Un doppio sospetto – Arnaldur Indridason

Un doppio sospetto – Arnaldur Indridason

Editore: Guanda
Giuseppe Pastore
Protocollato il 21 Ottobre 2011 da Giuseppe Pastore con
Giuseppe Pastore ha scritto 1161 articoli
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Tra gli scrittori nordici, Arnaldur Indridason di certo non è una meteora post-Larsson, ma piuttosto uno di quelli che con merito (vedi anche il Barry Award 2009) s’è ritagliato un proprio seguito in molti paesi, tra cui l’Italia. Autore che raramente delude i suoi lettori, di recente è tornato in libreria con un nuovo giallo edito da Guanda e intitolato “Un doppio sospetto“: si tratta del nono caso (settimo qui da noi) della serie di Erlendur Sveinsson, agente della polizia di Reykjavik.

Per chi fosse abituato a entrare qui al Thriller Café e trovare il solito vecchio Erlendur seduto in un angolo buio, a rimuginare sui suoi fantasmi e sulla neve dei fiordi orientali, stavolta scordatevelo. Indriðason in questo libro fa una mossa a sorpresa: prende il suo protagonista indiscusso, l’uomo che è l’anima stessa del noir islandese, e lo manda in “vacanza” (o meglio a caccia di spettri nel nulla).

Il palco resta quindi tutto per Elinborg, la detective che finora abbiamo visto ai margini, quella che tra un interrogatorio e l’altro pensa a cosa cucinare per cena ai suoi tre figli adolescenti. E la cucina, cari avventori, qui non è un dettaglio da poco.

La scena del crimine è un appartamento a Reykjavik, vicino al centro. C’è un uomo morto, sgozzato, in una pozza di sangue. Nessun segno di effrazione. Tutto sembra gridare “crimine passionale”, ma c’è qualcosa di stonato. La vittima indossa una maglietta da donna e sotto il divano spunta una pashmina viola che emana un odore forte e insolito. Un odore che solo una come Elinborg, appassionata di ricette esotiche e tandoori, poteva cogliere al volo.

Ma se pensate che questa sia una storia “domestica”, vi sbagliate di grosso. Sotto la superficie di questo omicidio, sotto la facciata rispettabile della vittima (bel lavoro, bella casa, fisico palestrato), c’è il marcio vero. Nelle tasche del morto spunta una fiala di Rohypnol. La droga dello stupro.

E qui Indriðason affonda il coltello. Non ci parla solo di un morto ammazzato. Ci parla di una Reykjavik che cambia volto, che diventa più cattiva, più organizzata nella sua violenza. Ci parla di predatori che agiscono nell’ombra, di ragazze stordite in discoteca e di silenzi che durano anni.

L’indagine di Elinborg è diversa da quelle di Erlendur. È metodica, empatica, materna nel senso più feroce del termine. Deve vedersela con quella testa calda del collega Sigurð Óli e scavare in una storia che collega questo omicidio a stupri seriali e alla scomparsa di una diciannovenne svanita nel nulla sei anni prima.

C’è chi storcerà il naso senza la malinconia cosmica di Erlendur, e forse troverà questo capitolo meno incisivo e più lento: il ritmo qui è diverso, dato che manca quella disperazione esistenziale che è il marchio di fabbrica della serie.

Ma “Un doppio sospetto” resta un noir solido, che si regge sulle gambe di una donna che combatte su due fronti: il male che vede per strada e la fatica di tenere insieme i pezzi di una vita normale a casa. Indriðason ci dimostra che anche senza il suo primo violino, l’orchestra sa suonare una musica inquietante, fatta di spezie, sangue e vendette che arrivano gelide.

Concludo dicendo che non sarà il capolavoro della saga, ma se volete capire davvero come funziona la squadra di Reykjavik, non potete saltarlo.



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