Mi ricordo che, quasi un anno fa, trovandomi in una libreria a girellare senza un titolo preciso in mente, avevo chiesto alla commessa di gialli ambientati a Milano, la mia città, ed ero uscita con un sacchetto pieno di libri tra cui Al Giambellino non si uccide, prima indagine del detective Zappa, di cui questo romanzo è il prosieguo. Non che tra le due storie ci siano collegamenti, possono essere tranquillamente lette separatamente, ma il personaggio protagonista era già li, in quella prima avventura.
Non so se, tra le tante cose a cui si è dedicato Matteo, di cui fornisce ampio elenco in quarta di copertina, ci sia anche l’ascolto del programma Radiografia nera, in onda su Radio Popolare, dove si sono raccontate le storie di nera a Milano sin dagli anni ’30, fatto sta che il suo Roger Zappa conduce proprio una trasmissione dal titolo Krimilania, dedicata ai delitti passati e presenti che insanguinano la città. A margine, dirige una agenzia di investigazioni un po’ scassata, per cui è sempre a corto di soldi. Ma ha passato del tempo “al 2” – espressione meneghina con cui si allude al civico di piazza Filangieri, dove si affaccia il portone del carcere di San Vittore – quindi vanta una serie di contatti molto utili tra ex detenuti.
La storia di Baggio vecchia comincia con un furto molto bizzarro: Donna Bambi, sciura attempata della Milano bene, ha deciso di convolare nuovamente a nozze e di concedere al fidanzato di ambientarle nella chiesa di quel quartiere così popolare, dove lui è nato. Ma proprio durante i momenti che precedono le fatidiche risposte al prete, si avvede che le è sparito il Rolex dal polso. Non c’è spazio neppure per quell’agognato “sì”: fermi tutti, rimandiamo, prima scopriamo dov’è finito l’orologio. E lo facciamo scoprire a Zappa, il quale, nei quattro o cinque giorni che impiega a stanare il ladro, riesce ad incontrare tutta una carrellata di personaggi coloriti, dal vecchietto mitomane alla laureanda in Bocconi, da stilisti fissati e un po’ paraculi, sino al difensore d’ufficio che poi entrerà in agenzia. Piccole immagini in 3D, con tanto di odori e sapori (si dorme poco ma qualcosa, ogni tanto, si mangia in questo romanzo), che restituiscono interpreti forse poco verosimili (scrivere e soprattutto mandare a memoria una tesi di laurea in Bocconi in una notte ci pare renda poco merito a chi, in quella università, ci ha studiato davvero) ma godibili come è, anche stavolta, fruibilissima tutta la parte di aneddoti, immagini, spiegazioni di detti popolari ambrosiani che Lunardini sminuzza nelle sue pagine, segno che, anche stavolta, la città è la vera signora, l’attrice protagonista della storia.
Perché si dice “Va’ a suonare l’organo a Baggio” (lo scrivo in italiano per non giocarmi le altre 91 province) piuttosto che “Non sono un vincenzo” (minuscolo, col che ci spieghiamo anche la canzone di Alberto Fortis), le frasi scritte col gessetto per terra dal “poeta” Carlo Torrighelli, sino alla ricetta del vero milanese (severità borromaica, autoritarismo sabaudo, un pizzico di libertarismo napoleonico e tanta voglia di fare padana), ecco che Matteo cosparge di sapide spigolature una inchiesta che, pur sgangherata e condotta da scappati di casa, giunge comunque al suo happy end.
Però fatemi un favore, saltate a piè pari il capitolo n. 11, dove la descrizione di un processo per direttissima si trasforma in un pezzo grottesco e burlesco e noi, che in quelle aule puzzolenti di arrestati e divise che hanno tirato la notte ci siamo stati davvero, non lo perdoniamo neppure ad uno scrittore.
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