matt-hiltonTenete a mente questi due nomi:
Matt Hilton, autore.
Joe Hunter, eroe.
Insieme, Matt e Joe, hanno dato vita a Dead Men’s Dust, che a pochi mesi dalla distribuzione nel Regno Unito e negli USA, uscirà per la Longanesi sul mercato italiano col titolo de L’Inseguitore.
Matt ha scritto il libro (è il suo romanzo d’esordio), Joe Hunter (“hunter” in inglese vuol dire cacciatore) lo ha interpretato come in un film d’azione. E Joe è uno di quegli eroi che non ci vanno giù leggeri.
Matt e Joe in parte si assomigliano, e se leggerete l’intervista capirete perché.
Matt Hilton ha 42 anni, vive a Carlisle in Inghilterra, ed è un ex poliziotto e un esperto “martial artist”.
Il suo secondo romanzo, Judgement and wrath, uscirà a ottobre in Gran Bretagna, e poi seguiranno ogni sei mesi gli altri 3 libri (il 4-5-6 ) della serie. Se sono belli come il primo non ho dubbi che li vedremo pubblicati anche qui da noi. Intanto, abbiamo fatto due chiacchiere con lui.

Per leggere l’intervista in lingua originale potete scaricare il .pdf  (You can read the original interview in .pdf here): Interview with Matt Hilton.

D: Tanto per iniziare, permettimi una domanda retorica: perché voi scrittori di action thriller dovete sempre creare dei personaggi tanto belli e affascinanti? Romantici, solitari eroi dallo spirito inarrestabile, cavalieri erranti? Irresistibili bastardi figli di buona donna? Le lettrici non possono fare a meno di innamorarsi di loro! E lasciatelo dire, è veramente una seccatura! E il tuo Joe Hunter, non fa eccezione. Detto ciò, cominciamo con l’intervista.
R: E tanto per rispondere alla tua domanda retorica, credo di dover dire che sono il tipo di uomini che affascinano il nostro lato egocentrico. Chi fra noi non vorrebbe essere come Jack Reacher, Mitch Rapp o Joe Hunter?

D: Joe Hunter è un solitario, un ex militare delle forze speciali, un duro con un forte senso della giustizia votato al lato buono della forza. “Qualcuno mi può credere un vigilante. Io penso soltanto di avere problemi da sistemare”, dice di sé. Cosa lo rende differente dai molti eroi solitari che abbiamo già incontrato nelle nostre letture? Penso a personaggi come Joe Pike, Nick Stone, Dan Shepherd, Jack Rain, Mitch Rapp, Myron Bolitar, Elvis Cole. Ma in particolare penso a Jack Reacher. Come il tuo connazionale Lee Child, hai scelto gli US come terra, desolata e un po’ western, dove farlo errare. Perché gli USA? Tutti i primi cinque romanzi di Joe sono ambientati negli Stati Uniti?
R: Credo che Hunter abbia in comune con il Jack Reacher di Lee Child il fatto di essere un ex militare che percorre su è giù gli States senza cedere a compromessi e fregandosene della legge. Ciononostante, Reacher e Hunter sono personaggi molto diversi fra loro. Mentre Reacher è molto metodico e analitico nel suo approccio a un problema, Hunter tende a buttarcisi dentro senza pensare troppo alle conseguenze. Molti dei personaggi che citi sono detective, poliziotti o militari in servizio – con l’eccezione di Rain che è un assassino – e anche Reacher a suo modo è ancora un investigatore. Hunter, invece, è guidato dalla necessità di riscattare i suoi stessi peccati, e lo fa aiutando altre persone meno fortunate di lui. Si presenta come un campione pronto a vendicare le vittime, un po’ nella tradizione del Samurai errante o del pistolero del selvaggio west. Se dovessi scegliere un personaggio tra quelli che mi hai detto che sotto questo punto di vista più assomiglia a Hunter, sceglierei Joe Pike.
Ho ambientato i romanzi negli USA perché leggo principalmente fiction americana e quindi ho una certa familiarità con lo stile narrativo degli autori di thriller americani, uno stile molto vicino a quello del cinema d’azione.
L’America offre infiniti paesaggi che sono a noi tutti familiari grazie ai film di Hollywood; ma è ancora per molti lettori una terra sconosciuta e variegata. Volevo per i miei romanzi un’ arena capace di drammatici mutamenti di scena, che potesse diventare essa stessa un personaggio. Ambientare le avventure di Hunter negli UK, dove vivo, sarebbe stata da questo punto di vista una scelta limitante.

D: Lo so che hai risposto a queste domande un sacco di volte, ma devo comunque fartele. Quanto le tue precedenti esperienze di responsabile della sicurezza e di poliziotto hanno influenzato il tuo stile narrativo? Quanto Matt c’è in Joe? Eri un duro, come lui? Non ti manca mai l’azione, magari dare la caccia ai cattivi?
R: L’ultima cosa che avrei voluto fare era prendere ispirazione dal mio lavoro quotidiano, così ho deviato dal tipico genere poliziesco procedurale, di stampo marcatamente britannico. Volevo scrivere thriller con lo stile del cinema d’azione, senza rallentare la storia e senza dilungarmi in quei dettagli necessari ai polizieschi o alle detective story. Questa è la ragione per cui ho fatto di Hunter un ex militare delle forze speciali. In questo modo non avevo più bisogno di seguire procedure e obblighi formali o politici, potevo dare al mio personaggio carta bianca e lasciargli fare qualsiasi cosa volesse per risolvere un problema.
La cosa più importante che ho imparato dai miei precedenti lavori è il modo in cui la paura e la violenza influenzano una persona. Ho portato questa esperienza nei miei libri per aggiungere alle scene conflittuali un elemento di realismo.
Credo di condividere con Hunter molti dei suoi valori fuori moda e il suo atteggiamento morale. Non mi piacciono i bulli, e credo che debbano essere messi al loro posto. Entrambi siamo esperti di arti marziali, e ai nostri tempi abbiamo entrambi combattuto: ma non credo che riuscirei a resistere più di qualche secondo contro Joe. Come poliziotto mi sono ritrovato in situazioni poco simpatiche e ho avuto la necessità di difendermi, ma non sono certo al livello di Hunter, non ci vado neppure vicino!

D: Hai scelto di scrivere in prima persona i primi quattro libri, poi sei passato a narrare in terza persona nel quinto romanzo. Come mai? E per i prossimi romanzi, prima o terza?
R: E’ interessante che citi questo fatto, e credo che tu abbia letto il mio blog, dove ho dato questa notizia. Nei primi quattro romanzi ho scritto le parti che riguardavano Hunter dal suo punto di vista, cioè in prima persona, alternandole con la terza quando un altro personaggio entrava in scena.
Trovo che questo sistema funzioni bene, ma anche che renda difficile trasmettere al lettore qualcosa di più profondo su Hunter. Addirittura certe volte ho avuto la sensazione che i cattivi fossero personaggi più completi di Hunter. Sentivo, insomma, il bisogno di definirlo meglio come personaggio, di renderlo più complesso. Quando ho iniziato il quinto romanzo, volevo scavare un poco sia nel carattere che nella psiche di Hunter, ma senza che sembrasse un continuo monologo: per questo ho scelto di raccontare in terza persona. Posso solo dire che è stato un esperimento, e aspetto ancora l’ok dal mio editor. Ciò significa che il libro 5 potrebbe anche uscire in prima persona, con Hunter voce narrante. Se al contrario funzionasse bene, potrei decidere di scrivere in terza persona da qui in avanti, anche se sono quasi sicuro che ritornerò alla prima persona.

D: Come, quando e dove scrivi?
Scrivo su un laptop seduto alla scrivania, nel mio soggiorno. La vista dà su una ferrovia abbandonata, cosa che potrebbe sembrare romantica, ma non lo è. Tutto quello che vedo è una distesa d’erba su un terrapieno. Non è un male, visto che almeno non mi distrae troppo. Ho sempre la tv che funziona in sottofondo e il mio cane che mi tiene compagnia quando mia moglie non è in casa. Lavoro per molte ore, 4/5 ore alla mattina poi riprendo a scrivere nel tardo pomeriggio. Vado spesso avanti fino a tarda sera, sette giorni su sette. Non che il mio lavoro consista solo nello scrivere romanzi: sistemo il mio blog, curo un sito dove si pubblicano racconti (Thrillers, Killers ’n’ Chillers), rispondo alle email e, come sto facendo in questo momento, mi dedico alle interviste o al materiale pubblicitario e promozionale.

D: Mi sembra che il mercato stia cercando di smussare le differenze esistenti tra gli action thrillers britannici-irlandesi e quelli americani, omologando così il lavoro degli autori. Presumibilmente la ragione è allargare il target – hai presente quella cosa globale di cui tutti parlano? Qual è la tua opinione, in proposito? Esistono ancora peculiarità stilistiche che distinguono gli autori di (crime e aciton) thriller americani dagli inglesi, e viceversa? (e non sto parlando di scrivere colour con o senza una U).
R: Hai ragione. Fino a qualche anno fa sarebbe stato impossibile per me, in quanto autore inglese, scrivere ed essere ben accolto sia dal mercato UK che da quello americano. Ma penso che i tempi siano cambiati: che un inglese oggi scriva per il mercato americano è non solo ben visto, ma addirittura voluto. Avere un bestseller in tutte le nazioni è un grande risultato per ogni editore. Cominciamo a vedere grandi autori come Lee CHild, John Connolly, Ken Bruen e R.J. Ellory scrivere libri che potresti giurare essere stati scritti da un autore americano. Per quel che riguarda lo stile, ci sono differenze tra un thriller inglese e un suo contemporaneo americano. Ci sono le tradizioni, tanto per iniziare: i polizieschi procedurali inglesi contro i detective del romanzo americano, ma queste tradizioni stanno diventando sempre più tenui. La differenza principale sta nel maggior coraggio, nell’audacia dei romanzi inglesi. Che sembrano più dark, un passo avanti rispetto a molti americani. Poi ci sono idiomi che non coincidono, anch’io occasionalmente mi trovo a dover spiegare al mio editore americano cosa Hunter sta dicendo. Non credo che l’ironia inglese renda bene in americano.

D: Ci sono differenze sostanziali tra le edizioni UK e US dei tuoi libri?
R: Le edizioni UK sono più coraggiose, e un po’ più dark nei contenuti, nonostante i libri siano poi praticamente gli stessi. E’ interessante notare che l’edizione americana de L’Inseguitore mantenga il prologo, tagliato invece nell’edizione inglese. Parole di quattro lettere (ndr qui Hilton si riferisce al termine fuck) sembrano essere meglio accolte dal mercato britannico che da quello americano. Trovo divertente che Hunter, che è un ex soldato britannico – e che quindi usa un linguaggio da caserma – nell’edizione americana dica cose tipo “Damn you”, “dannazione a te!”. Non voglio difendere torpiloquio e bestemmie o maledizioni varie, ma sono una realtà della vita. E’ interessante notare che nei romanzi di Lee Child non si trova mai quella parola di quattro lettere ma, come sai, Reacher è un maggiore uscito dall’Accademia, mentre Hunter è solo un soldato semplice. Hunter e Reacher provengono da ambienti differenti, quindi è logico che Hunter prima o poi si lasci andare a una parolaccia. Un’altra cosa che è stata smussata nella edizione americana è la scena finale, dove Tubal Cain ha il fratello di Hunter nelle sue mani. Il finale americano è meno cruento di quello dell’edizione inglese.

D: Che cosa sai del mercato italiano, e cosa ti aspetti dai lettori italiani? Personalmente ho amato moltissimo il titolo originale, letteralmente La polvere dei morti, e mi sembra invece che quello scelto per il nostro mercato, L’inseguitore, non abbia la stessa forza, che il significato se ne sia volato via, nel vento del deserto. Tu che ne pensi, e ti piace la cover? (quella inglese per me è la migliore). Hai avuto voce in capitolo sulla traduzione?
R: Devo essere sincero e ammettere di conoscere pochissimo il mercato italiano e i suoi lettori, a parte il fatto che mi è stato detto che vi piacciono i thriller! Sono anche fortunato perché il mio agente, Luigi Bonomi, è italiano e vive per una parte dell’anno in Italia: mi ha assicurato che Hunter sarebbe stato ben accolto dai lettori italiani. Non vedo l’ora di sapere come verrà accolto L’inseguitore. Mi piace questo titolo, ma mi sarebbe piaciuto anche La polvere dei morti, che suona meglio e che sarebbe stato più cupo e pertinente alla storia. Non sto lamentandomi, perché sono convinto che la Longanesi abbia fatto un grande lavoro. Mi piace anche la copertina, ed è una coincidenza che ricordi la grafica del sito dedicato a Joe Hunter creato dal mio editore inglese. Non ho avuto molto da dire riguardo alla traduzione, ma ho incontrato su Facebook il traduttore, Stefano Mogni, e abbiamo discusso e chiarito alcune sue perplessità. Sono convinto che abbia fatto un ottimo lavoro e spero che i lettori italiani lo apprezzeranno.

D: I primi cinque romanzi di Joe Hunter saranno distribuiti nel Regno Unito a intervalli di sei mesi. La stessa cosa avverrà negli Usa? E perché una politica distributiva così aggressiva?
R: Sì, è stato deciso così negli UK perché volevamo costruirci un pubblico abbastanza velocemente e rendere noto il nome di Joe Hunter sul mercato dei thriller. Credo che altri editori seguiranno questa strada, in futuro. A volte capita che autori debuttino con una trilogia, e penso che ciò accada per lo stesso motivo, per sfruttare appieno e velocemente la forza d’impatto. Sembra che chi acquista libri graviti più volentieri intorno ad autori che hanno più romanzi sul mercato. Negli Usa i libri saranno pubblicati con cadenza annuale, ma penso che se i romanzi di Hunter dovessero diventare un successo, i tempi di distribuzione si accorcerebbero.

D: Il primo libro è stato venduto meglio in Gran Bretagna o in America?
R: In questo momento DMD sta andando benissimo negli UK, in Australia, Nuova Zelanda, Canada e in altri paesi. L’impatto col mercato US è stato più lento, sebbene il libro stia vendendo bene. L’economia Usa versa in cattive acque, come noi tutti sappiamo, e non sono sicuro che la gente stia comprando molti libri di questi tempi. Mi aspetto che le vendite riprendano con l’uscita del paperback di DMD e con il secondo libro, Judgement and Wrath.

D: So che sei un maestro di arti marziali. Pratichi ancora lo Jo Jitsu?
R: Sono esperto in Ju-Jitsu, Karate, Kempo, combattimento a mani nude, autodifesa e boxe. Attualmente il mio addestramento sta andando un po’ a rilento, visto che sono occupato a scrivere un libro ogni sei mesi. Ma ancora cerco di mantenermi attivo e periodicamente insegno agli studenti di un corso che io stesso ho creato. Ultimamente ho iniziato a praticare Mixed Martial Arts (Arti Marziali Miste) e mi alleno per questo sport, anche se ormai ho abbandonato le competizioni.

D: Ho letto che sei un lettore vorace. Che cosa leggi, Mr Hilton? E quali sono i tuoi autori thriller preferiti? Leggi thriller – poco saggiamente – mentre stai scrivendo un romanzo?
R: E’ vero, leggo un sacco, soprattutto action/crime thriller. Sono un grande fan di John Connolly, a adoro i suoi romanzi di Charlie Parker. Amo anche quelli di Robert Crais, con la coppia Elvis Cole/Joe Pike. Altri autori che seguo sono Michael Marshall, Jack Kerley, Jeffery Deaver, Dean Koontz, Jeff Abbott, Simon Kernick, John Connelly, Lee Child, e James Patterson. Di recente ho scoperto Stephen Leather e Vince Flynn (ehi, ve ne ho parlato anch’io da TC!) e da adesso in poi molto probabilmente seguirò anche loro. Ken Bruen mi stupisce, e così R.J. Ellory. Ce ne sono talmente tanti che ho l’impressione di aver dimenticato qualcuno tra i miei favoriti. Ci sono anche un paio di british che tendo a non perdere: Adrian Magson e Sheila Quigley, entrambi grandi scrittori. Mi piacciono anche le storie horror. Ho letto parecchia fantasy e credo proprio di essere stato influenzato, all’inizio della mia carriera, da HP Lovercraft, Robert E.Howard e Edgar Allan Poe.
Non vorrei che sembrasse che stia spingendo il sito web dove li pubblico, ma leggo anche un sacco di racconti scritti da autori emergenti come Col Bury, Lee Hughes, Paul Brazill, Amit Dhand e altri ancora. Ci sono così tanti autori che pubblicano sui webzines oggi, che sarebbe necessario creare una piattaforma di lancio molto più vasta.
Molti autori non leggono il genere di romanzi che scrivono, quando scrivono. Io lo faccio: ciò mi aiuta a evitare trabocchetti e a stare alla larga da quanto ho appena visto al cinema o letto in un libro. Per fare un esempio, ho cambiato la fine del romanzo n.5 quando ho scoperto che una scena simile era stata già scritta da un altro autore.

D: C’è chi, anche negli action thriller cerca significati e messaggi reconditi: personalmente cerco solo un libro da cui non riuscire a staccarmi. Cosa ci dici dei tuoi romanzi: sono puro e sano intrattenimento o hanno altre pretese? Che parola potresti usare per descriverli?
R: Se dovessi usare solo una parola per descriverli, userei evasione. Come te, non cerco significati nascosti o qualcosa di profondo, solo un’avventura ricca di azione. Se volessi qualcosa di più complesso, leggerei fiction letteraria, ma non mi diverte più di tanto. Un eroe forte e carismatico alla caccia del cattivo di turno mi prende sempre!

D: Il secondo romanzo, Judgement and wrath (letteralmente “Giudizio e furore”, un titolo che certo non si dimentica, Mr Hilton), uscirà nel Regno Unito in ottobre. Ci puoi anticipare qualcosa?
R: Il titolo è tratto da un libro di magia nera. Hunter è stato assunto per liberare una ragazza da un fidanzato presumibilmente violento. Ma non è il solo a dare la caccia alla ragazza e al bullo con cui si è messa. Un killer professionista, con il nome di un angelo caduto, Dantalion, è in rotta di collisione con Hunter. Joe deve fare il possibile per salvare la ragazza e fermare l’assassino prima che porti a termine il suo contratto. Direi quasi che c’è ancora più azione qui che in DMD, ci crederesti?

D: Hunter e gli altri duri che ho citato prima hanno un forte lato romantico. La loro vita è un casino, ma c’è sempre una donna da qualche parte a cui pensano o che li aspetta (e non sono mai io!). Qualcuno insinua che il risvolto romantico negli action thriller sia un’esca per richiamare pubblico femminile. Qual è la tua opinione in proposito? E dimmi, già che siamo in argomento (sono una donna, dopo tutto): dopo il naufragio del suo matrimonio, Joe troverà l’amore? Ci tieni tanto a lui da dargli una nuova donna in ogni romanzo da portarsi a letto e poi alla fine mollare, come da copione?
R: Penso effettivamente che ci sia qualche tentativo di attirare le lettrici inserendo negli action thrillers un risvolto romantico, ma guarda che anche i lettori maschi non lo disprezzano, anche se non molti lo ammetterebbero. Penso che le lettrici preferiscano trovare in un romanzo un’eroina forte e indipendente, e non la classica bellona messa lì solo perché il protagonista se la possa fare e poi mollarla. Una volta i libri thriller trattavano la donna in questo modo, ma negli ultimi dieci anni qualcosa è cambiato e oggi abbiamo dei fantastici personaggi femminili che non hanno nulla da invidiare a quelli maschili. Come Charlie Fox, il personaggio creato da Zoe Sharpe. Aggiungerò personaggi femminili ai romanzi di Hunter quando e se saranno importanti per la trama, non perché Hunter ci si possa trastullare.
Quando lo incontriamo ne L’inseguitore, Hunter è ancora innamorato della ex-moglie e distrutto dal divorzio. Ma sta’ tranquilla, nel terzo libro proverà qualche interesse per una donna. Non voglio scoprire le carte troppo presto, ma diciamo che lo stile di vita di Hunter potrebbe essere pericoloso per chiunque decidesse di stargli vicino.

D: Dopo questi primi cinque romanzi, scriverai ancora di Joe Hunter o stai pensando a un nuovo personaggio seriale?
R: Mi piacerebbe ovviamente assicurarmi un contratto per altri romanzi di Hunter. Amo veramente questo personaggio e ho un sacco di idee per il suo futuro e quello dei suoi amici. Sarebbe un giorno triste, se mai dovessi dirgli addio.
Comunque, mi piace anche scrivere thriller non seriali, e vorrei piazzarne qualcuno, ogni tanto. In un thriller che ho già scritto ma non ancora pubblicato, ho sviluppato un altro personaggio, Carter Bailey. Si tratta di un thriller con spunti paranormali, con un rumore di fondo spettrale. Carter è convinto di avere imprigionata dentro di sé l’anima del fratello Cash, un feroce serial killer, ma il lettore non sa se sia vero o sei sia solo l’immaginazione di Carter a crederlo. Poter avere nella testa del protagonista un nemico che nello stesso tempo è anche un suo alleato mi ha aperto delle prospettive davvero interessanti. Mi piacerebbe anche scrivere degli horror/thriller per un pubblico di ragazzi: il primo l’ho già finito.

D: Ho letto sul tuo blog che a ottobre sarai a Bouchercon Indianapolis come ospite. Che cosa ti aspetti e con quale dei tuoi colleghi vorresti scambiare due chiacchere?
R: Ho già partecipato l’anno scorso all’edizione di Baltimora, e in quella occasione ho incontrato alcuni dei miei idoli letterari e mi sono fatto degli amici. Sono stati tutti così gentili e amichevoli con me! Non vedo l’ora di andarci di nuovo. Non vorrei sembrare uno che se la tira, ma a Baltimora ho incontrato Lee Child , anche lui veramente gentile e molto disponibile, ed altra gente fantastica, come Andrew Grant, Simon Kernick, Peter James, Adrian Magson, Sean Black e molti altri autori che spero di ritrovare a Indianapolis. Sono molto fortunato perché quest’anno prenderò parte a una conversazione riguardante il fascino che i serial killer esercitano sia sui lettori che sugli scrittori di fiction. E per far ciò dovrò ritornare ancora una volta nella testa di Tubal Cain, il serial killer de l’Inseguitore. Bouchercon è un evento enorme ed è la destinazione di molti fan: mi piacerà incontrarli e parlare con loro.

Intervista realizzata per Thriller Café da Viviana Giorgi.

Sul web potete incontrare Matt Hilton qui:

il sito ufficiale:
http://www.matthiltonbooks.com

il suo blog (ed è uno che scrive e risponde)
http://matthiltonbooks.blogspot.com

il blog su cui pubblica racconti thriller di autori esordienti
http://thrillskillsnchills.blogspot.com

il sito-gioco di Joe Hunter
http://www.joehuntervigilante.com

L’inseguitore, di Matt Hilton: acquistalo su Amazon!

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Articolo protocollato da Viviana Giorgi

Un tempo andavo soprattutto al cinema. Oggi soprattutto leggo. Solo in inglese, perchè è la lingua degli action thriller, il mio genere. Non sopporto più i vari procedural, né i legal o court thrillers, né le vecchiette inglesi coi loro pizzi. Se l'azione latita, il libro non fa per me. Se non si spara e non ci si prende a botte, il libro non fa per me. Se l'eroe (o l'eroina) non sono sufficientemente tormentati dai fantasmi del loro passato, il libro non fa per me. I miei autori preferiti (al momento) sono Lee Child, Andy McNab e Robert Crais. Sono entrata in questo Café per scroccare una birra al barman. Era buona, quindi ci sono tornata. Anche per aiutarlo a farne il thriller joint più noto del web. Sono presuntuosa, giornalista e tifo Milan.

Viviana Giorgi ha scritto 13 articoli: