Un’indagine dell’ispettore Ferraro, un’altra, finalmente. Michele Ferraro, milanese di Quarto Oggiaro, dove vivono ancora i suoi genitori, fieri di quel figlio bravo poliziotto e del loro bilocale comprato a botte di cambiali, e l’amico Mimmo, vorace mangiatore, rovina dei ristoranti All you can eat, che all’occorrenza mena sventole come Obelix.

La vicenda passa come un drone a pelo d’acqua sulla nostra vita appena passata: le prime avvisaglie del virus cinese, le prime pandillas di giovani (non necessariamente latinos) oggi immortalate dalla serie tv con Salmo, gli ultimi giorni di quella moderna mala-bolgia che fu il boschetto di Rogoredo fino alle feste-bordello del miliardario, nell’attico qui chiamato Asgard.

Il ritmo è quello del Bolero di Ravel, dove le note sono sempre quelle -e qui le note sono rappresentate dai dialoghi che Ferraro intrattiene con gli altri protagonisti, che siano i membri della squadra (il lombrosiano Comaschi, il colto Lanza o l’odioso Cereda), i suoi parenti (la guizzante figlia Giulia, la sua amica “pagantella” Sofia, la ex moglie vetero-femminista) o via via gli uomini e le donne incontrati nel percorso investigativo, dal ricco Ridolfi, benefattore rapito misteriosamente, alla giovane donna sudamericana a cui sparisce il figlio. Le note sono quelle (sono i dialoghi del protagonista), ma pagina dopo pagina il ritmo incalza, si affretta, entrano altri strumenti, altri personaggi, sino alla soluzione.

La trama, in sé, forse è un elemento secondario in questo romanzo, le cui note preponderanti sono altre.

Gianni Biondillo è architetto ed insegna psicogeografia all’Università e il suo interesse per il rapporto fra territorio e sociologia traspare solidamente: Ferraro frequenta i quartieri, soprattutto quelli ai margini (gustosissima la scena al Corvetto in cui, in un gioco di specchi da Lunapark, l’ispettore si finge architetto e va a cercare uno zarretto spacciatore) e ne trae spunti per la sua indagine mentre offre ai lettori spaccati crudi, ma reali, della città in cui viviamo.

Il linguaggio è colorito, scalpitante, denso di neologismi giovanilisti (il bangladino che gestisce il minimarket, gli zarretti che si bullano con le pagantelle) e biondilliani (perché direi che siano sue le trasposizioni in parola di gesti come “accarciofare” una mano per chiedere quindi? O smarmellare una fetta biscottata, o smorfiare un sorriso, altrove presenti ma con altre accezioni) e di citazioni colte come quella sul lavoro matto e disperatissimo piuttosto che dell’un contro l’altro armato.

Si fa poi cinematografico non solo nel titolo dei capitoli, che corrispondono ad altrettante note pellicole, ma soprattutto nella descrizione di certe scene, che evocano grandi registi (per esempio, la festa ad Asgard a me ha ricordato Moulin Rouge di Buzz Luhrman, piuttosto che la rissa in piazza Leonardo da vinci certi tratti di West Side Story).

In definitiva, un romanzo davvero godibile, quasi 400 pagine da sgarganellarsi (questo è mio, Gianni, ma te lo noleggio) in un week end, in un viaggio in treno, magari immaginando quale volto starebbe bene a Ferraro (io ci ho pensato molto, ho concluso per Paolo Conte), a Cereda (lo scrittore Mauro Biagini) a Fabrizio Ridolfi (un Bentivoglio giovane). E annotatevi l’indovinello di Clayton Rawson, che Lanza ci svela a pag 337. È una regola di vita utile a tutti.

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I cani del barrio. Un'indagine dell'ispettore Ferraro
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