caso-saint-fiacreL’affaire Saint-Fiacre è il tredicesimo romanzo della saga Maigret. Simenon lo scrisse, nel gennaio del 1932, presso la villa Les Roches Grises di Antibes e fu pubblicato il mese successivo da Fayard.

Edizioni italiane
1933 – L’affare Saint-Fiacre, edizioni Mondadori, collana “I libri neri. I romanzi polizieschi di Georges Simenon” (n° 11) – traduzione di Guido Cantini.
1934 – L’affare Saint-Fiacre, collana I Gialli Economici Mondadori (n° 24) – traduzione di Guido Cantini.
1947 – L’affare Saint-Fiacre, collana “Omnibus Gialli Mondadori” (ristampato nella stessa collana nel 1952 e nel 1961) – traduzione di Guido Cantini.
1959 – Maigret e il caso Saint-Fiacre, collana “B.E.M. – Il Girasole” (1956-1960) – Biblioteca Economica Mondadori (n° 124, ottobre) – traduzione di Guido Cantini.
1961 – Maigret e il caso Saint-Fiacre, collana I Romanzi di Simenon (dicembre) – traduzione di Guido Cantini.
1966 – Maigret e il caso Saint-Fiacre, collana “Le inchieste del Commissario Maigret” (n° 10, luglio) – traduzione di Guido Cantini.
1967 – Maigret e il caso Saint-Fiacre, nel II° volume “Le inchieste del Commissario Maigret”, della collana “Tutte le opere di Georges Simenon” (1966-1971) – traduzione di Guido Cantini.
1975 – Maigret e il caso Saint-Fiacre, collana “Gli Oscar” (n° 613, giugno) – traduzione di Guido Cantini.
1988 – Maigret e il caso Saint-Fiacre, collana Omnibus gialli e di fantascienza, nel volume intitolato A tavola con Maigret/ Le ricette della signora Maigret (2 volumi – traduzione di Rosalba Buccianti, Savina Roggero; prefazione di Renato Olivieri, introduzione di Georges Simenon).
1989 – Maigret e il caso Saint-Fiacre, collana “Oscar Gialli” (n° 202, settembre) – traduzione di Rosalba Buccianti.
1990 – Maigret e il caso Saint-Fiacre, collana “Oscar Classici Moderni” (n° 33, settembre) – traduzione di Rosalba Buccianti.
1996 – Il caso Saint-Fiacre, edizioni Adelphi, collana gli “Adelphi – Le inchieste di Maigret” (n° 101) – traduzione di Giorgio Pinotti.
2004 – Il caso Saint-Fiacre, edizioni Adelphi, nel I° volume “Georges Simenon. Romanzi” (Curatore Dubois J.) della collana “La Nave Argo”.

Trama

Maigret si trova a Saint-Fiacre di Matignon, la cittadina in cui è nato, dopo aver letto una nota della Polizia municipale di Moulins. Alla nota era allegata una lettera anonima, in cui si avvertiva che, durante la prima messa del giorno di Ognissanti, nella chiesa del paese sarebbe stato commesso un delitto.
Nella chiesa della sua infanzia, durante la funzione del mattino, Maigret assiste alla morte dell’anziana contessa di Saint-Fiacre. Un delitto impossibile!

Com’era possibile parlare di delitto? Non si erano uditi spari! Nessuno si era avvicinato alla contessa! Per tutta la messa Maigret non le aveva praticamente tolto gli occhi di dosso! E non una goccia di sangue, non una ferita visibile!”

Più tardi, il commissario visita il castello di Saint-Fiacre, dove suo padre era intendente e si occupava di gestire le proprietà dei conti. L’edificio è ipotecato, le sale sono prive degli arredi e dei quadri antichi, venduti per far fronte ai debiti. La contessa e suo figlio, Maurice, hanno dilapidato quasi tutto il patrimonio.
Un Maigret, particolarmente malinconico e nostalgico, faticherà a trovare la soluzione del misterioso e macchinoso delitto, fino a che, durante una cena al castello, l’inchiesta si concluderà con la scoperta dell’insospettabile colpevole.

Perché leggere Il caso Saint-Fiacre?

Il caso Saint-Fiacre è uno dei più fiacchi Maigret del primo periodo. Improbabile è il modo in cui Maigret viene a conoscenza del delitto imminente (la lettera anonima spedita alla polizia non ha alcun senso) così come lo è il delitto stesso, e altrettanto incredibile è il modo in cui viene scoperto l’assassino, alla fine del romanzo. Il problema è che Simenon non sa decidersi tra il giallo classico e quello psicologico e ne esce un ibrido inverosimile e privo di tensione.
La scelta della chiesa per il delitto, all’inizio, e della sala del castello per la rivelazione dell’omicida, alla fine, dicono molto sulle intenzioni dello scrittore belga. Simenon, per Il caso Saint-Fiacre, recupera, infatti, la tradizione del delitto impossibile del giallo classico, con una cerchia ristretta di persone all’interno di uno spazio chiuso; lo stesso vale per il motivo della scena finale, ricorrente nei romanzi ad enigma di Nero Wolfe, Ellery Queen e Agatha Christie:

Dai romanzi inglesi, e specialmente da quelli di Agatha Christie, Simenon sembra aver preso anche il topos di una seduta finale che riunisce tutti i personaggi del romanzo, cioè tutti i sospetti del crimine, per identificare fra di loro il colpevole…

(Ulrich Schulz-Buschhaus, Georges Simenon motivi di un successo letterario, in “Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 51)

La scena dei capitoli 9 e 10, ambientata in una sala in penombra rischiarata solo dalle candele, è invece un omaggio alla tradizione del romanzo gotico e di quello storico di Walter Scott (il 9 capitolo è intitolato All’insegna di Walter Scott). Simenon, infatti, in molti dei primi Maigret (1931-1934), si muove ecletticamente dal giallo tradizionale al romanzo popolare e storico. Per quanto riguarda l’ambientazione di molte scene nel castello dei Saint-Fiacre è interessante notare che:

Verso la fine del XVIII secolo in Inghilterra si forma e si stabilizza nel cosiddetto romanzo «gotico» o «nero» un nuovo territorio di compimento degli eventi romanzeschi: il castello (per la prima volta, in questo senso, nel Castello di Otranto [The Castle of Otranto] di Horace Walpole, poi nei romanzi di Radcliffe, Lewis, ecc.) …. Le tracce del tempo vi hanno, è vero, un certo carattere di museo e di antiquariato. Walter Scott seppe superare questo pericolo dell’antiquariato orientandosi principalmente sulla leggenda del castello, sul legame del castello col paesaggio storicamente inteso e interpretato …

(Cfr. Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Biblioteca Einaudi)

Simenon, a parte la scena “gotica” finale, utilizza invece il castello per mostrare la decadenza della nobile famiglia dei Saint-Fiacre, attraverso le realistiche immagini di stanze e pareti prive del mobilio.
Per il resto, Il caso Saint-Fiacre è un “noir” psicologico alla francese, dove contano i dialoghi e le atmosfere. Simenon, infatti, abbandona quasi subito l’idea iniziale del “delitto impossibile”,anche se, in questo modo, priva il lettore del piacere di scoprire come sia stata uccisa la contessa, come invece avrebbero fatto Dickson Carr e Agatha Christie. Lo nota e lo sottolinea anche Sergio Sacchi:

… mai (mi sembra) il romanzo di Simenon è veramente concepito per tirarci, col fiato sospeso, dall’enigma alla sua soluzione; anzi, alla soluzione il suo lettore tipico probabilmente non vorrebbe arrivarci mai: non si tratta di una liberazione, ma solo della fine…

(Simenon, l’opera al grigio, in Il “Roman Noir”. Forme e significato antecedenti e posterità, a cura di Barbara Wojciechowska Bianco, Atti del XVIII Convegno della Società Universitaria per gli studi di Lingua e Letteratura francese, Lecce, 16-19 maggio 1991, pp. 403-404)

Ancora una volta, comunque, sono proprio le atmosfere il punto di forza di un romanzo che altrimenti avrebbe ben poco da offrire. Anche il paese di Saint-Fiacre e la vita di provincia sono ben raffigurate dallo scrittore belga. L’ambientazione è molto curata: si inizia subito con la descrizione di una notte “fonda … di primo inverno”, le foglie morte, l’acqua ghiacciata, il vento di tramontana. L’atmosfera gelida riflette la scoperta dell’omicidio della vecchia contessa e la squallida decadenza morale dell’antica e nobile famiglia.

… gli ambienti vivono di una vita propria, e in Simenon, anzi, le atmosfere sono la parte più viva del libro, quella che non si dimentica più a lettura finita …

(Giuseppe Petronio, Sulle tracce del giallo, Roma, 2000, p. 108)

La stessa forza non la troviamo nei personaggi del romanzo, figure sbiadite che sembrano muoversi senza vita, oppure che compaiono in qualche pagina per poi essere dimenticate, come capita a Marie Vassiliev, l’amante del giovane conte di Saint-Fiacre. Anche i dialoghi sono poveri di invenzioni e privi della tipica tensione psicologica, che di solito gli conferisce l’arte di Simenon. Le uniche tre figure con uno spessore psicologico sono lo stesso Maigret, il conte di Saint-Fiacre e Marie Tatin, quella che, nei ricordi del commissario, è la bambina con gli occhi storti.
Marie Tatin, la locandiera del paese, è un personaggio bellissimo e “vero”, il primo incontrato da Maigret. Marie è una donna di chiesa, tanto devota quanto bigotta, e Simenon è bravissimo nel descrivere il suo turbamento, all’idea che Maigret faccia la strada con lei sino alla chiesa.

Fare la strada in compagnia di un uomo! Un uomo che veniva da Parigi, per di più! Marie si sentiva a disagio, e camminava a passi rapidi e brevi, piegata in avanti nel freddo del mattino.

Maigret nostalgico e malinconico …

Simenon ci offre, in questo romanzo, un commissario molto umano e nostalgico. Maigret si muove per il paese, mettendo a confronto i suoi idilliaci ricordi infantili e la solida e ricca dinastia dei Saint-Fiacre di un tempo con la triste e deludente immagine del presente. La contessa dal portamento aristocratico e rispettata da tutti, nel ricordo di Maigret, ora è fonte di chiacchere tra il volgo.

… non poteva sopportare che infangassero i suoi ricordi d’infanzia! Soprattutto la contessa, che gli era sempre apparsa nobile e bella come il personaggio di un libro illustrato… E la ritrovava trasformata in una vecchia matta che manteneva dei gigolo!

Da sottolineare come, in questo romanzo, Maigret, da protagonista dell’inchiesta si trasforma in spettatore. Gli avvenimenti si susseguono causticamente senza che Maigret riesca in qualche modo ad arginarli, e anche gli altri personaggi si sentono preda del disordine. «Il disordine chiama il disordine …», afferma il parroco ad un certo punto dell’indagine, parlando con Maigret. Alla fine, infatti, sarà Maurice, giovane figlio della contessa defunta, a farsi giustizia, scoprendo il vero colpevole.

Conte di Saint-Fiacre
Maurice, figlio della contessa di Saint-Fiacre, è per sua stessa ammissione un “buono a nulla”. Il giovane conte è uno smidollato, amante della bella vita, delle macchine sportive e delle donne, che ha sempre vissuto sulle spalle della madre (si noti come la storia richiami quella del famoso capolavoro Papà Goriot di Honoré de Balzac, pubblicato nel 1834). La contessa, dopo che lui se ne è andato, si è circondata di giovani furbi e meschini, intenzionati a rubarle tutto ciò che possiede, anche la sua dignità.

Probabilmente tutto il Berry sparlava della vecchia pazza che gettava al vento gli ultimi anni della sua vita con sedicenti segretari! E delle terre che erano costretti a vendere l’una dopo l’altra! E del figlio che faceva l’imbecille a Parigi!

Nei romanzi degli anni trenta, Simenon descrive spesso famiglie altoborghesi che hanno perduto il potere sociale ed economico, e anche in questo si ispira alla grande letteratura del passato.

… la struttura dei più tipici romanzi-Maigret segue un peculiare schema narrativo che rimanda ad una tradizione proveniente dal «roman réaliste» ottocentesco … uno schema cioè che insiste continuamente sul contrasto fra l’apparenza ingannevole di una facciata e la realtà che si nasconde dietro la facciata: una realtà composta di passioni oscure e soppresse che, il più delle volte, conducono alla decadenza, alla distruzione e alla scomparsa di una famiglia altoborghese.

(Ulrich Schulz-Buschhaus, Georges Simenon motivi di un successo letterario, in “Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 54)

In questo caso, però, Simenon propone una variante significativa. La morte violenta della madre risveglia il conte di Saint-Fiacre, lo mette di fronte alle sue responsabilità e gli offre un’inattesa possibilità di redenzione. Maurice comprende che è stata colpa della sua fuga a Parigi, se la madre ha cercato in giovani segretariquell’affetto, che lui le aveva negato con la sua assenza. Si tratta di ciò che è stato definito da Simenon il “passaggio della linea”: un avvenimento costringe il protagonista a valicare una linea immaginaria, con il passaggio da una condizione ad un’altra (ne abbiamo già trattato ampiamente nell’articolo L’osteria dei due soldi). Si può trattare di un incontro, di una malattia o della morte, e il futuro ne risulta stravolto.
Il mutamento di Maurice ha ancora più valore, perché egli appartiene ad una categoria, quella dei giovani ricchi, dissoluti e scapestrati, per cui Maigret/Simenon ha sempre dimostrato ben poca simpatia. I motivi di questa “variante” potrebbero essere due:

  • Simenon vuole dimostrare che l’evento che cambia l’esistenza e che provoca “il passaggio della linea”, può colpire ogni essere umano, qualsiasi classe egli appartenga. È evidente, inoltre, per quanto riguarda la figura del giovane conte, l’influenza delle letture adolescenziali di Simenon, soprattutto quelle dei romanzi di Stendhal: “Certo è che gli eroi stendhaliani, nei romanzi maggiori, si aggireranno vuoti e spenti, nelle varie circostanze della vita, finché su di loro non giunga quella chiamata impetuosa, a fuorviarli, a investirli di una carica energetica che li rende capaci di compiere gli atti più sbilanciati e temerari …” (Renato Barilli, La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj, edizioni Bompiani)
  • Il ricordo nostalgico del periodo (dal 1923 al 1924) in cui aveva lavorato come segretario privato presso il castello del Marchese Raymond de Tracy, a Moulins. Un periodo felice e tranquillo. Simenon affermò: “Ho imparato molte cose in due anni, e il marchese, in fondo, mi era simpatico, anche se ogni tanto gli suscitavo un sorrisetto alla Talleyrand perché restavo pur sempre il ragazzetto provinciale di Outremeuse e il mio spirito di ribellione non si era attenuato … Ci siamo lasciati da buoni amici, lui e io, e l’ho poi rivisto parecchie volte in contesti diversi…” (Georges Simenon, Memorie intime, Edizioni Adelphi 2009, pp. 32-33; per altre notizie su questo periodo e sulla figura del marchese, cfr. Pierre Assouline, Georges Simenon. Una biografia, Edizioni Odoya 2014, pp. 74-82).

Lo stesso Maigret, comunque, si sente a disagio di fronte a questo “nuovo” Maurice, e per questo, a differenza degli altri romanzi, è solo un mero spettatore dello spettacolo finale messo in scena dal conte:

Maigret si sentiva in presenza di una forza alla quale era impossibile opporsi. Ci sono individui che, in un dato momento della loro esistenza, vivono un’ora di pienezza, un’ora durante la quale essi sono in qualche modo al di sopra del resto dell’umanità e di se stessi … Maurice de Saint-Fiacre stava vivendo quell’ora di pienezza. Avvertiva in sé una forza insospettata, e gli altri non potevano che chinare il capo.

FORTUNA AL CINEMA

Maigret et l’affaire Saint-Fiacre è il secondo film girato da Jean Delannoy con protagonista il commissario Maigret. L’anno prima, lo stesso regista aveva realizzato “Il commissario Maigret”. Il successo del film con 3 milioni di spettatori, solo nelle sale cinematografiche francesi, portò inevitabilmente a progettare un sequel.  Jean Delannoy era all’epoca già molto famoso in Francia. In Italia, non è molto conosciuto tranne forse come regista di Notre-Dame de Paris (1956) con la nostra Gina Lollobrigida, e appunto dei due Maigret del 1958 e del 1959. La regia del terzo Maigret, Maigret voit roug, passò a Gilles Grangier.
Maigret fu interpretato da Jean Gabin, famoso attore del cinema realista francese. Alla fine degli anni cinquanta, Gabin era già da tempo un attore “simenoniano”: nel 1949 aveva interpretato “La vergine scaltra” (dal romanzo Marie du port del 1938); nel 1951 “La follia di Roberta Donge” (da La verite sur Bébé Donge), forse il migliore film tratto da un romanzo di Simenon; nel 1958 “La ragazza del peccato”, stupendo film di Claude Autant-Lara, con una giovane e bellissima Brigitte Bardot (da In caso di disgrazia del 1956). Ma l’incontro con il personaggio del commissario Maigret fu sicuramente quello più azzeccato per il Gabin di quegli anni. L’attore aveva ormai abbandonato da tempo le interpretazioni del “giovane romantico, inesorabilmente votato a un tragico destino”(si veda, ad esempio, il celebre “Alba tragica”, film del 1939 diretto da Marcel Carné) che lo avevano reso famoso, preferendo personaggi di mezza età “più quieti e disillusi”:

“… non pensiamo di esagerare se affermiamo che con l’incontro fra Gabin e Maigret ci troviamo davanti a uno di quei rari casi nel cinema in cui personaggio e attore si trovano fra loro in completa sintonia, come se stessero cantando in coro, perfettamente intonati, lo stesso pezzo musicale …”

(Cfr. Arturo Invernici, Chez Gabin, in Georges Simenon … mon petit cinéma, Bergamo Film Meeting 2003, pp. 110-111).

Gabin era, all’epoca, sicuramente troppo vecchio per impersonare Maigret, tanto che quando la contessa e il commissario si incontrano all’inizio del film, risulta difficile accettare che la contessa lo avesse conosciuto ancora adolescente. Questo, in ogni caso, non toglie nulla alla straordinaria interpretazione dell’attore francese.
Maigret et l’affaire Saint-Fiacre è un ottimo poliziesco,e uno di quei rari casi in cui il film è superiore al romanzo. Gli sceneggiatori (Rodolphe-Marie Arlaud e Jean Delannoy, mentre i dialoghi sono di Michel Audiard) conferiscono maggiore credibilità e fluidità cinematografica alla esile trama del libro.
Nel romanzo, Maigret si trova a Saint-Fiacre a seguito di una lettera anonima spedita alla polizia; nel film,il commissario è invitato dalla stessa contessa di Saint-Fiacre, preoccupata per una lettera, che le annuncia la prossima morte durante la funzione delle Ceneri. Questo espediente rende più credibile sia la spedizione della lettera anonima che la misteriosa morte della contessa.
A differenza del libro, Maigret entra nel castello il giorno prima del delitto (nel libro Maigret pernotta in una locanda del paese), presentato dalla contessa come un antiquario, interessato ad acquistare gli ultimi mobili e quadri di pregio. In questo modo, Delannoy(regista non certo geniale ma buon artigiano che conosceva il suo mestiere e i gusti del pubblico cinematografico) racconta per immagini quello che, nel romanzo, Maigret veniva scoprendo attraverso i dialoghi con i sospettati. Il regista riesce così ad immergerci direttamente nell’atmosfera equivoca e falsa del castello.
Altra trovata degli sceneggiatori è quella di rendere più verosimile il delitto e l’inchiesta, trasformando il “foglio di carta”(in cui si annuncia il suicidio del figlio Maurice), che la contessa trova nel messale, in un vero e proprio articolo di giornale. Così l’indagine di Maigret si concentra sul modo e i tempi in cui il giornale è arrivato in paese, e su come l’assassino sia riuscito ad avvicinarsi e ad uccidere la contessa. Nel romanzo, quindi, manca tutta la parte in cui Maigret indaga presso il giornale che ha stampato la notizia, la scena del pedinamento notturno e quella “veristica”del bar, frequentato da tutti i sospettati.
Ma il punto di forza del film è nella modifica quasi totale del finale del romanzo. Delannoy non solo riconsegna nelle mani del commissario Maigret le redini dell’indagine, ma inserisce nella trama un inganno con cui verrà svelato il nome dell’assassino: il messale, ritrovato da Maigret, viene portato nella camera della defunta contessa, costringendo così l’assassino ad esporsi per recuperare l’articolo di giornale. Non era, infatti, pensabile che la pellicola seguisse il testo di Simenon, in cui è il conte a scoprire il colpevole in un modo del tutto inattendibile (collocando una pistola sopra la tavola e provocando psicologicamente i presenti alla cena).
Si può affermare, senza paura di sbagliare, che il film fu tratto “molto liberamente” dal romanzo di Simenon e che lo scrittore, in questo caso, non avrebbe dovuto lamentarsi dell’adattamento cinematografico, anzi avrebbe dovuto ringraziare gli sceneggiatori di aver fatto un vero e proprio “miracolo”. In realtà, Simenon fu molto critico nei confronti del film di Delannoy. Lo scrittore non comprese che Gabin, all’epoca, era un attore molto famoso e la sceneggiatura non poteva che essere scritta su misura per lui; e d’altra parte il pubblico andava al cinema per vedere Jean Gabin che interpretava Maigret e che risolveva il caso di omicidio, non per assistere al riscatto morale del conte di Saint-Fiacre. Del romanzo il film riflette, in ogni modo, la nostalgia verso un mondo antico e nobile, e la cupa e malinconica coscienza che esso è ormai andato perduto.

È un Maigret, questo, che vira forse un po’ troppo verso Gabin piuttosto che verso Simenon, ma del personaggio creato dallo scrittore belga mantiene ancora tutta la tristezza e una certa riflessività.

(Arturo Invernici, Chez Gabin, in Georges Simenon … mon petit cinéma, Bergamo Film Meeting 2003, p. 117).

Curiosità – Simenon in Russia … 20 chili di libri per un Maigret!

Esiste uno scambio di lettere (inedito) tra il grande scrittore Georges Simenon e il suo agente letterario in Russia, tra l’agosto e il settembre del 1983, che documenta il successo dei romanzi del commissario Maigret.
Le lettere sono in possesso di Romolo Ansaldi, il più grande collezionista al mondo dell’opera di Simenon, che nel 2008 fu promotore anche di una mostra di immagini ed opere della sua collezione privata (Georges Simenon. Un uomo non come un altro, 3 aprile – 9 maggio 2008, a cura di A. Del Vecchio e P. Guella, Comune di Genova 2008).
L’agente letterario di Simenon, un certo monsieur Glasov, comunica al grande scrittore che «Bisogna mettersi in coda un determinato giorno per iscriversi con il proprio numero d’ordine, assicurare la propria presenza per più giorni per dimostrare che non si è rinunciato e poi, un sabato, rifare la coda per 11-14 ore con venti chili di vecchi libri per ottenere un abbonamento che dà il diritto di acquistare un suo libro (o quello di un altro autore alla moda)». La lettura delle opere di Maigret, quindi, anche se non vietata apertamente, era comunque osteggiata dal governo, che costringeva chi voleva leggere le avventure del commissario a scambiare un solo suo romanzo con 20 chili di libri. Questo se si desiderava ottenere un libro senza infrangere la legge, altrimenti era anche possibile recarsi al mercato nero e acquistare un Maigret, pagandolo 5 o 6 volte il prezzo di copertina.
(Informazioni tratte dall’interessante articolo di Roberto Festorazzi, Il samizdat di Simenon, in AVVENIRE, 12 ottobre 2010, p. 21)

Le citazioni de L’Affaire Saint-Fiacre sono tratte dall’edizione Adelphi, traduzione di Giorgio Pinotti.

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Il caso Saint-Fiacre
  • Simenon, Georges (Autore)

Articolo protocollato da Alessandro Bullo

Alessandro Bullo è nato a Venezia. Si è laureato in lettere con indirizzo artistico, mantenendosi con mestieri occasionali; dopo la laurea ha lavorato per alcuni anni presso i Beni Culturali e poi per la Questura di Venezia. Successivamente ha vissuto per quasi dieci anni a Desenzano del Garda per necessità di lavoro. Attualmente vive a Venezia e lavora come responsabile informatico per un’importante ditta italiana. Sue passioni: Venezia, il cinema noir, leggere, scrivere. Autori preferiti: Dino Buzzati, Charles Bukovski, Henry Miller. Registi preferiti: Elia Kazan e Alfred Joseph Hitchcock. È arrivato per due volte in finale al premio Tedeschi e una al premio Urania. Nel 2012 con “La laguna degli specchi” (pubblicato sotto lo pseudonimo Drosan Lulob) è stato tra i vincitori del concorso “Io scrittore”.

Alessandro Bullo ha scritto 66 articoli: