L'ombra cinese - Georges SimenonL’ombre chinoise è il dodicesimo romanzo dedicato da Georges Simenon al commissario Maigret. Fu scritto, nel dicembre del 1931, presso la villa Les Roches Grises di Antibes in Francia e pubblicato nel gennaio del 1932 da Fayard.

Edizioni italiane
1932 – “L’ombra cinese”, edizioni Mondadori nella collana “I libri neri. I romanzi polizieschi di Georges Simenon” (settembre n° 1) – traduzione di Guido Cantini (ebbe una ristampa già nel 1933, nella stessa collana).
Si tratta, in assoluto, della prima inchiesta ufficiale del commissario Maigret apparsa in Italia.
1947 – “L’ombra cinese”, edizioni Mondadori nella collana “Omnibus Gialli Mondadori” (ristampato nella stessa collana nel 1952 e nel 1961) – traduzione di Guido Cantini.
1966 – “Maigret e l’ombra cinese”, edizioni Mondadori nella collana “Le inchieste del Commissario Maigret” (luglio n° 9) – traduzione di Elena Cantini.
1967 – “Maigret e l’ombra cinese”, edizioni Mondadori nel secondo volume Le inchieste del commissario Maigret (vol. II) della collana “Tutte le opere di Georges Simenon” (1966-1971) – traduzione di Elena Cantini.
1974 – “Maigret e l’ombra cinese”, edizioni Mondadori nella collana “Oscar Mondadori” (aprile n° 553) – traduzione di Elena Cantini.
1989 – “Maigret e l’ombra cinese”, edizioni Mondadori nella collana “Oscar gialli” (marzo 1989), traduzione di Lea Grevi.
1992 – “Maigret e l’ombra cinese”, edizioni Mondadori nella collana “Oscar gialli” (1992) – Fonit Cetra (Libro+Video – I romanzi erano abbinati ad una videocassetta della serie televisiva Le inchieste del commissario Maigret)
1997 – “L’ombra cinese”, edizioni Adelphi, nella collana gli “Adelphi – Le inchieste di Maigret” (n° 114) – traduzione di Rita De Letteriis.
(Per ulteriori informazioni sulle edizioni Maigret e per poter vedere le copertine originali, consiglio il sito sempre aggiornato dedicato a Simenon in Italia: http://users.libero.it/enrico.gustav/Simenon/home.html)

Trama

È una sera umida di novembre, quando Maigret arriva in place des Vosges, chiamato dalla portinaia di un grande palazzo che si affaccia sulla famosa piazza parigina. La donna ha scoperto il cadavere di un uomo dentro uno degli uffici dello stabile. Si tratta di Couchet, direttore dei laboratori produttori dei famosi sieri del Dottor Rivière. Il suo corpo è appoggiato contro una cassaforte, dalla quale sono stati rubati trecentosessantamila franchi.
Maigret si trova di fronte a uno dei casi più complicati della sua carriera. In un primo tempo, si pensa che il delitto sia avvenuto a scopo di rapina, ma la scoperta del testamento di Couchet, che lascia il patrimonio diviso fra le due mogli e l’amante, escludendo il figlio dall’eredità, induce il commissario a sospettare proprio di quest’ultimo. Ma una tragedia, che avviene poco dopo la scoperta del testamento, costringerà Maigret a rivedere la sua ipotesi e ad intuire che non è solo il denaro il motivo dell’assassinio, che ha scombussolato il palazzo al 61 di place des Vosges.

Perché Leggere “L’OMBRA CINESE”?

L’ombra cinese, romanzo dalla trama essenziale e credibile, è uno dei capolavori della saga Maigret. Opera giustamente definita «crepuscolare» e «drammatica», colpisce il lettore per l’intensità dei personaggi, per il grigiore delle camere degli alberghi, per le stanze senza luce e pregne di odori. Nessuno dei romanzi di Maigret, di cui ho scritto finora, è più vicino alle parole dedicate da Angelo Signorelli all’arte di Simenon:

“Dentro c’è un mondo popolato di personaggi e di storie, che perlopiù hanno origine nelle zone basse della psiche e della società. C’è poca luce nei romanzi di Simenon, ma è diffusa una penombra, che si mescola agli odori e al tanfo; fuori piove molto, una pioggia sottile, e la nebbia si infila ovunque, mentre ombre strisciano lungo i muri. “

(C’è “troppo” cinema in quelle pagine, in Georges Simenon… mon petit cinema, Edizioni di Bergamo Film Meeting, 2003, p. 7)

Il palazzo di place des Vosges, labirinto dell’inconscio

L’ombra cinese si svolge fra place des Vosges, Pigalle, boulevard Haussmann; ma è il palazzo, dove è stato ritrovato il cadavere di Clouchet, ad essere uno dei protagonisti del romanzo. Esso somiglia a tanti altri che si affacciano sulle piazze parigine, eppure Maigret avverte immediatamente un’atmosfera diversa: “Sono impressioni difficili da spiegare: si sentiva che c’era qualcosa di strano in quel palazzo, qualcosa che s’intuiva anche solo a guardarlo dall’esterno.”
La descrizione che scaturisce dalle pagine del romanzo è quella di un vasto palazzo, con lunghi corridoi, simile ad un labirinto, con stanze polverose, sporche e prive di luce, animato da urla e rumori. Gli spazi sono chiusi, quasi claustrofobici, e sembrano quasi una metafora della malattia mentale dell’assassino, del suo subconscio deviato, della sua furia repressa: le luci ovattate, la vecchia che origlia alle porte, sua sorella pazza che urla, i mobili fatiscenti che odorano di cera, i corridoi e le scale piranesiani, i personaggi che si muovono dentro gli spazi angusti degli appartamenti o che frugano nell’immondizia. Quasi tutto ciò che accade nel racconto è frutto di un continuo movimento attorno e dentro il palazzo, ed è quasi sempre avvolto dal buio o da una luce soffusa e artificiale (le tende sono quasi sempre tirate, così che la luce del sole non possa entrare).
Si pensi a quando Maigret entra nell’appartamento di Martin e sua moglie, all’intenso disagio che egli prova:

La caratteristica fondamentale di un’abitazione è senza dubbio l’odore. In questo caso si trattava di un miscuglio indefinibile, in cui si distinguevano cera per lucidare, gli effluvi di cucina e il tanfo di abiti vecchi… Che squallore! Uno squallore tale da far passare la voglia di vivere su questa terra, dove nondimeno il sole brilla per diverse ore al giorno e gli uccelli volano liberi!
Quella gente, invece, non doveva amare la luce, perché le tre lampadine erano accuratamente velate da paralumi di tela pesante e colorata…

La pazzia, inoltre, aleggia nel palazzo e non soltanto per la presenza della vecchia matta che vive in uno degli appartamenti; così si sfoga uno dei personaggi principali con Maigret:

«… c’è da impazzire… Del resto, è proprio quello che sta succedendo!… Mia moglie sta diventando pazza!… L’ha vista anche lei! … E, se continua così, diventerò pazzo anch’io… Diventeremo pazzi tutti quanti! …».

A sostegno di questa ipotesi, che potrebbe apparire azzardata, riportiamo quanto esposto da Marie-Jose Hoyet Marsigli, nella sua postfazione al libro “L’età del romanzo”:

La fusione del mondo esterno e del mondo interno è una caratteristica precipua dell’universo simenoniano, e non a caso il particolare stato del personaggio viene espresso mediante la rievocazione di un ambiente sul quale vengono convogliate, con la massima intensità, una tensione continua e una speciale vibrazione che si trasmettono in maniera immediata al lettore … Lo scenario approntato da Simenon, con le sue inconfondibili dominanti di luce glauca, di fluidità e di opacità, di forti percezioni olfattive, segna profondamente fatti e personaggi, portando ad un costante processo di interazione …

(Edizioni Lucarini, 1990, p. 103)

È curioso, inoltre, notare chesi sente la vecchia mattaurlare per quasi tutto il racconto, ma nessuno la vede mai: «Da quando abitiamo qui, la matta non è uscita una sola volta dalla sua camera». L’unico che riesce a vederla, seduta davanti alla finestra, è Maigret, che però non la degna di uno sguardo; è lei a fissare lui sorridendo. Simenon non ne dà alcuna descrizione, quasi non avesse una vera e propria consistenza fisica. La matta viene tenuta chiusa e nascosta dentro l’appartamento, ma tutti sanno della sua presenza nel palazzo di place des Vosges: il suo grido è quasi ossessivo, lo udiamo ben sette volte attraverso le pareti, lungo le scale, persino nel cortile. La pazziadella vecchia è quasi un simbolo premonitore di ciò che accadrà alla fine del libro; è ciò di cui si ha paura e che si tiene nascosto negli antri più oscuri della propria coscienza (nel buio di un appartamento), ma più la reprimiamo e più essa si scatenerà; la pazzia è il caos che non può essere imprigionato a lungo. Il fatto che solo Maigret riesca a vederla sembra quasi alludere al potere destabilizzante della follia, e che solo una persona equilibrata può sostenerne lo sguardo senza esserne travolto. È da notare, inoltre, come la vecchia “matta” sia raffigurata davanti ad una finestra, una specie di “occhio” del palazzo: la follia porta con sé anche il dono della visione totale, la possibilità di vedere e comprendere cose che sono nascoste alle persone normali, che solo talvolta riescono a intravederle, come attraverso un “vetro smerigliato”, come si trattasse di “un’ombra cinese proiettata sulla tenda”. Sempre insistendo sulla simbologia del palazzo come mente e delle finestre come occhi, si può notare che:

  • la prima volta che viene visto il cadavere di Couchet è attraverso una finestra illuminata, con i vetri smerigliati;
  • è sempre attraverso “un’altra finestra con la luce accesa e, dietro alla tenda color crema” che Maigret vede il profilo dell’assassino;
  • Roger, figlio di Couchet, si suicida gettandosi da una finestra;
  • è attraverso la finestra che l’assassino vede, tutti i giorni, la cassaforte nell’ufficio di Clouchet, e di questo ne parliamo nel prossimo paragrafo.

Vedere, desiderare, possedere…

Quando Maigret entra in uno degli appartamenti del palazzo, dove è stato assassinato Clouchet, si avvicina alla finestra e dall’altra parte del cortile vede gli uffici della ditta Clouchet: “Maigret si era avvicinato alla finestra. Con un gesto noncurante scostò la tenda … E rimase immobile, impressionato … Proprio di fronte, c’erano gli uffici e il laboratorio della ditta Couchet.”
Questo episodio ricorda due famosi romanzi: “Il silenzio degli innocenti”(1988) di Thomas Harris e “Un bacio prima di morire”(1952) di Ira Levin, da cui sono stati tratti i film di Jonathan Demme (The Silence of the Lambs – 1991) e di James Dearden (A Kiss Before Dying – 1991).
Nel “Silenzio degli innocenti”, Hannibal Lecter aiuta Clarice Starling a trovare il serial-killer, confidandole che: “Che cosa fa l’uomo che vuole catturare, Clarice? Qual è la cosa principale che fa? Quale bisogno soddisfa uccidendo? Desidera. Come incominciamo a desiderare? Incominciamo desiderando ciò che vediamo ogni giorno” (per un eventuale approfondimento cfr. il saggio di Fulvio Fulvi, Il silenzio degli innocenti. Il desiderio nasce dallo sguardo, edizioni Un Mondo a Parte – 2013).
In “Un bacio prima di morire”, la protagonista scoprirà che l’assassino viveva,fin da bambino, in un misero appartamento, dalla cui finestra vedeva tutti giorni i vagoni di un lungo treno merci, con sopra il nome di Thor Carlsson, proprietario di una fabbrica di rame, e da lì era nata la sua ossessione di possederla, e per essa era disposto anche ad uccidere.
Ne L’ombra cinese, Simenon ci racconta come l’assassino, ogni volta che si affaccia alla finestra, vedal’ufficio di Clouchet e come possa distinguere “perfino la serratura della cassaforte”.
Difficile dire se Simenon abbia solo anticipato le opere dei due grandi scrittori o ne abbia anche ispirato le trame. Ciò che importa è il fatto che lo scrittore belga aveva intuito, trent’anni prima, di Ira Levin il potere della reiterazione dell’immagine: il desiderio nasce (e lo sa bene chi lavora in pubblicità) dall’offerta ripetuta “allo sguardo nei percorsi quotidiani … Il desiderio nasce dunque dalla vista dell’oggetto…” (Proni Giampaolo, La lista della spesa e altri progetti. Semiotica, design, comportamenti delle persone, Franco Angeli 2013, p. 144). Si tratta di un discorso complesso che andrebbe approfondito, tenendo conto che è stato provato che gli stimoli e le esperienze che provengono dall’ambiente si imprimono emotivamente nella corteccia cerebrale, provocando delle modifiche nella struttura dei neuroni e delle sinapsi; e che un bombardamento reiterato di immagini, in situazioni di stress o ansia, si imprime direttamente nella amigdala, ossia l’archivio della nostra memoria emozionale. Tutto questo Simenon non lo sapeva. Un’altra prova delle capacità intuitive di Simenon, uno scrittore senza tempo.

Le tre donne, personaggi di un puzzle che è la trama del libro

Ancora una volta, Simenon si concentra sui personaggi femminili e crea tre “caratteri” diversi e credibili: Nina è un personaggio dolce e disinteressato al denaro, nonostante il lavoro e la vita che conduce, tanto che Maigret ha una profonda simpatia per lei; la seconda moglie di Clouchet appare come una buona e fedele compagna, ma è anche fredda e calcolatrice; della signora Martin parleremo più avanti. Ogni personaggio è un pezzo che si incastra perfettamente nella trama, costruita appunto sui “caratteri”. Ciò che intendo dire è che la storia è tutta basata sulla tensione evocata dal serrato gioco psicologico tra i personaggi.Non è difficile notare che durante tutto il romanzo non accade praticamente quasi nulla, a parte il ritrovamento iniziale del cadavere di Clouchet, la scoperta del testamento a metà del racconto, e il suicidio di uno dei protagonisti. Tutto qui! Eppure L’ombra cinese è un capolavoro! Uno dei migliori Maigret in assoluto!
Il personaggio femminile che, in ogni modo, emerge è quello della Signora Martin.
Quando la incontra, la prima volta nel suo ufficio, Maigret è colpito più che dall’aspetto, dal suo modo di fare: appare come una donna scontenta di tutto e che proietta sempre sugli altri la colpa delle sue sfortune. Prima denigra l’ex marito appena morto, poi inveisce contro l’attuale marito, perché privo di iniziativa. Dal colloquio, risulta una figura di donna “infelice”, arrabbiata con il mondo intero, ma soprattutto con gli uomini:

«Gli uomini sono tutti egoisti!…» «Ah! gli uomini… Se non ci bada una donna, la casa diventa una stalla… » «… Del resto, gli uomini sono tutti uguali… Una si sacrifica, si ammazza per loro…».

È vero che il destino non è benevolo nei confronti della donna, anzi sembra quasi volersi beffare di lei: aveva lasciato Couchet quando era povero, sperando in una vita migliore con Martin, e quasi per un crudele gioco della sorte, subito dopo Couchet sfonda nel mondo degli affari e diventa ricco.
Per quanto riguarda la creazione del personaggio della signora Martin, è sicuramente decisiva la passione di Simenon per gli scrittori russi, e soprattutto per Gogol. Simenon ha dichiarato più volte il suo amore nei confronti del grande scrittore ucraino:

– Quali furono i suoi primi maestri, i suoi primi modelli letterari?
– Gogol prima di tutti … Avevo quattordici anni, allora. Gogol mi impressionò enormemente … Dai quattordici ai diciott’anni, ripeto, praticavo soprattutto i russi, in tutti i sensi. Dostojevskij, Puskin e Gogol in testa …

(Giuseppe Bonura, intervista a Simenon, tratta da “La fiera letteraria”, numero 19, giovedì 11 maggio 1967, in Bartolomeo Di Monaco, I MAESTRI. Scelta di articoli de “La Fiera Letteraria ” dal 1967 al 1968 – Volume Primo, lulu.com, 2012, p. 187)

– Per quale motivo pensa che Gogol l’abbia interessato?
– Forse perché creava personaggi che sono come la gente di tutti i giorni, ma che nel contempo hanno ciò che un attimo fa chiamavo la terza dimensione, che io cerco … Ogni personaggio ha il peso di una scultura tanto è pesante e denso
.

(Georges Simenon, L’età del romanzo, Lucarini Editore 1990, p. 52)

Si tratta di dichiarazioni importanti, soprattutto quando incontriamo personaggi come la signora Martin. Se è evidente che Simenon ha poco a che fare con il realismo “fiabesco e onirico”di Gogol, è pure vero che lo ricorda per altri motivi; ad esempio nel modo in cui descrive il chiacchierio delle persone che affollano una piazza, un mercato, un’osteria, proprio come nei racconti dello scrittore ucraino dove troviamo “passi che traboccano di personaggini affaccendati a saltar fuori e a sparpagliarsi su tutta la pagina” (cfr. Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, Garzanti 1994, p. 48). Ma è il delirio che sfocia nella pazzia dei personaggi di Gogol che impressionò Simenon. Il povero impiegato Akakij Akakievic, protagonista de “Il cappotto”, è un personaggio che, per quanti sforzi e sacrifici faccia (per l’acquisto del cappotto egli utilizza tutto il suo denaro) non riesce ad afferrare l’agognata felicità, anzi il destino pare prendersi gioco di lui e dell’estremo tentativo di sfuggire alla sua misera e vuota esistenza (ad Akakij il cappotto nuovo viene rubato). A quel punto, Akakij non riuscendo più ad accettare la dura realtà che lo circonda, non può che sfuggirla attraverso il delirio e la pazzia e infine la morte.Una simile sorte tocca alla signora Martin che, per un breve attimo, crede di avere in mano il proprio destino (il testamento del defunto Couchet), per poi accorgersi di essere stata truffata:

Una tragica farsa! La signora Martin si era ingannata, era stata ingannata e aveva ingannato gli altri!
E alla base di tutto c’era un errore madornale! … Couchet non guadagnava abbastanza, e alla sua morte lei non avrebbe neanche avuto una pensione?
E allora aveva sposato Martin! Solo che a diventare milionario, quando era ormai troppo tardi, era stato Couchet! E non c’era niente da fare per spingere Martin a spiccare il volo, nulla lo avrebbe convinto a lasciare l’Anagrafe ed a mettersi anche lui a vendere sieri o qualcos’altro di redditizio!
Era proprio sfortunata! Era sempre stata sfortunata!
La vita si divertiva ad ingannarla in modo odioso!

In entrambi i casi, la sortegioca con questi esseri umani ed esaspera le situazioni più normali fino ad arrivare al dramma. Si tratta, sia in Simenon che in Gogol, di personaggi di perdenti e frustrati, incapaci di affrontare ancora una volta il duro scontro con la realtà (da qui la fuga nella pazzia); ma anche se trovassero la forza e il coraggio di alzare ancora una volta la testa e di ribellarsi, alla fine li attenderebbe un’ulteriore sconfitta, perché il mondo è in preda al caos e all’assurdo. Nessuna ulteriore spiegazione riuscirebbe a far meglio comprendere un personaggio quale la signora Martin, più del brano che segue:

Era l’assurdo la musa favorita di Gogol’, ma quando dico «l’assurdo» non intendo il bizzarro o il comico. L’assurdo ha sfumature e gradazioni quanto il tragico, e per di più, nel caso di Gogol’, lo costeggia. Sarebbe sbagliato dire che Gogol’ inseriva i propri personaggi in situazioni assurde. Non si può inserire un uomo in una situazione assurda se è assurdo l’intero mondo in cui egli vive; né si può farlo se s’intende per assurdo qualcosa che provoca una risatina o un’alzata di spalle. Ma se s’intende la patetica condizione umana, se s’intendono tutte quelle cose che in mondi meno sinistri sono legate alle aspirazioni più nobili, alle sofferenze più profonde, alle passioni più intense — allora, chiaramente, abbiamo la rottura necessaria, e un patetico essere umano, smarrito nell’irresponsabile mondo degli incubi gogoliani, diventa «assurdo» … Akakij Akakievic, l’eroe del Cappotto, è assurdo perché è patetico, perché è umano e perché è stato generato proprio da quelle forze che paiono tanto in contrasto con lui.

(Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, Garzanti 1994, p. 82)

La situazione apparentemente “comica” in cui la signora Martin si ritrova, cambiando marito alla ricerca di un futuro economicamente sicuro, si trasforma in un dramma nella scrittura di Simenon: ne scaturisce una figura “patetica” e profondamente “umana”, proprio perché generata “da quelle forze che paiono tanto in contrasto” con lei. La signora Martin è certamente una delle figure più affascinanti uscite dalla penna di Simenon, un personaggio “denso” e a tre dimensioni, come direbbe lo stesso scrittore belga. Come Gogol, Simenon ama ritrarre l’esistenza della gente comune, i luoghi dove essa abita, ma soprattutto i drammi nascosti dietro le porte chiuse e negli antri oscuri delle loro anime. L’ombra cinese è così vero nella sua descrizione di un dramma piccolo borghese, che non stupirebbe scoprire che lo scrittore sia stato ispirato da un fatto di cronaca. Patrick Marnham ricorda come uno dei primi romanzi di Simenon fosse così evidentemente ispirato ad un episodio di cronaca realmente accaduto, da procurargli un’accusa per diffamazione (cfr. L’uomo che non era Maigret. Ritratto di Georges Simenon, Milano, La Nuova Italia, 2002, p. 193).

Fortuna televisiva in Italia

Il Maigret di Gino Cervi
L’ombra cinese fa parte della serie televisiva Le inchieste del commissario Maigret (16 sceneggiati televisivi diretti da Mario Landi e andati in onda dal 1964 al 1972) e precisamente della seconda stagione, intitolata Le nuoveinchieste del commissario Maigret. L’episodio, diviso in quattro puntate, fu trasmesso la prima volta il 6, 13, 20 e 27 marzo 1966. Diretto da Mario Landi e interpretato da Gino Cervi.
Anche in questo episodio, Gino Cervi si trasforma nel commissario, riproducendone il carattere duro e spigoloso, e allo stesso profondamente umano (si pensi al rapporto quasi padre-figlia che si instaura tra Maigret e Nina, l’amante di Couchet), tanto che lo stesso Simenon dichiarò che Cervi fu l’attore che più si avvicinava al personaggio del commissario parigino, per la sua calda umanità e il suo non essere impettito (dichiarazione riportata da Federico Fellini, in una intervista televisiva, trasmessa nel 1992, “Gino Cervi: un attore”).
Come tutti gli episodi della serie, anche questo è caratterizzato da un estremo allungamento dei tempi; basti pensare alla lunghissima scena senza dialoghi della prima puntata, quando Maigret entra nell’ufficio dove si trova il cadavere di Clouchet: per quasi sei minuti (dal minuto 8:16 al minuto 14:00) il commissario vaga per la stanza, osserva il cadavere, fuma la sua pipa, passa nel bagno dove la vittima si è lavata prima di essere uccisa. Tempi morti che il cinema e il pubblico contemporaneo non sopporterebbe più. Leggenda vuole che le lunghe pause di Maigret con la pipa in bocca, che fissa un punto lontano, mentre interroga dei testimoni oppure medita (con la voce fuori campo), sia motivata dalla famosa assenza di memoria dell’attore. Pare, infatti, che Cervi fosse costretto a leggere i due rulli, posti uno alla destra e uno alla sinistra della telecamera, che gli suggerivano le battute. Effettivamente, se si fa molta attenzione, si nota che Cervi in molte scene sta proprio leggendo e improvvisando allo stesso tempo.
L’ombra cinese di Landi ha una durata di 277 minuti, e per quanto il regista allungasse i tempi non avrebbe mai potuto dilatare la trama del romanzo sino a raggiungere le quattro puntate. Per questo, gli sceneggiatori introdussero dei personaggi e delle scene che nel testo di Simenon non esistono. Partendo da un accenno fatto da Simenon, all’inizio del libro, sulla proposta di “licenziamento per uno dei fattorini”, il regista Landi e gli sceneggiatori si inventarono una storia parallela a quella principale, che si sviluppa soprattutto tra la seconda e la terza puntata. Un padre e suo figlio André si presentano a casa di Maigret, mentre questi sta mangiando insieme con la moglie; il commissario si mostra palesemente seccato per l’intrusione, ma il padre tira fuori un pacchetto di proiettili calibro 6,35, ossia lo stesso tipo che ha ucciso Clouchet. Sempre il padre riferisce a Maigret come i proiettili appartengano all’amico del figlio, un certo Paul Ferrand,che è anche in possesso di una pistola. Paul è il fattorino che avrebbe dovuto essere licenziato da Couchet, definito nello sceneggiato un “inserviente ai laboratori”. Da quel momento partono le indagini per scoprire dove si trovi il ragazzo. Alla fine ci sarà anche una sparatoria, durante la quale viene ferito il nipote di Maigret, anche lui poliziotto. All’inizio della quarta puntata, vi è un’intera scena (anche questa inesistente nel romanzo) in cui Maigret e sua moglie discutono sul ferimento del nipote e sulla pericolosità del lavoro di poliziotto. Alla signora Maigret (Andreina Pagnani), inoltre, viene dato molto più spazio che nel romanzo: mentre Simenon la relega in due brevi brani, nello sceneggiato la sua presenza è fondamentale per convincere la nonna del fattorino ad aiutare Maigret a trovarlo.
Gli autori dello sceneggiato (gli adattatori dei romanzi sono Diego Fabbri e Romildo Craveri, insieme al regista Landi), in ogni modo, sono molto abili e conoscono a fondo l’opera di Simenon, per cui riescono a riprodurre un perfetto stile simenoniano. Le scene aggiunte non stonano affatto con il resto e anzi danno maggiore ritmo ad un’opera che, proprio perché basata soprattutto sulla psicologia dei personaggi, era difficilmente trasferibile sullo schermo.
Segnalo, per chi fosse interessato, che recentemente è stata pubblicata una voluminosa biografia su Gino Cervi:Giulia Tellini, Vita e arte di Gino Cervi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2013, pp. 578

Il Maigret di Sergio Castellito
L’ombra cinesefaceva parte di un ambizioso progetto, che avrebbe dovuto riportare sul piccolo schermo la figura del commissario Maigret. La serie, diretta da Renato De Maria con Sergio Castellitto nel ruolo del commissario Maigret, è composta di due sole puntate (trasmesse su Canale 5 nel novembre 2004), in quanto è stata interrotta a causa dello scarso successo ottenuto. Non sono riuscito purtroppo a recuperare la puntata e mi dispiace, perché avrei voluto poter vedere e confrontare le interpretazioni di Cervi e Castellitto. Riporto qui, in ogni modo, la valutazione di Alessandra Vietina:

La serie è in realtà piuttosto convincente: il protagonista Castellitto è un Maigret credibile ed energico, le sceneggiature hanno un buon equilibrio e la ricostruzione della Parigi anni cinquanta fatta a Praga è convenzionale ma efficace. Ciò che forse indebolisce il progetto, di per se di qualità, è la faccia in bianco e nero di Gino Cervi, protagonista per il piccolo schermo di Le inchieste del commissario Maigret, rimasto indelebilmente impresso nell’immaginario collettivo.

(Montalbano, Maigret & Co. Storia del giallo in televisione, Edizioni Falsopiano 2010, p. 15 nota 11)

La stessa Giulia Tellini, che ha scritto la recente biografia su Gino Cervi (Vita e arte di Gino Cervi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2013), offre un parere molto diverso:

Castellitto recitava la parte di un improbabile commissario e, ad un certo punto, fumava, in modo altrettanto improbabile … deliziava la macchina da presa esibendosi in virtuosistici saggi recitativi: con uno sguardo carico di nulla … quando Castellitto ha chiamato la Buy “Louise”. Non è possibile, mi illudevo mentre il mio inconscio dava concretezza figurativa a due cari nomi. Gino Cervi, in 35 puntate (andate in onda dal 1965 al 1972) chiama Andreina Pagnani una sola volta “Louise” e lei gli chiede se non sia impazzito. Non è possibile …

(cfr. Il Maigret malato di Giulia Tellini)

Curiosità – La collana I libri neri e I romanzi polizieschi della Mondadori

Nel 1932 la Mondadori acquista tutti i diritti di pubblicazione in Italia delle opere di Simenon, e inizia a pubblicarli nella collana “I libri neri”, con cadenza mensile a partire dal settembre del 1932 (a parte il primo mese in cui escono due titoli). Dopo i primi quattro numeri, di cui L’ombra cinese è il primo ad essere pubblicato, il titolo della collana sarà modificato in “I romanzi polizieschi di Georges Simenon”. Il protagonista della serie, infatti, anche se non citato nei titoli (come avverrà più tardi sulla scia del successo), è il commissario della polizia parigina Jules Maigret.

L’idea di pubblicare Simenon in Italia venne alveronese Lorenzo Montano, il cui vero nome era Danilo Lebrecht, che per un ventennio fu consulente editoriale della Mondadori e creò la collana ‘Gialli Mondadori’. Riportiamo qui parte della lettera scritta da Montano a Mondadori, in cui egli dà il suo parere su Simenon:

Georges Simenon è un autore francese il quale da poco più di un anno pubblica, consuccesso crescente, presso l’editore Fayard una serie di romanzi polizieschi, con copertina in fototipia di grande effetto, lunghi circa la metà di un «Giallo» (40.000 parole); ne esce in media uno al mese. Questi romanzi, quasi tutti impostati sul personaggio dell’Ispettore Maigret, rappresentano qualcosa di veramente nuovo nel campo poliziesco. Uno stile veristico moltosobrio e preciso, un’atmosfera di sorprendente intensità … Purtroppo mi riesce difficile accoglierli nei «Gialli», per via dell’elemento erotico che non vi manca quasi mai, difficoltà accresciuta dal fatto che per fare un «Giallo» bisogna riunirne due. Finora ne furono acquistati e tradotti due soli, che non sono ancora composti. Perché non farne una collezione a parte, e chiamarla ad es., alludendo anche al colore della copertina oltreché al contenuto: La serie nera. I romanzi di Georges Simenon … Sarebbe questa una collezione più da edicole che da librai. Qualora si volesse fare la cosa, andrebbe fatta molto presto, perché altrimenti non tarderà a farla qualche altro …

5 febbraio 1932
(cfr. Gallo C., Carteggio inedito tra Lorenzo Montano e Arnoldo Mondadori: alle origini del “giallo” e di alcune collane Mondadori, ATTI ACCAD.ROVERETANA AGIATI. CONTRIB.CL.SCI.UM.LETT.ARTI, ACCADEMIA ROVERETANA DEGLI AGIATI, Rovereto 2002, SER.VIII,VOL.II,A pp. 200-201).

La proposta di Lorenzo Montano fu accettata e George Simenon arrivò alla Mondadori.  Maigret fu pubblicizzato come «l’uomo che insegue i suoi nemici tremando, il mastodontico pachiderma dall’anima di fanciullo», mentre Simenon era l’autore che «che scrive un appassionante romanzo ogni mese» (cfr. l’articolo Simenon. Le parole per farlo conoscere in Italia di Maurizio Testa)

Il formato della collana era di cm. 12,5×19. La copertina era flessibile e riproponeva quella pubblicata in Francia da Fayard, illustrata da una fotografia in bianco e nero. Il costo dei romanzi era di lire 3,50.Le edizioni e le traduzioni erano curate da Guido Cantini e Marise Ferro. In terza di copertina, si trovavano recensioni di scrittori o saggisti italiani, quali Alberto Savinio e Cesare Zavattini. Purtroppo la collana non ebbe il successo sperato e dopo un anno venne chiusa.

I Libri Neri
1932 n°01 L’ombra cinese
1932 n°02 Il viaggiatore di terza classe
1932 n°03 Il carrettiere della “Provvidenza”
1932 n°04 Il cane giallo

I Romanzi Polizieschi di Georges Simenon
1932 n°05 L’osteria dei due soldi
1933 n°06 Il signor Gallet defunto
1933 n°07 Un delitto in Olanda
1933 n°08 La casa dei Fiamminghi
1933 n°09 Al convegno dei Terranova
1933 n°10 Il pazzo di Bergerac
1933 n°11 L’affare Saint Fiacre
1933 n°12 Pietro il Lettone

I Romanzi Polizieschi di Georges Simenon
1933 n°01 L’ombra cinese (Ristampa)

Per avere notizie più precise, si consiglia la lettura del volume, dedicato alle pubblicazioni di Simenon in Italia, degli appassionati Marco Biggio e Andrea Derchi (Simenon in Italia, Edizioni Cinque Terre 2010).

Tutti i brani de “L’ombra cinese” sono tratti dall’edizione Adelphi del 1997, tradotta da Rita De Letteriis.

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L'ombra cinese
  • Simenon, Georges (Autore)

Articolo protocollato da Alessandro Bullo

Alessandro Bullo è nato a Venezia. Si è laureato in lettere con indirizzo artistico, mantenendosi con mestieri occasionali; dopo la laurea ha lavorato per alcuni anni presso i Beni Culturali e poi per la Questura di Venezia. Successivamente ha vissuto per quasi dieci anni a Desenzano del Garda per necessità di lavoro. Attualmente vive a Venezia e lavora come responsabile informatico per un’importante ditta italiana. Sue passioni: Venezia, il cinema noir, leggere, scrivere. Autori preferiti: Dino Buzzati, Charles Bukovski, Henry Miller. Registi preferiti: Elia Kazan e Alfred Joseph Hitchcock. È arrivato per due volte in finale al premio Tedeschi e una al premio Urania. Nel 2012 con “La laguna degli specchi” (pubblicato sotto lo pseudonimo Drosan Lulob) è stato tra i vincitori del concorso “Io scrittore”.

Alessandro Bullo ha scritto 66 articoli: