Il libro di cui parliamo oggi al Thriller Café è un grande thriller carcerario purtroppo dimenticato: La città di pietra di Mitchell Smith, pubblicato da Mondadori nel 1994, nella collana Interno Giallo.
Una volta Charles Bauman era un professore universitario, con una vita normale. Aveva una moglie, un figlio adolescente e anche un’amante. Poi, all’improvviso, il suo destino dà una brusca sterzata: una sera, dopo qualche bicchiere di troppo, Bauman investe una ragazzina di dodici anni in bicicletta e la uccide. Preso dal panico, fugge, aggravando ulteriormente la sua posizione. Omicidio colposo.
Ora Bauman è un galeotto nella “città di pietra” che dà il titolo al romanzo: prigioniero delle fredde mura del carcere di State, nel Midwest. La sopravvivenza, in carcere, è frutto di un equilibrio complicato. Stupri e violenze sono all’ordine del giorno e venire coinvolti è estremamente facile, basta una parola sbagliata. Bauman, sfruttando il suo passato di accademico, riesce a cavarsela, dividendosi tra “ripetizioni” ai detenuti e lezioni di pugilato. Fino a quando, un giorno, un suo “allievo” viene misteriosamente accoltellato nella sua cella. Il “Prof” esprime qualche parola di troppo sulla vicenda, e tanto basterà a coinvolgerlo nell’indagine per scoprire il colpevole dell’omicidio, un’indagine che diventerà per lui quasi un’ossessione e lo porterà a destreggiarsi tra secondini e gang rivali all’interno del carcere.
La città di pietra è davvero un “romanzo mondo”: leggendolo, ci si trova letteralmente prigionieri delle pagine, in un labirinto di personaggi inquietanti e affascinanti al tempo stesso, ciascuno con un fardello di colpe più o meno agghiaccianti sulle spalle. La prosa di Smith descrive con meticolosa precisione le dinamiche carcerarie, dagli squallidi pasti alle complesse dinamiche sociali e interpersonali, dalle visite dei familiari agli squallidi poster che adornano le pareti delle celle, ma indaga anche l’animo del protagonista giocando con frequenti flashback. Al di là dell’efferatezza e delle violenze che serpeggiano tra le pagine, quello che sconvolge veramente è la capacità dell’autore di ricreare un clima di costante tensione: un limbo kafkiano in cui bastano una parola o un gesto sbagliato a decretare svolte imprevedibili e spaventose. Addentrandosi nella lettura, si condivide con il protagonista un’incertezza costante, una paura che grava su ogni passo, su ogni decisione.
La città di pietra è a tutti gli effetti un dramma carcerario, e in quanto tale ci riporta alla mente i grandi classici del genere: da “Fuga da Alcatraz” con l’inossidabile Clint Eastwood all’indimenticabile “Papillon”, per arrivare a “Le ali della libertà” di Frank Darabond, ma senza dimenticare serie televisive come Prison Break oppure Oz (quest’ultima serie tra l’altro presenta molte affinità di trama con il libro di cui stiamo parlando). Ma Mitchell Smith è un autore eclettico, che nel corso della sua carriera ha spaziato dal western, al thriller fino ad arrivare alla fantascienza. In questa storia riesce ad ibridare l’universo carcerario con altri generi. In primis con il thriller e la detective story, perché il protagonista si trasforma suo malgrado in un detective, ma anche con la spy story, per via delle complicate relazioni che intercorrono tra le gang che gestiscono il potere dietro le sbarre: bikers, razzisti ariani, ispanici e afroamericani sono impegnati in un costante braccio di ferro, fatto di intricati sotterfugi e segreti che vengono a mano a mano svelati. Oltre a questi temi, però, ci sono anche venature più emotive: ad esempio, Smith riesce a descrivere in modo articolato e lontano dagli stereotipi l’omosessualità nel carcere, qualità non scontata negli anni in cui è stato scritto il romanzo.
Spero di essere riuscito ad incuriosirvi e sono certo che La città di pietra potrà rivelarsi una lettura entusiasmante. Purtroppo, il volume è attualmente fuori commercio, ma lo si può reperire facilmente e con una spesa molto contenuta sul mercato dell’usato.
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