La terra che scompare – Julia Phillips
Finalista al National Book Award e giudicato tra i migliori 10 libri dell’anno, La terra che scompare è la mirabile opera prima della scrittrice americana Julia Phillips. Un grande trattato noir sull’ineluttabilità della perdita di quanto abbiamo di più prezioso.
E’ pieno Agosto a Pietropavlovsk-Kamčakskij e le sorelle Golosovskje stanno giocando in riva al mare, godendosi il sole. Alëna, la più grande, bada alla sorellina e la intrattiene narrandole un’infinità di storie da lei inventate. Quella che più spaventa Sofija è quella di un terribile terremoto, seguito da uno tsunami che Alëna pretende abbia spazzato via l’intera città di Zavojko, nel nord della Kamčatka. Le bambine sono spensierate e il tempo trascorre sereno, fino a che il gentile signore, che avevano aiutato perché aveva preso una brutta storta sugli scogli, si offre di accompagnarle a casa. Alëna deve decidere in fretta se far arrabbiare la mamma per il ritardo o farsi accompagnare a casa in tempo. La sua ingenuità la porterà a compiere la scelta peggiore.
“Grazie” disse Alëna. Girò intorno all’auto e salì sul sedile del passeggero. […]. Sofija scivolò sul sedile posteriore. A qualche metro di distanza, una donna fece uscire dal portellone di una monovolume un cane bianco per fargli fare una passeggiata.” (pag. 24)
La scomparsa delle sorelle Golosovskje è il perno sul quale ruotano le storie di più persone, per lo più donne, che in qualche modo sono connesse al caso delle bambine. Ogni storia è rappresentata da un capitolo e, pur essendo tecnicamente una serie di racconti a sé stanti, tutti hanno come fil rouge la storia delle bambine scomparse.
Marina Aleksandrovna, la annichilita mamma delle bambine scomparse, giornalista a Pietropavlovsk-Kamčakskij; Oksana, la vulcanologa dal matrimonio in pezzi, che si maledice per essere tanto sbadata da non ricordare meglio i dettagli del conducente di quella macchina nera (o blu?) su cui ha visto salire le due ragazzine; Valentina Nikolaevna che si è sentita importante per aver collaborato con il tenente Rjachovskij alle ricerce ma che una piccola “bolla” sul torace ne sta mandando in frantumi le certezze; Zoja, che non ne può più di vedere il marito assorto in un caso irrisolvibile, mentre la propria vita si è arenata per una maternità prematura che le impedisce di tornare al suo impiego al parco nazionale; Alla Innokentevna, troppo realista per pensare che il caso di sua figlia Lilija, una nativa e non una russa dai capelli biondi, possa essere trattato come quello delle Golosovskje e vive nella negazione che ciò sia avvenuto; Ksenija, che frequenta l’università lontano dal suo paese d’origine e deve subire le angherie di un fidanzato possessivo che, con la scusa della sparizione delle bambine, ne controlla a distanza ogni istante; Maŝa, trasferitesi a San Pietroburgo, migliaia di chilometri di distanza dai suoi affetti, per via della sua omosessualità.
Le sorelle Golosovskje si erano rese vulnerabili andando in giro da sole, e questo errore era costato loro la vita. Se tu non fai quello che dovresti, se abbassi la guardia, quelli verranno a cercarti. Se gliene dai l’opportunità. Lada non poteva credere che Maŝa fosse così ingenua da scegliere di avere una ragazza. Ti faranno del male, Lada doveva dirglielo. Potresti morire per una cosa del genere. (pag. 143)
Queste sono solo alcune delle storie che compongono questo grande affresco umano, dipinto con le livide tinte invernali, e nel quale prevale una composta rassegnazione che sembra non voler cedere spazio alla speranza.
La parola chiave della ricerca interiore di tutti i protagonisti è “scomparsa”: di una terra di pascoli di renne e jurte estive, persa nei ricordi d’infanzia; dell’ideale marxista-leninista, che garantiva coesione a tanti popoli diversi; della speranza nelle donne di poter cambiare una società profondamente patriarcale; di chi si ama profondamente a causa di eventi tragici; delle tradizioni di etnie antiche, il cui perpetrarsi segue il respiro delle stagioni; di un’economia fiorente dovuta alla potenza militare russa ante Perestroika.
Nella penisola di Kamčatka, protesa tra il Mare di Bering e quello di Ochotsk, delimitata a Nord dall’impenetrabile tundra siberiana, accessibile solo via mare o aerea, il mondo sembra fermatosi agli anni ’90 del secolo scorso, quando la compattezza dell’U.R.S.S. regalava una stabilità, alimentando un’idea di identità anche in quel lembo di terra così lontana da Mosca. In quell’ordine costituito ognuno aveva un ruolo, piccolo o grande che fosse e nessuno si sentiva straniero. La disgregazione politica ormai si specchia nella frantumazione di quel corpo unico in milioni di monadi e la solitudine esistenziale è densa come il vapore della sauna di una dacia nei boschi.
L’unica panacea è cercare di mantenere forti i legami affettivi, bastarsi l’un l’altro.
Lo sforzo delle sorelle Golosovskije ne è l’emblema.
“Io sono qui. Te lo prometto. Rimarremo insieme. Io ho te e tu hai me. Non siamo sole.” (pag. 331)
E’ mirabile come Julia Phillips per intessere un thriller, tratteggiare storie di donne spesso difficili, toccare temi scottanti usi un approccio altamente poetico.
Sarebbe stato facile indulgere in particolari scabrosi o calcare la mano su alcuni avvenimenti cruenti, ma l’Autrice ha preferito scegliere un registro narrativo introspettivo che, unito ad una struttura circolare molto originale, rende questo romanzo particolarmente affascinante.
Naturalmente la “marcia in più” è data anche dal fatto che la Phillips ha vissuto in Kamčatka per motivi di studio e ha potuto, quindi, non solo conoscere bene i luoghi per poter descrivere quella meravigliosa terra di vulcani e boschi, ma anche carpire un pizzico di anima russa agli abitanti.
Vi lascio con un brano che pennella meglio di altri la commistione tra descrizione naturalistica e ricordi affioranti, in modo da delineare sia la trama sia sugellare l’unione indissolubile con quella terra, scomparsa come le persone che affollano i ricordi di una vita.
“Una foresta impiega settant’anni a ricrescere dopo un incendio. Dal finestrino dell’auto, Marina vide le colline striate di nero che la portavano lontano da casa. C’erano tronchi privi di rami che spuntavano dal terreno carbonizzato. […] Marina stava affogando sul sedile posteriore dell’auto dei suoi amici. Inspirò aria dal naso e si concentrò invece sull’effetto benefico che poteva ricavare da certe nozioni. Settant’anni per un rimboschimento completo. Dove l’aveva imparato? Durante l’infanzia… probabilmente gliel’aveva insegnato suo nonno. Quando era bambina la sua famiglia trascorreva il fine settimana alla dacia dei nonni. Era stato lui a mostrarle la differenza tra il ginepro comune e quello strisciante, come applicare la calce sugli alberi da frutto, a spiegarlo quale fosse il periodo migliore per incidere il tronco delle betulle ed estrarne la linfa” (pag. 268)
LE NOTE DELLA ROSSA: L’originalità della struttura narrativa è evidentissima durante la lettura. Ho scelto un esempio su tutti. “La signora con il cane” che appare di sfuggita a pag. 24 (v. sopra) si scopre durante la narrazione essere l’unica testimone del rapimento delle bambine ma l’Autrice ci parlerà di lei, chiamandola per nome, solo nel capitolo intitolato Maggio. Il riferimento diventa circolare a pagina 253, quando scrive “La stessa Oksana era stata testimone di una sparizione, per esperienza sapeva cosa poteva attirare l’attenzione.”. Vi basti poi sapere che l’ultimo personaggio in ordine di apparizione è proprio la madre delle bambine, Marina Aleksandrovna. Di lei possiamo immaginare l’inimmaginabile ma i suoi tormenti intimi saranno svelati solo nel capitolo Giugno, a pagina 267. Se non è originalità questa!
INCIPIT: “Sofija si tolse i saldali e indugiò sul ciglio dell’acqua. Il mare si avvicinò furtivo per ingoiarle le dita. L’acqua salata grigia sulla pelle luminosa. “Non spingerti oltre” le disse Alëna. L’acqua indietreggiò e lei vide i ciottoli che livellavano la curvatura dei piedi di sua sorella, la distesa di sassolini portata a riva dalle minuscole onde. Quando Sofija si chinò per arrotolarsi i pantaloni, la coda di cavallo le ricadde sul viso.”
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