“Ci sono persone che non credono in niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti al loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale. La scoperta del “nulla” per essi, però, è una novità che implica altre cose: implica cioè non solo il proseguire dell’azione, dell’intervento, dell’operosità (intesi ora non più come doveri ma come atti gratuiti), ma anche la sensazione esilarante che tutto ciò non sia che un gioco” (Pier Paolo Pasolini, Petrolio, appunto 84)
Leggendo I Rondoni torna in mente questo passaggio di Pasolini, tratto dal suo romanzo incompiuto “Petrolio”, pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi. Anche Toni, il protagonista del testo di Fernando Aramburu (già autore di “Patria”, vincitore del premio Strega europeo nel 2017), ha avuto “il vizio di credere”.
Professore di filosofia, un tempo idealista, ormai, disilluso: avendo scoperto, o meglio essendosi scontrato con il nulla, per complesse vicende personali e familiari, prende infine a giocarci, ma di un gioco macabro, tragico. Decide che si toglierà la vita, di lì a un anno, e comincia a vivere di conseguenza. Proprio così facendo però, la vita gli si prospetta sotto una nuova luce.
Un po’ come in “Colpi di timone”, commedia della tradizione genovese di Gilberto Govi, il protagonista, sapendo di dover morire (nel caso di Govi, non per scelta ma per malattia), prende a vivere, e forse a rimpiangere di non averlo fatto prima di esservi stato costretto dalle tragiche circostanze.
“Freedom is another word / for nothing left to lose”, “la libertà è un’altra parola per dire: nient’altro da perdere” cantava Janis Joplin, e forse, ora, lo pensa anche Toni. Ora che, immaginando di non aver nulla da perdere, ha riscoperto un qualche simulacro di libertà.
Libertà che si fa apprezzare nelle lezioni ai suoi studenti, senza più l’ansia di dover aderire al programma, alle aspettative, alle direttive, e animato soltanto dalla curiosità sincera di passare del tempo con loro a discutere.
Libertà assaporata nei dialoghi tesi con l’ex-moglie Amalia e col figlio Nikita, in cui Toni riscopre la gioia e, perché no, l’orgoglio di essere se stesso, e di avere, ancora, qualcosa da dire. Ma a questo punto perché andarsene, proprio ora che si sta ritrovando una ragione di restare?
Le pagine eleganti, ricche, che sanno essere toccanti e ironiche di Aramburu, scivolano proprio verso questa domanda: dalla fine di un’illusione sta forse prendendo vita il principio di una nuova speranza. Toni sta scoprendo, e lo ricorda volgendo lo sguardo ai rondoni, che si muovono liberi in cielo, di avere ancora qualcosa in cui provare a credere.
“Credo in poche cose che mi danno piacere e che sono quotidiane e visibili. Credo in cose come l’acqua e la luce. Credo nell’amicizia del mio unico amico e nei rondoni che, malgrado l’aria inquinata e il rumore, tornano ogni anno in città, anche se ho il sospetto che ce ne siano sempre meno”.
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