Può un libro interamente dedicato alla morte essere deliziosamente godibile, tutt’altro che macabro? Possiamo attraverso le sue pagine rivedere alcuni concetti e preconcetti legati all’idea della morte e ripensarla in termini più naturali? Questo è l’intento di Caitlin Doughty, che in Fumo negli occhi ci traghetta come una moderna e ironica Caronte attraverso la sua passione e la sua esperienza nell’ambito dell’industria funeraria americana.

Fumo negli occhi è un memoir basato sulle esperienze che la Doughty stessa ha fatto agli esordi della sua carriera in questo ambito: affascinata fin da piccola dall’idea della morte, riesce a farsi assumere come addetta alla cremazione nell’impresa di pompe funebri Westwind Cremation & Burial in Oakland, California, per intraprendere così una carriera che prosegue fino ad oggi.

Perché parlare di un saggio in uno spazio tutto dedicato al thriller? I thriller, nel senso più estensivo del termine, sono pieni di morte: che si parli di libri, serie tv o film, che siano i classicissimi gialli di Agatha Christie o adrenalinici action sui narcos, quasi sempre alla base c’è un omicidio. Ma si tratta quasi sempre di un incidente di percorso, un espediente narrativo per avviare l’indagine che è il vero cuore del thriller: difficilmente alla morte dedicato più di un momento di attenzione (bisogna forse andare con la memoria alla storica serie Quincy, M.E. per trovare un prodotto nel quale il protagonista esplorava la morte per metterla in relazione alla vita del defunto).

Nei thriller tutto parla di morte, eppure questa viene rimossa: come del resto avviene spessissimo nella nostra cultura occidentale.

Nel suo memoir Caitlin Doughty, con estrema leggerezza del tutto priva di superficialità, racconta tutti gli aspetti ad essa legati: quelli fisici, compresi quelli del trattamento del cadavere raccontati con professionalità e schiettezza (del resto, in dalla prime pagine del libro l’autrice ci avverte che questa non è un’opera per un pubblico schizzinoso). Quelli umani, perché chi muore lascia famiglie, relazioni, problemi e situazioni in sospeso. Quelli professionali, perché intorno al caro estinto c’è una fiorentissima economia.

Nella narrazione dei propri ricordi Caitlin Doughty inserisce spesso riferimenti culturali, antropologici, storici che raccontano come la morte sia stata e sia vissuta in modo totalmente diverso nelle varie culture ed epoche storiche, dimostrando una invidiabile competenza che si esprime sempre con una cifra stilistica mai pedante, talvolta anedottica: e se gli usi degli antichi egizi in materia di imbalsamazione in qualche misura sono prevedibili, l’uso di tartarughe acquatiche da parte del governo indiano per smaltire i troppi cadaveri gettati nel Gange è scuramente sorprendente.

L’intento dell’autrice è quello di normalizzare l’idea della morte, di riportarci all’idea che questa è una parte della vita: la nostra società (occidentale, industriale) non solo si allontana sempre più dal legame con il mondo naturale (nel quale anche il processo di decomposizione è uno straordinario generatore di vita), ma è anche la società dell’eterna giovinezza. Dall’industria cosmetica a quella farmaceutica, dall’industria della chirurgia plastica a quella dei media, tutto allontana dall’idea di invecchiamento e ovviamente dalla morte (anche linguisticamente: generalmente si passa a miglior vita, si viene a mancare, ci si addormenta per sempre).  Citando Woody Allen, non è che ho paura di morire. Solo che non voglio esserci quando accadrà.

Attraverso queste pagine così deliziosamente lievi, eppure colte ed empatiche, vengono spezzati tabù e luoghi comuni per un’idea di fine vita che permetta il fluire del dolore e la costruzione della memoria. Fumo negli occhi è un libro vitale, profondo, irriverente e divertente che ci invita a rivoluzionare la nostra idea di morte.Caitlin Doughty, è nata a Oahu, Hawaii. Laureata all’università di Chicago in Storia medievale, ha lavorato per un periodo in un’impresa funebre, per poi tornare al college e prendere una seconda laurea in Scienze mortuarie. Nel 2011 ha fondato il collettivo “The Order of the Good Death”. Ha un popolare (consigliatissimo) canale YouTube Ask a Mortician. Vive a Los Angeles, dove nel 2015 ha aperto un’impresa funebre no profit al femminile e attenta agli aspetti ambientali.

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Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio
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