La gabbia di vetro – Colin Wilson
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Può un tranquillo e solitario studioso di letteratura ritrovarsi nel giro di ventiquattro ore a investigare sulle tracce di un sanguinario serial killer? Sì, può accadere se quel serial killer è solito commentare i propri omicidi scrivendo sul muro, accanto ai cadaveri, versi del grande poeta William Blake e se quello studioso, il trentacinquenne Damon Reade, è il maggior esperto vivente di quel poeta. Può accadere soprattutto se a farci vivere questa storia è Colin Wilson (1931-2013), scrittore inglese tra i più immaginifici ed eclettici del ‘900, nel suo romanzo “La gabbia di vetro”, pubblicato nel 1966 ed ora riproposto in Italia da Carbonio editore. Scotland Yard, impotente di fronte alla terribile catena di delitti che insanguina la capitale britannica, decide di chiedere aiuto a chi su William Blake sa tutto. Damon Reade vive come un eremita in uno sperduto cottage nel nord-ovest dell’Inghilterra, esclusivamente concentrato sui suoi studi; non legge giornali, non ascolta la radio, non ha televisore, non ha una macchina. Anche se siamo nel 1966, la sua vita non è troppo diversa da quella di un uomo del XIX secolo. Il “suo secolo”. Quando riceve la visita del sergente Lund che gli parla del “killer poetico”, casca dalle nuvole. Sulle prime prova fastidio per questa irruzione della realtà nel suo mondo così riservato e astratto, ma poi qualcosa lo spingerà ad occuparsi della faccenda. Qualcosa o qualcuno: Sarah, la giovanissima ragazza che vive nella vicina città di Keswick, che lo ama e che lui sta cominciando ad amare, lo incoraggia ad accettare la sfida. Ma soprattutto Damon è ossessionato da una domanda: come può un uomo innamorato di un poeta spirituale e umanitario come William Blake essere un assassino?
Damon Reade si trasferisce a Londra e inizia la sua indagine, ma per proprio conto, in solitario, senza coinvolgere Scotland Yard, partendo da una traccia di natura esoterica. Elemento che non poteva mancare in un’opera di Wilson, cultore di occultismo e di filosofie mistiche. Un misterioso sensitivo che vive vicino al suo cattege gli ha fornito un indizio: tra le numerose lettere di cultori di Blake che Damon ha negli anni ricevute, ce n’è una che può aver scritto solo un assassino. Un accenno vago, impreciso, ma sarà l’inizio di un’avventura che porterà Damon alla verità. Una verità scomoda, inquietante, faticosamente intuita lungo il confine spesso impalpabile che separa il bene dal male nell’animo umano.
Il racconto si snoda con buon ritmo e senso dell’attesa in una Londra insolita, una città diversa da quella che siamo abituati a conoscere come scenario di racconti mistery: niente nebbia, poca pioggia, una Londra estiva, in certi momenti persino afosa. L’indagine porterà Damon a contatto con una serie multiforme di personaggi: musicisti, pittori, scrittori, ma anche uomini d’affari, signore d’alta classe, modelle, prostitute… in un susseguirsi di ambienti e scenari, eleganti dimore di Chelsea, equivoci pub, i colori di Portobello Road, lungo conversazioni che spaziano dall’arte, alle filosofie orientali, al sesso. Mentre l’alcol scorre a fiumi. Siamo a metà degli anno ‘60, Londra sta diventando la Swinging London dei Beatles, di Mary Quant, di Carnaby street, ma ancora non lo sa. E non poteva saperlo nemmeno l’autore mentre scriveva.
Un thriller compatto, genialmente costruito, che si legge molto bene; solo in qualche tratto appesantito da un eccesso di divagazioni filosofico-esistenziali che Wilson mette in bocca ai suoi personaggi. Ma è un piccolo vezzo che come lettori possiamo perdonargli volentieri, lui stesso più che uno scrittore amava definirsi: “Un filosofo dedito alla ricerca del significato dell’esistenza”. Non sappiamo se sia riuscito in tale ricerca. Di sicuro, con “La gabbia di vetro”, è riuscito a scrivere un ottimo thriller.
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