Alessandro Berselli ha iniziato la sua attività come umorista, collaborando tra l’altro con “Comix”, prima di iniziare nel 2001 un’attività parallela di scrittore noir. Dopo aver pubblicato diversi racconti su varie antologie, per il quotidiano “La Repubblica” scrive Commando sette (2007). Il suo ultimo libro è “Io non sono come voi” edito da Pendragon.
I suoi scritti denotano un evidente debito tanto nei confronti della scrittura pulp quanto di un certo tipo di letteratura psicologica dove all’indagine si preferisce l’analisi dei processi mentali, del senso della sconfitta, dell’insoddisfazione del vivere quotidiano. L’universo nel quale Berselli si muove è fatto di persone mediocri, figure border line incapaci di trovare un riscatto e per questo condannate al baratro emotivo.
L’ha intervista per Thrillercafe.it Francesca Panzacchi:

[FP]: Alessandro scegli tre aggettivi per definire il tuo ultimo libro “IO NON SONO COME VOI”
[AB]: Claustrofobico, inquietante, sofferto. Mi interessava lavorare sull’idea dell’angoscia, su una specie di noir dell’anima. Io mi sono sentito così mentre lo scrivevo. Imprigionato e spaventato. La sofferenza è venuta di conseguenza.

[FP]: Perché hai scelto questo titolo?
[AB]: E’ una dichiarazione di non appartenenza. Paolo Graziani, il protagonista, è un non integrato che non si vuole integrare. Uno che non riesce ad essere come gli altri. IO NON SONO COME VOI, per l’appunto.

[FP]: Com’è nata l’idea che ha dato vita al libro?
[AB]: L’idea voleva essere quella di scrivere il diario di un serial killer partendo dal punto di vista dell’omicida. IO NON SONO COME VOI è un lungo monologo interiore sullo scivolamento del protagonista da uomo apparentemente normale ad assassino seriale. Mi intrigava capire come si può arrivare alla soglia che separa la follia latente da quella espressa. E’ stato divertente.

[FP]: Quanto tempo hai impiegato per la stesura?
[AB]: Parecchio. La prima stesura è stata fatta di getto, poi c’è stato un lungo lavoro di rifinitura. Di solito è così che si lavora: si mette giù l’idea fino a quando c’è l’ispirazione forte, l’urgenza. Completata la bozza inizia l’operazione di cesello: si mettono a posto le cose, si cerca di dare il giusto tono al racconto. L’atmosfera di angoscia che c’è nel libro viene fuori in questa seconda fase, quando c’è più tempo per creare quella che io chiamo la “scenografia emotiva”.

[FP]: Preferisci scrivere durante il giorno oppure durante la notte?
[AB]: Irrilevante. Quando ho tempo, quando ne ho voglia. Sono uno che alterna fasi compulsive di scritture ad altre di grande irrisolutezza. Un amico neuropsichiatra mi ha detto che sono l’applicazione perfetta del temperamento artistico: discontinuo, non costante. Faccio le cose senza metodo, sono creativamente disordinato.

[FP]: Come costruisci il profilo psicologico dei tuoi personaggi?
[AB]: Guardando la gente. Specchiandomi in me stesso. Cogliendo le nevrosi, i tic e portandoli all’ennesima potenza. Supermercati, ristoranti, uffici. Sono questi i posti dove cogli la follia latente. Le persone che vanno a fare la spesa la domenica, COME SE IL SUPERMERCATO FOSSE UN POSTO DOVE PASSARE DEL TEMPO LIBERO, quelli che a tavola non si parlano. Siamo animali curiosi, pieni di contraddizioni, è per questo che ogni tanto DETONIAMO.

[FP]: Chi è Paolo Graziani, il protagonista del tuo ultimo romanzo?
[AB]: E’ uno che DETONA, uno che a forza di accumulare sconfitte decide di reagire. Paolo Graziani fa il portiere in un palazzo di via Saragozza, uno stabile abitato da gente di successo, posto ideale per accumulare frustrazioni. Beve, fuma, ascolta musica rock, si abbandona a un sacco di rimpianti. Poi a un certo punto esplode: ed inizia ad uccidere.

[FP]: Che cos’è la “follia della normalità”?
[AB]: Quella di Garlasco, di Cogne, dei coniugi di Erba. Quella della gente che non ti aspetti capace di compiere cose, degli invisibili. Ho letto una cosa di Garlasco che mi ha sconcertato. Un paese di ottomila abitanti, e nessuno aveva mai sentito parlare di Chiara Poggi e di Alberto Stasi fino al momento dell’omicidio. La follia mimetizzata in belle ville a schiere, nel silenzio del benessere.

[FP]: Scrivere è una vocazione?
[AB]: Una necessità, serve a lasciare decantare la metà oscura e ti permette di scaricare a terra i pensieri neri. una sorta di esorcismo dell’animo: ti liberi di quello che non ti piace e ti tieni nella vita vera la metà luminosa. Non male come autoterapia.

[FP]: Quanto c’è di autobiografico nei tuoi scritti?
[AB]: Domanda a cui nessuno scrittore vorrebbe rispondere. Sicuramente tanto, e questo non gioca a mio favore. Poi c’è il gioco letterario, il calarsi in un personaggio che ci appartiene come creazione più che come nostro alter ego. Non assomiglio molto a Paolo Graziani: però sicuramente c’è una parte di me che asseconda la sua caduta e il suo lasciarsi andare. Paolo Graziani è uno che reagisce non solo a sé stesso ma soprattutto a un mondo che non gli piace, anche se in modo estremo. Il senso di rivolta è una cosa che di certo io e Paolo abbiamo in comune, solo che la mia è molto interiorizzata mentre la sua è palese, deflagrante.

[FP]: Si dice che i tuoi libri diano dipendenza, qual è il segreto per catturare il lettore?
[AB]: Triangolare le parti in gioco, scrittore, lettore, voce narrante. Cercare di fare diventare i tre elementi pedine che sposano la stessa causa. Il lettore deve arrivare a pensare come la voce narrante, perchè è quello che lo scrittore ha fatto prima di lui. Totale adesione tra le parti alla condizione del protagonista e non importa che questo ci piaccia o no. Quando leggiamo, o scriviamo, non scegliamo mai quello che vorremmo essere.

Articolo protocollato da Giuseppe Pastore

Da sempre lettore accanito, Giuseppe Pastore si diletta anche a scrivere e ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste e ottenuto vittorie e piazzamenti in numerosi concorsi letterari. E' autore (assieme a S. Valbonesi) del saggio "In due si uccide meglio", dedicato ai serial killer in coppia. Dal 2008 gestisce il ThrillerCafé, il locale virtuale dedicato al thriller più noto del web.

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