Ci sono storie vere che hanno la necessità di essere raccontate. Questa sembra essere l’urgenza che Gaetano Pecoraro prova a tradurre in opera letteraria. Con il suo “Il male non è qui”, in uscita per Sperling & Kupfer, ci parla di vicende realmente accadute. Certo, come ci ricorda lui stesso nella Nota iniziale, non tutto può essere raccontato, non si può pretendere di fare un romanzo che ricalchi completamente la realtà. Ci saranno sempre dei vuoti e il romanzo nasce proprio per colmare questi vuoti.
Da buon giornalista (lo conosciamo per le sue apparizioni a “Le iene”), Pecoraro ha raccolto il racconto di un famoso magistrato, impegnato nel vano tentativo di catturare Matteo Messina Denaro, o MMD, come Pecoraro lo chiama nel romanzo, nuovo leader della Mafia. Quest’ultima definizione, in realtà, risulta un po’ frettolosa e sbrigativa se si ripercorre la carriera criminale di MMD. Spietato killer, trafficante di armi, colluso con i poteri economici e politici, massone, stragista efferato. Tutte queste caratteristiche emergono nel racconto di Pecoraro, che mette a fuoco gli anni dell’ascesa di MMD.
Il romanzo si divide in capitoli che hanno a che fare ciascuno con una ben precisa sequenza narrativa, nella quale si racconta di un episodio considerato particolarmente importante nella vita di MMD. Si racconta del suo essere spaccone, della sua “debolezza” per le donne, che gli inquirenti fin dall’inizio hanno abilmente messo a fuoco, cercando proprio di incastrarlo su questo punto. Si racconta anche delle sue posizioni “politiche” sempre all’estremo, sanguinarie. E così facendo si racconta, in parte, la storia della mafia. Non quella dei Corleonesi, che è ormai nota dalla copiosa narrativa e dalla ricca filmografia, che ci dice come il traffico di droga abbia cambiato la natura identitaria di Cosa Nostra e abbia trasformato gli antichi codici mafiosi a vantaggio di una gestione “commerciale” e spietata dell’organizzazione. Ma quella successiva, nella quale Cosa Nostra, con la connivenza di numerosi uomini dello Stato, abbia attentato al cuore stesso del potere. Capaci, Via d’Amelio, l’assalto ai luoghi d’arte. E di come da questa vicenda ancora non siamo stati capaci di uscirne.
Il romanzo di Pecoraro è profondamente coinvolgente. Ai confini della commozione. Non è solo l’alternarsi di verità e finzione che cattura il lettore, ma la descrizione del protagonista, il magistrato Domenico Bosso, che dedica l’intera sua vita al tentativo di catturare MMD, distruggendo al culmine persino sé stesso. Tanti temi affiorano nel corso della lettura, dall’amore incondizionato e profondo per la Sicilia, terra di contraddizioni, di miseria che convive con la ricchezza assoluta e spesso ostentata, terra dove la Natura si manifesta nella sua magnificenza. Una Natura però a tratti non domata, ribelle, che assomiglia agli abitanti di questa terra, che sono insieme affascinati e disgustati dalle sue contraddizioni.
C’è anche, nelle pagine de “Il male non è qui”, una sete di giustizia e radicalità che viene alla luce. La descrizione del fenomeno mafioso fin nei suoi dettagli quotidiani è fatta da chi, si capisce, ne ha studiato a fondo le caratteristiche ed è come se questo studio avesse portato alla luce la intrinseca barbarie che la caratterizza, già presente agli inizi, ma acuitasi nel corso degli anni fino a diventare manifesta, sfrontata, addirittura esibita. A questa barbarie si può reagire solo in modo totale, definitivo, radicale ci dice Pecoraro. Non ci sono spazi per piccole redenzioni, ma solo catarsi profonda. Come ci dice in un paio di passaggi chiave del libro: “Perdersi e finire dall’altra parte era un attimo. Ne aveva visti tanti.” E ancora “Non c’è spazio per la moderazione in questa guerra.”
Questo non è un romanzo a tesi. Non troverete alla fine una morale, una regola, una massima. Solo il racconto stupendo e brutale dei fatti. A voi, cari avventori del Thriller Cafè, trarre le conclusioni. Trasformare la sete di giustizia in una condotta di vita quotidiana praticabile.
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