La fossa dei lupi – Ben Pastor
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Non stupisce che in libreria si sia attratti dall’ultimo romanzo di Ben Pastor: “La fossa dei lupi”. Non stupisce perché è impossibile non rimanere colpiti e incuriositi da una descrizione-presentazione come “il sequel dei Promessi Sposi?”. Mica roba da niente. Dunque, è più che comprensibile che venga voglia di andare a “vedere” (pokeristicamente parlando). Perché trattandosi di Alessandro Manzoni, suvvia, è inevitabile qualche sospetto di bluff (tanto per rimanere in tema di azzardo).
In effetti, la scrittrice italo-americana (romana di nascita, Maria Verbena Volpi all’anagrafe; naturalizzata statunitense e sposata con un Pastor) ha immaginato una vicenda fatta di intrallazzi, eredità, nobili e povera gente, che si svolge non molto tempo dopo la conclusione del romanzo manzoniano. Il tutto posato su una orditura di riferimenti alla situazione storica di quegli anni, dominati dalla presenza spagnola a Milano, dal peso rilevantissimo della Chiesa (attraverso cardinali e sacerdoti) e, ovviamente, dalle conseguenze della peste che dal 1628 al 1633 falcidiò l’Italia settentrionale.
In tale immenso affresco c’è un delitto: un uomo ucciso con un colpo di archibugio, di sera su una strada isolata nel bosco, nel Lecchese. E la vittima non è un viandante qualsiasi, ma un Visconti, per la precisione quel Bernardino che molto probabilmente ispirò Manzoni per la figura dell’Innominato.
Nel libro della Pastor quello dell’assassinato non è certo l’unico personaggio dei Promessi sposi; in pratica ci sono tutti, raccordati e collegati dalle vicende soprattutto venali e d’interesse ma anche non poco umane che costituiscono la trama thriller della storia. Attraverso situazioni articolate e ben costruite “La fossa dei lupi” pare voler fare il punto sulla società e sul potere in quegli anni. Ci sono le evidenze dei rapporti tra potenti, le abitudini della popolazione più semplice e umile, non di rado destinata a subire prepotenze, violenze e quant’altro rendeva poco felice quell’epoca. Ancor di più per via della peste.
Non manca però la speranza, con Renzo e Lucia che vivono sì ancora momenti travagliati e paurosi per i sospetti che ricadono su di lui per l’omicidio del Visconti, ma che da un lato si è anche trasformato da operaio in imprenditore avviando una filanda in proprio, e dall’altro vive le gioie e le trepidazioni della prossima paternità. In proposito è da sottolineare come il romanzo della Pastor non si limiti a tracciare un sequel di Manzoni, ma dia vita anche a una sovrapposizione, dal momento che nella sua storia Lucia è in dolce attesa, mentre già il Manzoni fa nascere l’erede con tanto di nome Maria, primogenita di “non so quanti” altri piccoli.
A fare da Cicerone in questo dedalo di sfaccettature della società seicentesca iberico-milanese è il luogotenente Olivares che indaga sulla morte eccellente nel bosco. A voler sintetizzare la vicenda “gialla” probabilmente la si potrebbe raccontare in una novella neanche troppo lunga, ma trattandosi di 420 pagine che aspirano a essere sequel dei Promessi Sposi… A condurre le indagini è il luogotenente di giustizia Diego Antonio Sarría de Olivares, uomo d’ordine ma anche di cultura e profonde riflessioni etico-religiose, cosí che il racconto è pure un viaggio storico e culturale non solo e non tanto nella contemporaneità del Seicento, quanto nella classicità. A offrire il destro per queste corpose divagazioni è la intrigante figura di Polissena de Stampi, affascinante vedova cinquantenne di cui l’Olivares si innamora, ricambiato. Così, oltre a storia, potere e spiritualità la Pastor ha voluto e saputo spruzzare anche un po’ di “rosa” nella sua “Fossa dei lupi”. Peraltro, quelle dell’Olivares con la acculturata nobildonna meneghina non sono le sole strizzatine d’occhio a manovre di corteggiamento. Non poca attenzione la narrazione dedica infatti anche a questioni del genere che hanno come figura da concupire la madre di Lucia, la Agnese dominatrice del focolare domestico della nuova famigliola Tramaglino. Ma bisogna fermarsi qui, perché altrimenti il già piccolo componente thriller svanisce del tutto come la nebbia sul lago.
Conclusioni? Difficili. La selezione dei lettori di questo romanzo ameri-italiano (la Pastor l’ha scritto in inglese per poi controllarne la traduzione) certamente la fa la propensione del gusto di ognuno. Dunque, conta la passione per il romanzo storico. Ma forse non basta. Magari ci saranno già stati, ma un sequel con autore diverso da quello dell’autore originale è qualcosa di particolare. Ben Pastor ha avuto il coraggio di provarci, ma l’aspirare a mettersi sulle tracce di Manzoni non è cosa da poco, per niente. Il rischio che il coraggio diventi improntitudine è abbastanza forte. Chi ama il “giallo” e le ambientazioni storiche e ha la curiosità di vedere che effetto fa un Philip Marlowe tempo-trasportato nel Seicento, sulle Prealpi lombarde anziché sulle colline di Los Angeles, provi. Magari con una piccola avvertenza: che non abbia letto da poco tempo Manzoni e resista alla tentazione di andare a sfogliarlo. Si potrebbe incorrere nel pericolo di mettere da parte il sequel a favore dell’originale.
Recensione di Franco Fiorucci.
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