Ognuno è carnefice – Katarzyna Bonda
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Dopo Non esistono buone intenzioni e Nessuna morte è perfetta la penna della scrittrice polacca Katarzyna Bonda, classe 1977, ci regala l’ultimo libro della (per ora) trilogia con protagonista Aleksandra Sasza Zaluska: Ognuno è carnefice – Edizioni Piemme con traduzione di Laura Rescio e Walter da Soller – che recensiamo oggi al Thriller Café.
Chi ha già letto i primi due libri ritroverà con piacere la donna dai capelli rosso fuoco e dal turbolento passato, tornata da qualche tempo in Polonia, a Sopot, fredda città del Mar Baltico tra Danzina e Gdynia, per ricominciare una, seppur faticosa, nuova vita lasciandosi alle spalle l’alcolismo e puntando tutto su Karolina, la sua bimba, e sulla sua professione di detective profiler.
Il libro può però essere letto anche “singolarmente” in quanto l’autrice descrive l’essenziale del passato di Sasza nelle prime pagine con stile asciutto e senza inutili fronzoli rinfrescando anche la memoria dei fan di lunga data senza incrementare ulteriormente la mole già discreta del romanzo (560 pagine).
“Hai qualcosa che non possiedono in molti, e che tanti hanno perso. Talento e fegato. Onestà e tenacia. Ma ora basta western, bella mia. Oggi ci accordiamo per fare una tregua.”
Dopo alcune disavventure, Sasza viene riabilitata a tutti gli effetti in polizia e le viene assegnato un nuovo caso: Łódź, la città dei senzatetto, sta bruciando.
Un piromane si aggira per le strade della terza città più popolata della Polonia appiccando incendi a cassonetti, case, barboni e Sasza dovrà scoprire chi è e perché lo fa: se per una malattia mentale, se per vendetta o se per dare sfogo alle più oscure insoddisfazioni dell’animo umano.
Essendo un thriller lo si può indubbiamente leggere come tale ossia concentrandosi sulla pura ricerca del cattivo, dell’antagonista, dell’assassino piromane e non c’è nulla di male in questo, anzi. Sia lo sviluppo dell’indagine che l’intreccio narrativo sono appassionanti e portano il lettore a fare dei collegamenti in completa autonomia e a comprendere e risolvere alcune situazioni del romanzo senza essere guidato per mano dall’autrice: è insomma una lettura attiva, che richiede memoria e non lascia molto spazio a distrazioni spaziando dal male inteso come “bug” dell’umanità al dolore del singolo individuo che reagisce a tutti i pugni nello stomaco costretto a prendere ogni giorno della sua vita, con tutte le conseguenze del caso, creando un romanzo corale con molteplici sotto trame, storie di vita e singolari aneddoti di svariati incidenti, dolori e rancori.
Ma, soprattutto, questo è il romanzo di una città, come ampiamente spiegato nelle suggestive (e molto interessanti) note finali della scrittrice, e si può leggere anche come una sorta di lungo racconto a sé.
Inutile negare che l’ambientazione faccia la parte da leone in questo libro: l’autrice mette a nudo Łódź, la spoglia di tutto quello che può essere la normale vita cittadina di una qualsiasi altra città polacca o anche d’Europa o del mondo (ambientare questo romanzo a Roma o a Los Angeles non avrebbe certamente dato lo stesso risultato) e ci accompagna giù, in strada. Ci illustra realtà scomode fatte di appartamenti vuoti e senza riscaldamento, occupati da disagiati, spacciatori, truffatori, prostitute ma anche da ex insegnanti ora disoccupati, famiglie ridotte allo stremo, figli della generazione reduce dalla – pesante – storia mondiale che ha distrutto la Polonia.
Bonda ci chiama e ci porta sia nelle periferie che nei nuovi quartieri che lottano per una vita diversa, fatta di casette carine, nuove opere architettoniche, lavori dignitosi e relazioni sane – senza però far finta che sentimenti come la rabbia, la paura per la diversità e i pregiudizi non esistano più e dove il rap è la colonna sonora costante per alzarsi la mattina e reagire.
“Da dietro le spalle ti guarda sempre questa piccola città
I suoi sussurri non ti lasciano dormire
Quando vinci, qualcosa continua a ricordarti
“Alla fine tornerai qui sconfitto”.
Perché a chi è che appartieni, eh? A lei.”
Zeus (rapper polacco)
Il libro è godibilissimo e si legge molto bene (serve farsi un po’ d’orecchio per i nomi propri polacchi) ma, inevitabilmente, un intreccio così complesso con tante storie secondarie e tanti temi trattati porta ad un finale “in velocità” dove tutto si chiude un po’ troppo rapidamente lasciando troppa carne ancora sul fuoco.
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