La pioggia fa sul serio – Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli
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Si scrive Casedisopra, ma si legge Pavana. Viene quasi automatico associare il piccolo paese sugli Appennini dove è ambientato La pioggia fa sul serio al buen retiro di Francesco Guccini. Mi scuserà il lettore di questa recensione se nelle righe seguenti indugerò soprattutto su uno dei due autori di questo romanzo; non me ne voglia Loriano Macchiavelli, ma quando approccio i libri che scrive col cantautore, la venerazione smisurata che provo per il Vate mi invoglia a credere che le parole che leggo sgorghino solo dalla penna di quest’ultimo, scordando il contributo di uno dei decani del giallo all’italiana. A parziale attenuante del mio turpe delitto, c’è da dire che l’ambientazione appenninica, la stessa dell’eremo in cui Guccini vive ormai da anni, favorisce questa dimenticanza.
Casedisopra, dunque. Un paesino piccolo, ma colmo di varia umanità: vecchi montanari, immigrati del sud (d’Italia e del mondo), architetti inglesi, preti polacchi… per non parlare di Adùmas, che deve il bizzarro nome ad un padre tanto appassionato de I tre moschettieri da chiamare il figlio come l’autore del libro, indicato sulla copertina: “A. Dumas”, appunto, tralasciando l’insignificante puntino.
Tra turisti distratti che non sanno che la montagna non dà confidenza a nessuno e opere di tutela del territorio mai fatte, i luoghi in cui si svolgono gli eventi narrati sono lasciati a se stessi; l’incuria ha aumentato esponenzialmente frane e smottamenti, cui le piogge incessanti contribuiscono sempre più. Succede così che il geologo arrivato in paese per controllare il dissesto idrogeologico sparisce misteriosamente senza lasciare traccia. E’ l’inizio di un’indagine lenta, difficoltosa e confusa, che porterà alla luce violenze subite dall’uomo e dalla montagna.
Chi meglio di un ispettore della forestale può sapere in che stato sia ridotta quella terra? Tanto più se l’uomo in questione è Marco Gherardini, detto Poiana, che in quei posti c’è nato, li conosce e li ama. Il commissario Barnaba, invece, è arrivato a Casedisopra da sei mesi e, nonostante la buona volontà, non è ancora riuscito ad ambientarsi del tutto, ignorando buona parte dei luoghi e delle storie che essi nascondono. Per questo decide di chiedere aiuto a Poiana: sarà dunque proprio lui, già protagonista del precedente Malastagione, a condurre la ricerca della verità, tastando il terreno (è proprio il caso di dirlo) e sondando gli abitanti del paese.
Nonostante i cambiamenti lamentati da Gherardini e dai suoi compaesani, la Macondo di Guccini è un mondo racchiuso in una temporalità sospesa; siamo ai nostri giorni, ma la storia potrebbe benissimo essere ambientata anni fa e non cambierebbe molto. Casedisopra sembra impenetrabile all’esterno, non tanto per rifiuto ma per difficoltà oggettiva di collegamento con la realtà a valle. E’ un paese dove resistono antichi riti, o dove il loro ricordo è ancora forte. La trebbiatura a mano, descritta con dovizia di particolari: l’imbuinatura dell’aia, l’uso del correggiato (manfanile più vetta), l’intervento delle donne con le vassore; l’essicazione delle castagne nei canicci; la preparazione delle zampanelle, o borlenghi, a seconda del versante appenninico in cui ci si trova: è un’altra lingua, per la quale ci vuole proprio un Dizionario delle cose perdute.
Più volte, in questo romanzo come durante le presentazioni di altri suoi libri, Guccini ha sostenuto che non è la nostalgia a muoverlo nel ricordo di quel piccolo mondo antico, e vogliamo credergli; diciamo allora che il motivo è pratico: si tratta di un autore non più giovane, schivo di natura, che si è rintanato da tempo sui monti, ad altezze che rallentano l’arrivo dei cambiamenti e delle novità del mondo. Inevitabile una certa distanza dalla attualità stringente e un attaccamento alla propria memoria.
Anche la narrazione è d’altri tempi: asciutta (pur se divertita) e dall’andamento piano da giallo classico, con gli accadimenti e le indagini a scandirne i tempi, e il detective a cercare di mettere in fila gli indizi raccolti per capire cosa è successo e come. Persino la volata finale scaturisce da un espediente rodatissimo, quello del dettaglio casuale che improvvisamente fa scattare l’intuizione vincente dell’investigatore.
In questo romanzo ritroviamo il gusto di Guccini, già presente nelle sue canzoni, per le parole, non importa se ricercate o dialettali, purché sempre evocative dell’universo sentimentale del cantautore: dalla parietaria di Vorrei al mugliare del Limentra, passando per la battola di Canzone di notte n. 4, che potrebbe benissimo parlare di una serata a Casedisopra.
E’ una storia lunga e complicata, come ama dire Gherardini, quella de La pioggia fa sul serio. Fatta di montanari, uomini temprati dalle asperità del luoghi natii, duri ma non privi di un loro senso di appartenenza e di ospitalità, capaci di grandi gesti d’umanità ma mai disposti a mettere in discussione le regole e i valori della montagna. Un gioco di specchi, questa storia di frane e altri delitti (come recita il sottotitolo del romanzo), che impedisce a Poiana di guardare nella direzione giusta fino alla fine. Anche il geologo aveva infatti i suoi segreti: chi l’ha mandato a Casedisopra? Qual era lo scopo del suo controllo del territorio? La narrazione, pur fornendo al lettore qualche elemento per far ipotesi, non lo spinge troppo a domandarsi come sono andati i fatti, insistendo più sulle ricerche dell’ispettore che sugli interrogativi che tali indagini sollevano. Sempre più spesso, ormai, ciò che offre questo genere di libri non è più il piacere dell’enigma da svelare, e persino le detective stories più canoniche hanno mutato pelle. Il tempo passa, anche per i gialli.
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