possibile dal suo capo, Marion Briem.
“Un delitto da dimenticare” è infatti il secondo prequel che lo scrittore islandese dedica al suo personaggio più noto ed è anche un ottimo modo per cercare di comprendere meglio uno dei tratti più distintivi di Erlendur Sveinsson, ovvero il suo interesse, che forse è meglio definire come ossessione, nei confronti di vecchi casi mai risolti.
In Islanda, verso la fine degli anni Settanta, una donna sta godendosi le acque termali di uno dei laghi di Svartsengi quando scopre per caso un cadavere. Difficile capire inizialmente se si tratti di suicidio, qualche tipo di incidente o, infine, omicidio. Dall’autopsia emerge il fatto che la vittima è precipitata da una altezza considerevole, forse persino da un aereo, e nei dintorni il traffico aeronautico è controllato e collegabile alla base militare americana, naturale quindi cercare di indagare nei pressi, anche perché il cadavere è vestito in modo più americano che islandese e tutto porta a supporre che frequentasse la base.
Ecco quindi che un giovane Erlendur Sveinsson, guidato dal suo capo Marion Briem, comincia a indagare nella base ma incontra ben presto mutismo e ostilità e l’investigazione procede a rilento: gli americani considerano gli islandesi poco più che selvaggi e non amano intrusioni nei loro affari. Solo una sergente di colore, Caroline, abituata alle discriminazioni, cerca di aiutare e, lentamente, l’indagine procede attraverso svolte e sorprese.
Nel frattempo Sveinsson è impegnato anche su un vecchio caso che risale a un quarto di secolo prima, una ragazza scomparsa da uno dei quartieri più periferici e malandati di Reykjavik, una persona che ormai interessa solo al giovane detective e che segnerà il principio di una fissazione per i cold case che non abbandonerà mai più il futuro commissario…
Molti i punti di interesse di “Un delitto da dimenticare“, a cominciare dalla scrittura di Arnaldur Indridason, che a ogni nuovo titolo sembra asciugarsi un po’ di più, diventare sempre più parca ed essenziale, scabra e rarefatta come il paesaggio della sua nazione.
Vi è poi la descrizione di una Islanda razzista e nazionalista ridotta ad avamposto Nato durante la Guerra Fredda e, come sempre, le descrizioni paesaggistiche di questa stupenda isola. E infine riusciamo a capire il motivo alla base dell’interesse di Sveinsson per i cold case, un motivo personale che non svelerò per evitare di guastare il piacere della lettura.
Ci sono insomma tanti buoni motivi per ospitare un fresco, freddo pezzo d’Islanda sotto la calda ombra dei nostri ombrelloni in riva al mar Mediterraneo.
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