Il diavolo e il suo doppio – Marie Hermanson
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Diciamo subito agli avventori del Thriller Cafè che la recensione di oggi riguarda un romanzo molto originale. Guanda ha infatti da poco pubblicato “Il diavolo e il suo doppio”, della scrittrice svedese Marie Hermanson. Quest’opera, uscita in origine in Svezia nel 2011, tradotta dapprima in inglese nel 2013, è stata ora pubblicata in italiano con la traduzione di Carmen Giorgetti Cima, nella collana “Narratori della Fenice”.
Max e Daniel Brant sono due gemelli svedesi, molto diversi tra loro fin dai primi anni di vita. Al punto che la famiglia, per evitare continui litigi ha deciso di dividerli in tenera età e di affidarli separatamente alle cure di ciascuno dei due genitori. Max, il più creativo, estroverso, ma anche più violento dei due è cresciuto con il padre a Goteborg, mentre Daniel è stato affidato alla madre che si è trasferita dai genitori a Uppsala. Crescendo in questo modo, Max ha avuto la possibilità di intraprendere la carriera di manager e imprenditore, assaporando anche un certo successo, mentre Daniel è stato relegato a una vita più modesta di insegnante. Tuttavia, Max alterna momenti di euforia ad altri di sconforto e depressione e proprio per questo motivo è stato ricoverato a un certo punto in una clinica di riabilitazione in un paesino delle Alpi svizzere.
Un giorno Daniel riceve da Max la richiesta di una visita e decide di andarlo a trovare in clinica. Sembrerebbe una buona occasione di svago, ma giunto nella località di Himmelstal, dove si trova la struttura, Daniel si trova di fronte a una situazione imprevista e a circostanze che destano in lui numerosi sospetti. Le attività della clinica sono infatti piuttosto strane e Max comincia a rivelare al fratello una serie di circostanze misteriose, che finiranno per intrappolarlo in una strada apparentemente senza uscita.
Romanzo di ambiente, più che di intreccio, “Il diavolo e il suo doppio” non registra omicidi o altri eventi delittuosi tipici del giallo classico, ma ci consegna subito a un’atmosfera claustrofobica e quasi terrorizzante. I temi sullo sfondo sono in realtà abbastanza usuali: i gemelli che rappresentano plasticamente il bene e il male, la clinica psichiatrica come metafora della società, l’atmosfera isolata e opprimente di una vallata remota delle Alpi come ambiente abitato da presenze quasi demoniache e maligne. Ma il contrasto tra la prosa dolce e tranquilla della Hermanson e questa scenografia sullo sfondo producono un effetto di suspense ben riuscito e coinvolgente.
A Himmestal ogni persona e ogni cosa hanno una doppia sfaccettatura. C’è il lato apparente, che comunica serenità e bellezza, ma c’è anche il lato oscuro, sede del demoniaco e del male. La clinica, vera e propria metafora della società di oggi e delle forze che vogliono reprimere le libertà individuali a scapito del controllo, è un microcosmo che riproduce pregi e difetti delle comunità dei nostri tempi. Sfiorato appena il tema della salute come strumento per il controllo degli individui (chissà se Guanda ha deciso di pubblicare proprio oggi in pandemia questo romanzo per questo motivo?) e il vastissimo e irrisolto tema del confine tra la normalità e la follia.
Il crescendo delle atmosfere claustrofobiche, a ben vedere tratto assolutamente distintivo della narrativa scandinava, porta la vicenda a sconfinare anche nel più ampio e orwelliano tema distopico di una società del futuro completamente iper-organizzata e asservita a meccanismi disumani. A tratti a chi legge sembrerà infatti di essere capitati all’interno di “1984” o del “Mondo nuovo” di Aldous Huxley. Nel complesso un romanzo originale e piacevole, che combina tra loro molteplici stili e suggestioni, senza tuttavia culminare in un qualcosa di troppo definito e, se vogliamo sottolinearne un limite, lasciando al lettore la sensazione di un insieme di temi narrativi che non riescono mai a convergere in uno stato che sia pienamente compiuto.
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