Il 9 che uccide - Vito Franchini

Secondo le ultime stime pubblicate dal Suicide Prevention Program dell’OMS, nel 2000 sono morte suicide circa un milione di persone: si calcola che il tasso globale di mortalità sia di 16 per 100 mila, con una morte ogni circa 40 secondi. Negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65% in tutto il mondo. Oggi il suicidio è considerato una delle tre principali cause di morte fra gli individui di età compresa tra i 15 e i 44 anni, in entrambi i sessi. Senza contare i tentati suicidi, fino a 20 volte più frequenti.

Vito Franchini torna in libreria con un nuovo romanzo, Il 9 che uccide, dopo il successo de Il Predatore di Anime che avevo recensito lo scorso anno.

E torna con una storia incalzante, ingorda di immagini e personaggi, eppure scorrevole come le acque dell’Adige, sulle cui sponde è ambientata. Una storia di suicidi in serie, che spazia trasversalmente tra vedove e giovani, tra reietti e donne affermate, accomunati da uno sfuggente minimo denominatore che stenta ad essere colto dagli inquirenti, relegando queste morti in breve nella categoria “fatto non costituente reato” (o modello 45, per noi addetti ai lavori).

Non che Sabina Mondello, neo dirigente appena trasferita a Verona, non si impegni come suo costume, né che i suoi nuovi collaboratori (l’esteta gayssimo Brega o la ginnica Margherita) siano inadatti alla squadra, ma una pm demodè e molto ottusa e l’abilità strategica del regista di questi decessi ritardano la soluzione del caso, ammonticchiando cadaveri sullo sfondo pur romantico della città veneta, che diventa bollente di erotismo quando – attirato dalla coazione a risolvere casi intricati – vi giunge Nardo Baggio, l’uomo più colto, magnetico, affascinante e manipolatore.

Ecco che tutta la passione, intellettuale ed erotica, che aveva polarizzato i due ne Il predatore di anime riesplode con la virulenza di allora, senza le remore del tempo trascorso, che Sabina ha colmato con un matrimonio ed un figlio (che ha chiamato Leo-Nardo). Mentre lei indaga ufficialmente, Baggio procede con quei suoi metodi, composti di potenza fisica e profondo sapere antropologico, non sempre ortodossi e spesso oltre la linea del lecito.

Le loro conversazioni sono stimolanti, febbrili, a volte appannate da reazioni emotive di lei umanissime – la gelosia, il timore di venir scoperta dal marito – ma riportate ad obiettività dalla calma olimpica di lui, sempre possibilista, accudiente e – almeno all’apparenza – calato nella parte di far giungere lei alla soluzione, restando sullo sfondo anche se ne è artefice assoluto.

Franchini è un ufficiale dei Carabinieri e svolge personalmente il compito che qui affida ad una donna, in cui si cala con ottime dosi immaginifiche, arrivando a descriverla col ciclo o coricatasi ancora truccata. La sospinge, per mezzo di Baggio, ad essere più controllata, più stratega, più lucida, e poi ne accoglie le esplosioni emotive.

Scimmie nude, scese dagli alberi da tempo, ma sostanzialmente rimaste identiche, caratterizzate dai medesimi connotati: questo sono gli esseri umani per Nardo, che li decodifica e ne ricostruisce gesti e responsabilità, aiutandosi con lo studio. Anche il lettore troverà, per esempio, illuminante la citazione del saggio Il suicidiodi Émile Durkheim, che vi ricomprende “ogni caso di morte direttamente o indirettamente risultante da un atto positivo o negativo compiuto dalla vittima pienamente consapevole del gesto e poi lo suddivide in suicidio altruistico, ove l’individuo si sacrifica per affermare o preservare i valori etici del gruppo cui appartiene; egoistico, ove l’individuo ha sensazioni di esclusione e mancanza di integrazione in un gruppo che lo inducono a uccidersi e anomico, ossia contro le regole, ove le condizioni di sofferenza dell’individuo sono poste in relazione alla società che ne reprime passioni e desideri. 

Ma a fare da contraltare a questi passaggi colti, a tratti quasi cattedratici, vi è la colonna sonora di questo romanzo, letteralmente setacciata dalle pieghe della profonda passione dell’autore per i Fab4, quei Beatles che – come lui stesso ci insuffla – forse a torto vengono considerati emblema solo di buoni sentimenti e motivetti yè-yè.

Nei loro testi, Franchini trova il lato scuro, il significato recondito e, a tratti, persino il messaggio satanico. Personalmente li adoro e sapevo che vengono citati come epigoni di c.d. backmasking, ossia di quella tecnica che consente di registrare al contrario un testo e nascondervi messaggi proibiti, o più semplicemente riferimenti alla morte di Paul Mc Cartney. Ma non li avevo mai avvicinati a stragisti come Charles Manson e la sua Family che trucidò anche Sharon Tate a Cielo Alto, Los Angeles. Vito sì, senza mai mancar loro di rispetto.

Tra mito e leggenda, tra dissertazioni di numerologia e giornate concitate di una squadra investigativa, il romanzo si legge con grandissimo piacere e, una volta terminato, assorbitane la patina esteriore – che porta alla soluzione del giallo – merita di essere lasciato in evidenza in libreria, per poter essere ripreso come un saggio, un compendio, un omaggio originale ad un complesso musicale tuttora senza pari.

Magari di fianco alla Bibbia di Gedeone, per chi – come Vito e come me – coglie le citazioni beatlesiane.

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Il 9 che uccide
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Il 9 che uccide
  • Franchini, Vito (Author)